«Il corpo non mente», scrive Teresa Macrì, e in Stato d’incanto quel corpo si trasforma, si frammenta, si ricompone. Non è più solo danza, ma un territorio fluido dove convivono gesto, rituale e politica. Il libro, uscito nel 2025 per Postmedia Books, scava nelle pieghe della post-danza, quella scena in continua evoluzione che sfida le regole classiche, mescolando performance e non-danza. Dieci capitoli, dieci parole chiave, dieci artisti raccontati con uno sguardo che sembra un’archeologia del movimento contemporaneo. Qui, il corpo non si limita a muoversi: parla, si fa racconto, si apre a nuove forme.
Judson Dance Theater, il punto di partenza di una rivoluzione
Il libro si apre con il racconto del Judson Dance Theater, l’esperienza chiave di una svolta radicale negli anni Sessanta a New York. Qui il corpo diventa strumento di sperimentazione, liberandosi dai vincoli della danza accademica. Simone Forti emerge come figura centrale: la sua pratica e riflessione sul corpo segnano un percorso che esplora gli spazi urbani, le relazioni sociali e l’incontro con altre arti. In una New York fatta di portuali e avanguardie, si spazzano via i confini tra teatro, danza, arte visiva e musica.
Macrì ripercorre l’ambiente che ruotava attorno a Judson — dal Living Theatre a Fluxus, passando per nomi come Allan Kaprow e Trisha Brown — e descrive un clima di fermento che ha gettato le basi per la danza contemporanea. Richard Sennett, sociologo e urbanista, racconta di quando da giovane abitava sopra il teatro, vicino al Dirty Dick’s Foc’sle bar, immerso in un’atmosfera libertaria che più tardi avrebbe analizzato nel suo Usi del disordine. Quel fermento, dice, ha lasciato una traccia profonda nel modo di pensare lo spazio urbano e il corpo.
La danza oggi: il corpo che si libera e si reinventa
Nel libro emerge con forza un’idea chiara: la danza si stacca dal palcoscenico classico e dalle regole rigide. Per Macrì, il corpo abbandona i modelli tradizionali e diventa strumento di sperimentazione che attraversa la vita di tutti i giorni, l’alienazione, la ricerca di libertà. La post-danza mescola improvvisazione e rituali liminali; ogni gesto è carico di tensione e nuove possibilità.
La svolta decisiva arriva con John Cage e Merce Cunningham, che aprono la danza al caso e alla fusione con altre arti. Questo scardinamento fa uscire la danza dal teatro, la mette in contatto con lo spazio urbano, i gesti quotidiani e i corpi alienati. Il corpo diventa così custode di una nuova soggettività, non più superficie da modellare, ma campo dove storie e tempi diversi si incontrano.
Le parole chiave scelte per ogni artista, come “Ripetizione” per Bruce Nauman o “Effrazione” per Andrea Sciarroni, raccontano questa continua ricerca di nuove forme. Sono concetti che si intrecciano, mostrando la post-danza come un mondo di dissonanze e aperture, dove l’arte si trasforma in esperienza collettiva.
Tra tecniche del corpo e nuove prospettive: la fenomenologia della post-danza
Macrì richiama il saggio di Marcel Mauss del 1936, Le tecniche del corpo, per capire come il corpo si modella nelle pratiche contemporanee. Mauss parla del corpo come “oggetto tecnico” e “mezzo tecnico”. Nel primo caso, il corpo si fa quasi scultura vivente, come nel lavoro di Maria Hassabi, dove il gesto riscrive memoria e storia dell’arte.
Un esempio emblematico è Site di Carole Schneemann e Robert Morris, che reinterpretano e sconvolgono la celebre Olimpia di Manet, inserendo il corpo in un gesto di sovversione estetica e politica. Qui il corpo non si limita a rappresentare, ma cambia radicalmente il modo in cui si percepisce la memoria figurativa.
Nel secondo senso, il corpo diventa “mezzo tecnico” che provoca turbamento. Artisti come Peeping Tom o Dimitris Papaioannou mettono in scena corpi che evocano tensioni emotive e rimandi psicologici profondi.
Macrì individua anche un terzo livello: il corpo come campo di affetti, dove materia e “oggetti senzienti” si incrociano in un’esperienza performativa immediata e non rappresentativa. L’azione non ha significati fissi, ma si costruisce mentre accade. È un panteismo corporeo, dove l’individuo si dissolve in una pluralità di corpi che si mescolano, si uniscono e si trasformano.
Corpo plurale: la danza come esperienza collettiva
Il “corpo plurale” è uno dei concetti più profondi della ricerca di Macrì. Riprendendo un seminario di Gilles Deleuze su Spinoza del 1981, il libro usa il termine greco en panta per spiegare il rapporto tra singolo e molteplice nella danza contemporanea. “En” è l’Uno, “panta” tutte le cose: la danza diventa così un processo in cui i corpi si fondono in un’esperienza condivisa.
Questa molteplicità è centrale in tutte le forme di post-danza analizzate dall’autrice. Il corpo non è solo organismo biologico, ma un insieme dinamico di relazioni con altri corpi. Si muove e si aggrega, attraversa soglie di indeterminatezza. Da qui nascono rituali collettivi che sovvertono l’idea tradizionale di ego, aprendo alla trasformazione e allo scambio continuo.
Nel suo percorso, Macrì ritrova questa natura sospesa del corpo nella danza: una tensione fragile ma potente tra identità e alterità. Performance che non rappresentano, ma agiscono, producono effetti nel presente e aprono nuovi orizzonti di senso. Il libro è così una guida agile per orientarsi in questo mondo complesso, invitando a vedere i corpi come spazi in continuo mutamento, non come forme fisse o isolate.





