Il bar-installazione di Tobias Rehberger, cuore pulsante dei Giardini della Biennale dal 2009, è stato smantellato dopo quasi diciassette anni. L’artista, a pochi giorni dall’inizio delle operazioni, ha denunciato un preavviso troppo breve da parte della Fondazione Biennale, suscitando un acceso dibattito sul modo in cui si è gestito il passaggio di consegne. Dall’altra parte, la Fondazione ha risposto con una ricostruzione puntuale, ricordando gli accordi presi fin dall’inizio e sottolineando la necessità di un intervento per avviare un più ampio progetto di rinnovamento del Padiglione Centrale.
La Fondazione Biennale ha subito chiarito che l’opera è sempre stata pensata come temporanea e site specific, creata per la mostra Fare Mondi / Making Worlds curata da Daniel Birnbaum. Il progetto, nato per una durata limitata, è stato mantenuto per quasi due decenni in accordo con l’artista, che è stato regolarmente coinvolto nelle decisioni importanti. Secondo la versione ufficiale, la comunicazione dell’avvio dei lavori è arrivata quando l’incarico era già confermato, non all’inizio dello smantellamento vero e proprio, che invece era pianificato con un margine più ampio di quanto percepito da Rehberger.
Lo smantellamento rientra in un progetto più ampio di riqualificazione strutturale e funzionale del Padiglione Centrale, finanziato dal PNRR e coordinato dallo Studio Labics. I lavori hanno riguardato tutto l’edificio: dalla nuova pavimentazione, adeguata per eliminare le barriere architettoniche, al rinforzo delle mura, fino alla completa rifacitura della copertura con impianti innovativi e fonti di energia rinnovabile. La rimozione dell’opera era quindi necessaria per inserire il Padiglione in questo nuovo assetto, che coinvolge anche altre aree come la libreria e lo spazio educativo, anch’essi progettati da artisti nel 2009.
Il dialogo con Tobias Rehberger non si è mai interrotto in questi anni. La Biennale ha più volte finanziato interventi di manutenzione e restauro per mantenere l’opera in buono stato, sempre con la supervisione dell’artista, che ha seguito personalmente ogni fase per rispettare l’idea originaria.
Essendo collocata in uno spazio aperto e molto frequentato, l’installazione ha richiesto costanti attenzioni per il deterioramento causato dall’ambiente e dall’uso. Rehberger ha raccontato di aver cercato sponsor esterni per finanziare alcune manutenzioni, ma la Biennale assicura di essersi fatta carico direttamente di tutte le spese necessarie per preservare l’integrità e la fruibilità dell’opera.
Lo smantellamento, quindi, non è stato un colpo di scena improvviso o una decisione imposta senza confronto. È frutto di un’intesa che risale all’inizio del progetto, con la consapevolezza che l’installazione non era destinata a durare per sempre.
Recentemente, Tobias Rehberger aveva proposto di realizzare un lavoro insieme al fotografo Elger Esser, per documentare in modo poetico lo smontaggio del bar e raccontarne la storia residua. Secondo l’artista, la Fondazione Biennale avrebbe però rifiutato di posticipare i lavori per permettere questa testimonianza.
Dal canto suo, la Biennale spiega che i tempi stretti dei lavori e le disponibilità limitate dell’artista non hanno consentito di organizzare iniziative collaterali. Rehberger era stato invitato con anticipo, ma non ha potuto partecipare nelle date utili. Il coordinamento si è svolto nel rispetto delle clausole contrattuali, con una corretta documentazione fotografica e nel pieno rispetto degli accordi.
Questo episodio mette in luce le difficoltà che spesso si incontrano nel conciliare tempistiche rigide di ristrutturazioni importanti con le esigenze degli artisti coinvolti.
Il progetto di rinnovo del Padiglione, sostenuto dal PNRR, punta a rinnovare completamente la caffetteria, la libreria e l’area educativa, conferendo a questi ambienti nuove funzioni e caratteristiche architettoniche.
Per quanto riguarda il ritorno di opere di Tobias Rehberger nei nuovi spazi, la decisione spetterà ai prossimi curatori dell’Esposizione Internazionale d’Arte, che valuteranno in base alle linee guida future.
Intanto, alcune parti dell’installazione originale sono state salvaguardate: l’insegna al neon è stata trasferita all’Archivio Storico della Biennale per la conservazione, mentre i “funghi”, elementi in prestito dall’artista, sono stati restituiti a Rehberger. Il resto è stato smontato e distrutto secondo le modalità concordate, chiudendo così in modo netto e regolamentato questa lunga esperienza.
Questa vicenda è un esempio emblematico delle sfide che si presentano nel bilanciare tutela, innovazione e dialogo nelle grandi istituzioni dell’arte contemporanea.
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