GERMINALE

 

Primavera 2018

Presentazione della curatrice Elisabetta Longari

Foto

​GERMINALE è un titolo che sprigiona una particolare energia. Il termine designava il settimo mese del calendario rivoluzionario francese e corrispondeva approssimativamente, a seconda dell’anno, al periodo compreso tra il 21/22 marzo e il 19/20 aprile nel calendario gregoriano. Era il primo dei mesi di primavera; seguiva ventoso e precedeva fiorile. Il mese di germinale deve la sua etimologia “alla fermentazione e allo sviluppo della linfa da marzo ad aprile”, secondo i termini del rapporto presentato alla Convenzione Nazionale il 3 brumaio anno II, ovvero il 24 ottobre 1793 da Fabre d’Églantine in nome della “commissione incaricata della stesura del calendario”. La mostra che presentiamo con lo stesso titolo allude certamente al mese in cui la terra lavorata da braccia umane si riattiva visibilmente, e proprio la terra vista dall’alto, le geometrie dei campi coltivati sono i soggetti preferiti delle fotografie aeree di Mark Cooper.

Utilizzabile come aggettivo, germinale ben rappresenta la spinta ad essere, felicemente sintetizzata in immagine dalla scultura di Emilio Scanavino, che sembra la concretizzazione della forza incontrastabile del germoglio decritto da Sartre in La Nausea; mentre si muove su un piano energetico più spirituale Maria Letizia Galli con il suo dipinto Loto, che è in buona sostanza un mandala pulsante e carico della pienezza dell’essere. In un ambito mitologico si muove volentieri l’immaginario di Valerio Ambiveri, che nel suo video Pomeriggi panici impersona il dio Pan che si aggira nei boschi. Un’immersione progressiva nella natura è quella descritta dai due diversi momenti pittorici di Angelo Molinari: dal giardino addomesticato dall’uomo e cosparso di statue si passa, con un deciso salto di dimensione, a percepire come insetti in un prato. Anche Margherita Abbozzo regala una visione ravvicinata della natura, ma la sua è una natura inventata, decorativa, leggiadra e antica come nelle miniature francesi del Quattrocento.

Alla civiltà contadina, o meglio alla sua sparizione, è dedicato il ciclo di fotografie Via rovina di Luigi Erba, che tempestivamente documentava l’abbandono delle malghe intorno a Lecco. Eidois, l’opera fotografica di Leonardo Genovese sembra invece l’allegoria della terra come mistero inconoscibile, una visione metafisica che mescola tanto la seduzione de L’Origine du monde di Gustave Courbet quanto l’enigma de L’Isola dei morti di Böcklin, rendendo evidente il legame tra Eros e Thanatos. Il “rovescio” della pienezza del già citato Loto è rappresentato dal vortice di fiori, che come foglie secche spazzate dal vento, verranno disperse senza lasciare traccia, come annuncia il teschio che discreto si affaccia ad occupare il centro della composizione di Fausta Squatriti dal titolo Memento Mori ( e come poteva essere diversamente?).

Se il lavoro che Meri Gorni espone dimostra il suo attaccamento alla terra, ai suoi fiori e ai suoi frutti, Luigi Billi guarda il cielo tra le fronde degli alberi, mentre Cesare Fullone immette lo spettatore in un roseto ardente, in una rete, che cresce in modo esponenziale, composta dai giunchi unghiolati di una natura in bilico tra il meraviglioso e il terrifico. Invece a vocazione domestica, amichevole e ludica sono, nelle intenzioni dell’autore, i “tappeti natura” di Piero Gilardi, in poliestere e che venivano venduti a metro ed erano destinati all’uso, come anche Pratone, progettato da Giorgio Ceretti Pietro Derossi e Riccardo Rosso, nasce nel 1971 come seduta ed ora è diventato una sorta di monumento del design italiano. Albano Morandi classifica e compone un erbario pittorico, mentre Nataly Maier, seguendo un discorso analitico, scompone e separa forma e colore in un trittico. Elena Monzo cuce una stessa parola riparatrice (Kintsugy) sui petali di diversi fiori, che ovviamente ne risentono, scurendosi e accartocciandosi, a quel punto l’artista li fotografa ed evidentemente ognuna di queste fotografie rappresenta una forma di vanitas. Onda di Paola Mattioni, un’opera composta da una sequenza fotografica, rende visibile una forza difficilmente documentabile: quella del vento, che sul campo di grano crea forme simili a un alfabeto. Giuliano Mauri lavorava direttamente con la natura e nella natura, e Un bosco, opera filmica di Studio azzurro, ci guida nel viaggio fuori dal palazzo, in mezzo ai cicli delle stagioni che si ripetono costantemente.

Questa mostra va percepita come una collana di pensieri visivi che ricordano la madre terra e richiamano all’urgenza di non dimenticare mai di pensarla in modo responsabile.

Chiudi il menu

Questo sito o gli strumenti di terze parti in esso integrati fanno uso di cookie necessari per il funzionamento e per il raggiungimento delle finalità descritte nella cookie policy.
Dichiari di accettare l’utilizzo di cookie chiudendo o nascondendo questa informativa, cliccando un link o un pulsante o continuando a navigare in altro modo.
Per maggiori informazioni in merito alle modalità di trattamento e alle opzioni di opt-out, si rimanda alla nostra Privacy Notice.

Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore.