Due artisti ucraini a Madrid: una mostra che svela la guerra senza eroismo

La guerra non è mai quella scena epica che immaginiamo, dice Roman Khimei, uno degli artisti ucraini protagonisti della mostra al Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid. Qui, tra tele e installazioni, si svela un’altra faccia del conflitto: fatta di frammenti, di attimi sospesi che sfuggono alla retorica dell’eroismo. Non è cronaca né semplice commemorazione. È un viaggio nel quotidiano stravolto dalla guerra, nei gesti minimi e nelle presenze invisibili ma opprimenti che segnano la memoria collettiva. La spettacolarizzazione lascia il posto a uno sguardo più intimo, più vero.

Brecht e il montaggio delle immagini: una lezione ancora attuale

Negli anni ’50, Bertolt Brecht pubblicava “Kriegsfibel”, un libro che rompeva con la rappresentazione spettacolare della guerra usando un montaggio di fotografie e brevi epigrammi. L’obiettivo non era mostrare battaglie o eroismi, ma svelare le implicazioni sociali e politiche nascoste dietro scene apparentemente marginali: gesti quotidiani, momenti di vita colpita dal conflitto. Le immagini, accompagnate dal testo, costruivano una vera e propria lezione di sguardo critico, invitando a leggere la guerra in modo più profondo e sfaccettato. Brecht anticipava così un modo di vedere il conflitto lontano dalla spettacolarità, concentrandosi su quello spazio “tra un’immagine e l’altra”.

Questa intuizione risuona ancora oggi nell’arte contemporanea, e si ritrova nel progetto “Pedagogies of War” presentato a Madrid. Khimei e Malashchuk si confrontano con le stesse domande, usando però strumenti diversi come il reenactment e videoinstallazioni, per mostrare la guerra non come evento straordinario e romanticizzato, ma come una realtà che irrompe nella vita di tutti i giorni.

Reenactment e guerra: un racconto lontano dagli eroi di cartapesta

Il reenactment storico è spesso associato alla ricostruzione di battaglie o eventi celebri, con una componente spettacolare o celebrativa. Ma nel lavoro di Khimei e Malashchuk questa pratica cambia pelle. Non si tratta di replicare il conflitto per metterlo in mostra, ma di usarlo come sfondo per esplorare le tracce che lascia nella vita quotidiana e nella memoria collettiva.

Le loro opere spostano l’attenzione sull’interruzione della normalità, su gesti semplici e attimi di attesa che restano ai margini delle narrazioni più diffuse. In “The Wanderer” , la figura del soldato caduto riacquista un’umanità fragile, lontana dall’idealizzazione che spesso accompagna certe rappresentazioni nazionaliste. Prendendo spunto da Caspar David Friedrich, gli artisti mettono in luce una soggettività spesso negata o distorta.

Anche la scelta di attori non professionisti e ambientazioni di tutti i giorni in “We Didn’t Start This War” , opera multicanale commissionata dal Museo, sottolinea questa volontà di non spettacolarizzare la guerra. Qui il conflitto emerge nelle piccole rotture della routine, nella difficoltà di andare avanti senza una grande narrazione epica alle spalle.

Immagini operative e guerra: pensare il conflitto oltre lo schermo

Il lavoro curatoriale di Chus Martinez e i riferimenti teorici della mostra si appoggiano a filosofi e artisti come Immanuel Kant, Carl von Clausewitz e Harun Farocki. Kant vedeva la guerra come una “pratica” dello Stato che continua anche fuori dal campo di battaglia. Clausewitz parlava della “nebbia” che avvolge la maggior parte delle azioni belliche: incertezza e informazioni a metà.

Harun Farocki ha indagato le immagini create per scopi militari e tecnici, cioè immagini pensate non per essere viste ma per funzionare all’interno di sistemi operativi. Questo tipo di rappresentazione perde la dimensione umana, cancellando la storia personale dietro il conflitto.

Nell’installazione “Open World” , gli artisti raccontano una storia paradossale di esilio ucraino. Un giovane usa un cane robotico, nato come strumento bellico, per ripercorrere luoghi della sua infanzia ormai distrutti o abbandonati. Il robot diventa così un mezzo che media memoria e ricordo, aggirando la narrazione dolorosa con un dispositivo freddo ma allo stesso tempo intimo.

“Pedagogies of War”: la guerra che si nasconde nel quotidiano

La mostra “Pedagogies of War” si muove su un filo teso tra due poli: da un lato la guerra che entra nella vita di tutti i giorni senza mostrarsi sempre come violenza esplicita; dall’altro, il regime contemporaneo delle “immagini operative” che riduce il conflitto a flussi di dati e immagini funzionali.

Tra le opere più forti c’è “You Shouldn’t Have to See This” , dove Khimei e Malashchuk invitano a uno sguardo sospeso su bambini ucraini rapiti durante la guerra e poi restituiti alle loro famiglie. La scena è ambigua, incerta: i bambini sembrano dormire, o forse fingono di farlo. Un’immagine che mette in discussione il confine tra empatia e voyeurismo. Questa ambiguità libera l’immagine dalla logica di strumento di guerra, restituendo piena umanità a questi piccoli protagonisti.

L’installazione a tre canali “We Didn’t Start This War” riassume questo spirito: senza mostrare bombe o soldati in azione, racconta la fatica di andare avanti nonostante la distruzione. Gli attori, pur non professionisti, interpretano scene di vita segnata da un conflitto che non si mostra mai come uno spettacolo, ma si insinua nelle pieghe più nascoste dell’esperienza umana.

La proposta curatoriale e artistica invita quindi a vedere la guerra non come un evento unico da guardare passivamente. Serve sviluppare uno sguardo critico, capace di leggere le immagini e i segni che emergono dal conflitto, per trasformare la visione in strumento di comprensione, e non in semplice ricezione di una spettacolarizzazione illusoria.

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