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Architettura Mediterranea: Un Nuovo Libro Svela i Segreti dell’Abitare sulle Sponde del Mare Nostrum

Il Mediterraneo non è solo un mare, è un racconto che si scrive da millenni sulle sue coste. Chi si è trovato a passeggiare tra vicoli baciati dal sole o a osservare l’ondeggiare delle barche sa che qui ogni pietra parla. Non bastano i viaggiatori o i poeti a catturare quell’essenza: anche architetti e artisti si sono interrogati su come si costruisce, si vive, si respira in questi luoghi unici. Abitare il Mediterraneo significa immergersi in un linguaggio che va ben oltre il semplice aspetto estetico. È una trama intrecciata di storia, cultura e simboli, un dialogo antico tra uomo e natura che si riflette in ogni edificio, in ogni spazio.

Mediterraneo: un laboratorio di storia e identità

Claudio Magris lo ha definito “amnios originario dell’umanità”: il Mediterraneo è la culla della civiltà, il luogo dove sono nate forme architettoniche che ancora oggi ispirano. Nel libro “Laboratorio Mediterraneo. Luoghi, miti e forme dell’abitare”, curato da Milena Farina, architetta dell’Università Roma Tre, si raccolgono studi di vari esperti sulle “culture abitative e costruttive mediterranee”. Queste espressioni architettoniche raccontano un’immaginazione condivisa, che attraversa epoche e territori, ma che nasconde ancora molti dettagli da scoprire.

Il volume riprende un discorso già avviato nel 2022 da Giorgia De Pasquale, che ha analizzato il paesaggio mediterraneo attraverso le immagini dello spazio architettonico, concentrandosi sulle ville. Questi edifici sono simboli di un’architettura capace di unire riflessione culturale e adattamento all’ambiente. L’idea è chiara: questo patrimonio non è solo una memoria del passato, ma una risorsa viva, utile a immaginare progetti capaci di affrontare sfide attuali come la sostenibilità, il clima e la qualità della vita.

Un punto chiave del dibattito è la ricerca di un’identità che vada oltre i luoghi comuni, spesso legati a nomi celebri come Casa Malaparte o Luigi Moretti. Si invita a guardare più a fondo, a scoprire esempi meno noti ma altrettanto importanti, per cogliere la ricchezza e la varietà di una cultura abitativa che non è mai uguale a sé stessa, ma si stratifica e cambia nel tempo.

Mediterraneo diviso: il dialogo che esclude

Nonostante il ruolo centrale del Mediterraneo nel formare maestri e modelli abitativi, si nota un certo cieco privilegio verso la cultura europea, a discapito di quella proveniente dalla sponda sud e orientale. Il libro di Milena Farina, pur ricco di spunti, dà poco spazio a realtà importanti come Turchia, Libano, Marocco ed Egitto. Qui, fin dagli anni Quaranta, architetti come Hassan Fathy hanno lasciato tracce fondamentali di un abitare che parla di tradizione, clima e comunità, ma le loro opere restano quasi ignorate.

Questo squilibrio apre una questione importante sull’inclusione di linguaggi architettonici fuori dal canone dominante. Archistar dell’High Tech come Richard Rogers, Norman Foster o Stefano Fuksas, che hanno rivoluzionato il modo di pensare lo spazio costruito, sono quasi assenti dal racconto. Anche Jean Nouvel, che ha progettato in Arabia Saudita il resort e il centro di ricerca a Hegra – sito archeologico patrimonio UNESCO – dimostra come forme antiche possano ispirare architetture contemporanee in dialogo stretto con la natura e la storia.

Così, l’editoria sembra spesso preferire correnti e stili che rispecchiano un’immagine precisa del Mediterraneo, lasciando ai margini esperienze diverse e ricche, diffuse lungo tutta la fascia costiera di questo mare.

Ripensare l’architettura mediterranea: oltre i cliché e i confini

Oggi l’architettura legata al Mediterraneo appare frammentata, un frammento che penalizza il senso comune di chi ci vive e limita la capacità del progetto di affrontare i tempi. Concentrarsi su un unico linguaggio, spesso post-razionalista o regionalista, impedisce di vedere la varietà di approcci e materiali che potrebbero rinnovare e migliorare l’abitare.

Nel libro di Farina non mancano però contributi di valore che aprono nuove strade. Tra questi, il saggio di Laura Marino su Aris Konstantinidis, architetto greco capace di unire costruzione e natura, apprezzato da critici come Kenneth Frampton per la sua sensibilità moderna verso il paesaggio. Altra testimonianza importante è quella di Sergio Martín Blas, che analizza la Casa Huarte a Maiorca, opera di Francisco Javier Sáenz de Oízo, e mette in luce i cambiamenti culturali e ambientali nel Mediterraneo di oggi.

Non mancano poi esempi come il rifugio progettato da Jørn Utzon a Maiorca, Can Lis, o Casa Victoria a Pantelleria, studiata da Giorgia De Pasquale, che sottolinea il recupero del rapporto con il suolo come segno di radicamento e rispetto per la terra. Questi casi mostrano come l’architettura moderna possa dialogare in profondità con il contesto mediterraneo, trovando un equilibrio tra innovazione e tradizione.

Il “Laboratorio Mediterraneo” invita a ripensare la progettazione, chiamata a interpretare non solo forme ma anche significati, storie e bisogni di chi abita queste terre. Serve apertura culturale e spirito critico per valorizzare un patrimonio ricco e complesso, capace di guardare avanti senza dimenticare da dove viene.

Redazione

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