Negli anni ’70 e ’80, le piazze bruciavano di tensione: operai, studenti, intellettuali borghesi si scontravano a viso aperto. Quel “personale è politico” non era solo uno slogan, ma un grido che scuoteva le coscienze femministe e non solo. Le assemblee si animavano, i cineforum e le gallerie d’arte si trasformavano in crocevia di passioni e idee ribelli. Oggi, quell’energia non è sparita, si è solo mutata. Non più corpo a corpo, ma battaglie digitali, messaggi che colpiscono con la stessa forza, nascosti dietro uno schermo. L’arte contemporanea si muove su questo confine sottile, tra storia e innovazione, in un dialogo che non smette mai di sorprendere e mettere in discussione.
Oggi, mostrare e discutere l’arte significa passare per canali e luoghi diversi rispetto al passato. Musei, spazi alternativi, gallerie e riviste cartacee convivono con immagini e messaggi che si diffondono a macchia d’olio su WhatsApp e social. Spesso chi guarda si ferma ai titoli, senza approfondire. Ma l’arte non si può ridurre a uno slogan. Il problema non è bloccare questo flusso, ma trovare modi nuovi per raccontarlo, sapendo che la rivoluzione tecnologica ed economica è ormai irreversibile. E poi, la fama non sempre va a braccetto con la capacità di capire davvero un’opera: un quadro famoso può aprire strade inaspettate o confondere chi lo osserva.
L’arte diventa così uno strumento di conoscenza che cambia forma e sensibilità. Anche se il controllo estetico resta nelle mani di pochi, l’apertura verso un pubblico più vasto allarga gli orizzonti. Fotografie, sculture, installazioni e performance nascono da questa molteplicità di sguardi. Non si tratta più di esprimere solo la fantasia infantile, ma di coinvolgere davvero diversi punti di vista, in un processo sempre in movimento. Artisti e curatori lavorano per far emergere questo dialogo tra tecnica, strumenti e percezione collettiva.
Roberto Cuoghi, vincitore del premio Pascali, ha scelto di investire nella giovane arte pugliese, rinunciando a esporre le sue opere per far spazio a cinque artisti emergenti. Tra loro c’è Michela Rondinone, materana classe 1999, che racconta il suo modo di fare arte: per lei, l’istante in cui ciò che è privato diventa pubblico, anche senza volerlo, è centrale. Si interroga sulla necessità di una ricerca “lineare” o coerente. Tornare sempre sullo stesso punto non è fissazione, ma un modo personale di guardare il mondo.
Questi pensieri si intrecciano con l’idea di esperienza artistica che Cuoghi porta avanti, superando la divisione tra emozione razionale e intuizione sfuggente. Le mostre con i giovani artisti diventano così parte del suo lavoro personale e insieme uno spazio di incontro emotivo per chi guarda. L’arte continua a dialogare con la tecnica, trasformandola e lasciandosi trasformare: dal classico affresco agli strumenti digitali moderni, ogni processo inventa nuove forme di espressione.
Il 12 marzo a Milano è stato presentato il film di Matteo Parisini dedicato a Mimmo e Francesco Jodice, padre e figlio uniti dalla passione per la fotografia. Mimmo racconta il passaggio dalla fotografia tradizionale in camera oscura a un metodo che trasforma l’immagine, rendendola meno “reale” ma più intima. Strappare foto, stampare prospettive diverse, usare la Leica come se fosse una matita: tutto questo rinnova il linguaggio fotografico, andando oltre il semplice ritratto del mondo.
Il confronto generazionale emerge anche nei modi di raccontare e vedere l’immagine, un tema sempre più importante in un mondo ipermedializzato. Come ricorda David Hockney, citato da Artribune, la tecnica è sempre stata un “ingrediente segreto” nell’arte, dagli antichi vetri delle lenti fino ai chip dei moderni algoritmi. Questo passaggio dal riflettere la luce a dominare i sistemi digitali apre nuove strade per la creatività e la percezione estetica.
La galleria Building di Milano ospita fino a maggio 2026 una mostra di Elena El Asmar, artista che lavora su disegni e dipinti dall’atmosfera sospesa, quasi aliena. Passare dal disegno su carta alla pittura su tavola dà la sensazione di un viaggio tra mondi diversi, un effetto cercato da Beato Angelico, Turner e infine Hockney. Oggi a questa tensione si aggiungono elementi tecnologici come il volo dei droni, che mettono in discussione la percezione diretta rispetto a quella mediata.
La tradizione visiva, dai manoscritti miniati alla prospettiva rinascimentale fino al futurismo, racconta la capacità umana di tradurre la realtà in immagini e suoni. La sfida è confrontarsi con un presente in rapido cambiamento, mantenendo viva la memoria e l’identità culturale attraverso pratiche artistiche che non rinnegano il passato, ma lo rilanciano dentro la modernità.
Nello studio di Marco Trinca Colonel, docente di Storia della fotografia a NABA, si trovano fotografie particolari: immagini del 1938 e del 2000, legate a momenti storici delicati, non stampate come si fa di solito, ma composte da strati di polvere colorata. Trinca Colonel usa maschere digitali per far scorrere il colore come in un processo di setacciatura, creando opere che invitano a riflettere sulla persistenza della memoria e della storia, nonostante il passare del tempo.
Il procedimento diventa una potente metafora: la polvere della storia non si cancella mai del tutto, ma si deposita e si ricompone continuamente. Come Duchamp, Picasso e altri maestri del passato hanno usato materiali e tecniche innovative per raccontare il loro tempo, anche Trinca Colonel costruisce un dialogo tra immagini nascoste negli archivi e la realtà di oggi, evitando letture semplicistiche. Le sue opere, pur toccando eventi controversi come quelli legati a Trump o a tensioni geopolitiche globali, sfuggono alla facile etichetta per aprire una riflessione sul ruolo profondo dell’arte nella nostra società.
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