Ancona Capitale Italiana della Cultura 2028: Perché Serve un Ripensamento del Concetto Tradizionale

Ancona ce l’ha fatta. Da mesi quel nome circolava come possibile Capitale italiana della Cultura 2028, un’anticipazione che non era più un segreto, ma un sussurro condiviso tra istituzioni e addetti ai lavori. Il dossier presentato dalla città marchigiana era solido, ricco di progetti ambiziosi e idee fresche, tanto da sembrare favorito dal Governo. La prova davanti alla commissione ha confermato le aspettative, portando a un risultato che molti, in fondo, già immaginavano. Tuttavia, dietro l’entusiasmo per questa nomina si intravede un’ombra: il concorso stesso, con le sue regole e dinamiche, ha mostrato nel tempo qualche crepa. Ancona, pur meritando i riflettori, si trova così a rappresentare una storia più complessa, fatta di luci e ombre, ben oltre la semplice vittoria.

Il centrodestra domina le candidature: casualità o tendenza?

Un dato che non passa inosservato: nove delle dieci città in short list nell’ultima edizione hanno un sindaco di centrodestra. Un fatto che si ripete da anni, come succedeva in passato quando era il centrosinistra a fare la parte del leone nelle amministrazioni comunali. Si potrebbe liquidare come coincidenza, e forse lo è, ma la frequenza del fenomeno fa nascere qualche sospetto. La commissione di valutazione è composta da esperti di comprovata esperienza e buona fede, ma è difficile pensare che possa essere davvero indipendente al cento per cento in un contesto così politicizzato. Intanto, si fa sempre più urgente rivedere le regole del premio, nato oltre dieci anni fa, per adattarle alle nuove sfide culturali e sociali delle città.

La competizione ha comunque lanciato un messaggio chiaro: per molti sindaci è un’occasione per mettere in luce il patrimonio artistico e culturale delle proprie città. Ma il rischio è che tutto si riduca a un evento da cavalcare per visibilità mediatica, più che a un reale investimento nel lungo periodo. E questo spinge a riflettere sul vero ruolo di questo riconoscimento e sul futuro che potrebbe avere.

Capitale italiana della cultura: una storia breve e qualche limite

Il titolo di Capitale italiana della Cultura nasce ufficialmente nel 2014, proprio mentre Matera si preparava a diventare Capitale europea della Cultura per il 2019. Fu allora che l’allora ministro Dario Franceschini annunciò a sei sindaci finalisti che, se non fossero stati scelti per l’Europa, avrebbero avuto comunque l’onore di essere capitali italiane l’anno dopo. Una soluzione per non lasciare indietro nessuno dei comuni più importanti sul fronte culturale.

Ma a quasi dieci anni da allora, sono poche le città che possono vantare un cambiamento reale e duraturo grazie a questo titolo. Palermo e Pesaro sono tra le eccezioni. Per la maggior parte, l’effetto si esaurisce nell’anno di celebrazioni, con un ritorno soprattutto promozionale. Finita la festa, spesso restano solo progetti a metà, senza un impatto stabile su strutture o servizi culturali.

Forse è per questo che tante città si buttano ogni anno nella competizione, sperando in una svolta. Ma troppo spesso l’investimento si concentra sulla comunicazione e sull’attrazione turistica, più che su un vero sviluppo culturale. Così il titolo rischia di diventare solo un momento di visibilità, più che un’occasione di crescita.

Capitale europea e Capitale italiana: due mondi a confronto

Il successo di Matera nel 2019 ha creato aspettative alte e forse qualche confusione. Matera è stata un caso a sé, con un percorso che dura quasi dieci anni e coinvolge una rete fitta di enti pubblici e privati, associazioni e operatori culturali. Il budget a disposizione, tra i 40 e i 60 milioni di euro, ha permesso di finanziare eventi, restauri, infrastrutture e progetti sociali, trasformando profondamente la città.

La Capitale italiana della Cultura, invece, vive un ciclo più breve e un finanziamento molto più contenuto, tra i 3 e i 5 milioni di euro. Questa differenza rischia di generare false aspettative: molte amministrazioni puntano più al clamore mediatico che a un progetto sostenibile e di lungo termine. Il confronto con l’esperienza europea mette in luce la necessità di ripensare questo riconoscimento, per dargli più peso e durata.

Cosa possiamo imparare dall’estero? Il modello inglese

Guardando oltre confine, il Regno Unito offre un esempio interessante. La “City of Culture” qui viene scelta ogni quattro anni, non ogni anno, aumentando così importanza e impatto del titolo. Dopo Bradford nel 2025, la prossima sarà nominata nel 2029.

La competizione inglese si distingue anche per una forte partecipazione dal basso: nell’ultima selezione hanno partecipato 230 città. Chi arriva in short list riceve un premio di 60 mila sterline per lavorare al progetto. I vincitori ottengono finanziamenti molto più consistenti, attorno ai 10 milioni di sterline, e anche i finalisti possono ricevere contributi per avviare alcune iniziative.

Questo sistema premia qualità e sostenibilità, costruendo relazioni culturali solide e dando tempi adeguati per preparare un progetto ambizioso. Al centro c’è l’innovazione culturale e sociale, con investimenti a lungo termine.

Italia: formazione e prospettive ma serve di più

In Italia, le città non vincitrici ma in short list possono partecipare a un percorso formativo organizzato dal Ministero della Cultura con la Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività culturali. L’obiettivo è trasformare le idee in progetti concreti e sostenibili, promuovendo la crescita culturale e la collaborazione.

Nonostante questo, l’iniziativa sembra insufficiente a risolvere i problemi di fondo: poche risorse, tempi troppo stretti e impatto limitato. Il fatto che la competizione sia annuale tende a ridurre la portata e la possibilità di lasciare un’eredità duratura. Forse limitare le edizioni o allungare i tempi di preparazione sarebbe una strada da percorrere, per puntare su qualità e continuità.

Serve un confronto vero tra istituzioni, enti culturali e amministrazioni locali per aggiornare un regolamento oggi superato, poco adatto alle sfide e opportunità del presente. Bisogna andare oltre l’aspetto simbolico, spostando l’attenzione dalle luci della ribalta a un lavoro serio, concreto e duraturo che faccia della cultura un volano di sviluppo e inclusione.

Ancona si prepara così a vivere un’esperienza carica di speranze e potenzialità. Ma anche con il peso di interrogativi su un sistema che, nei prossimi anni, dovrà cambiare.

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