Roma, aprile 2024. Sul palco del Costanzi risuona Händel, ma non come una reliquia polverosa. Il trionfo del Tempo e del Disinganno torna a casa, nella città che lo ha visto nascere oltre tre secoli fa, e lo fa con una forza nuova. Non è solo un’opera barocca, ma una riflessione viva sulle contraddizioni di questa metropoli eterna. Tra allegorie romane e sfide contemporanee, lo spettacolo mette a nudo una Roma sospesa: splendore antico e difficoltà moderne si intrecciano, rivelando un volto reale, a volte affascinante, altre volte disilluso.
Quel “primo capolavoro romano” di Händel, scritto nel 1707, non è qui un fossile da museo, ma uno strumento per riflettere. La produzione del Teatro dell’Opera di Roma, diretta da Gianluca Capuano e con la regia di Robert Carsen, va ben oltre il semplice recupero storico. Grazie alla collaborazione con il Salzburger Festspiele e a un team artistico di alto livello – da Gideon Davey alle scene e ai costumi, a Peter van Praet per le luci, fino a RocaFilm per i video – si mescolano rigore musicale e nuovi linguaggi scenici. Il cast, con Johanna Wallroth, Anna Bonitatibus, Raffaele Pe e Ed Lyon, dà vita non solo a personaggi, ma a veri archetipi allegorici, dove il tempo scorre e il disinganno si fa tangibile davanti agli occhi degli spettatori.
La scelta di questa opera non è casuale: Il trionfo del Tempo e del Disinganno non è un’opera drammatica nel senso tradizionale. Manca di trame avvincenti o colpi di scena, ed è invece un dialogo tra forze astratte che qui si fanno concrete e familiari. Tra la bellezza ostentata, il piacere seducente, il tempo che divora e il disinganno che svela la realtà dura, l’opera diventa una riflessione su Roma stessa, con i suoi splendori e le sue crepe.
Robert Carsen evita facili modernizzazioni o forzature. Non c’è nessun tentativo di incasellare l’opera in messaggi esterni o in cliché contemporanei per mettere a suo agio il pubblico. La modernità emerge da sé, attraverso un impianto allegorico che riflette le tensioni di oggi. La bellezza, da valore morale ideale, si trasforma in un fenomeno pubblico e social, sempre sotto osservazione e manipolazione. Il piacere non è solo indulgenza, ma un continuo gioco di gratificazione e perdita. Tempo e disinganno non sono più concetti astratti, ma forze che mettono a nudo le contraddizioni di una società ossessionata dalla performance e dall’apparenza.
Sul versante musicale, Capuano evita il virtuosismo fine a se stesso e la freddezza della ricostruzione didascalica. La direzione d’orchestra dà respiro e sostanza al messaggio dell’opera, facendo emergere la verità del dramma: il momento in cui l’illusione di autosufficienza si incrina. Non è mai un trionfo consolatorio tra bene e male, ma una resa dei conti sincera e a tratti scomoda, costruita con le note e il gesto scenico, vero protagonista.
Händel compose questa opera in una Roma che stava cambiando: non più solo centro del barocco, ma neanche ancora capitale europea moderna. All’epoca la città era un simbolo di potere, ricca di committenze e cerimoniali, ma già incerta sul suo futuro materiale e reale. Il teatro, spesso costretto a farsi oratorio per motivi politici e morali, era un luogo ambivalente dove Tempo e Disinganno si incarnavano in figure vive e tangibili.
Oggi Roma vive una situazione simile. Dopo grandi eventi che hanno illuminato la città e confermato il suo ruolo religioso, culturale e mediatico, si apre una fase nuova. È il tempo del bilancio: il piacere dell’evento lascia il posto alla verifica. Ci si chiede cosa resti davvero: se le istituzioni sono più solide, se la gestione culturale è migliorata, se il legame tra centro e periferie si è rafforzato. E soprattutto, se la città saprà trasformare la sua immagine prestigiosa in progetti concreti e duraturi.
Il Teatro dell’Opera, con le sue coproduzioni e una linea artistica ambiziosa e riconoscibile, lancia un segnale importante. La conferma fino al 2030 di Francesco Giambrone come sovrintendente, sostenuta da Roberto Gualtieri, presidente della Fondazione, racconta una volontà di continuità che nel panorama culturale romano non è scontata.
Roma però deve ancora fare i conti con un patrimonio culturale enorme e complesso, che rischia di disperdersi senza una politica culturale urbana matura. La sfida è trasformare questa ricchezza in un sistema coerente, capace di mettere in rete le istituzioni, valorizzare il contemporaneo senza perdere il legame con il passato e integrare la cultura nella vita di tutti i giorni. Serve un approccio che non veda la cultura come semplice ornamento o vetrina, ma come infrastruttura essenziale della città.
Il messaggio di Händel, così come lo propone il Teatro Costanzi, è chiaro: la bellezza senza disincanto diventa retorica, e l’immagine senza un progetto si consuma senza lasciare traccia. Roma non rischia di perdere la sua bellezza, ma può perdere credibilità se non affronta il tempo, se non si misura con il disinganno che chiede di trasformare l’eredità in un presente governabile.
Questa messa in scena riaccende la riflessione sul ruolo della cultura nella Capitale, ricordandoci quanto sia cruciale per lo sviluppo urbano e sociale. Non è un monito, ma un invito a considerare con responsabilità il valore reale della cultura come chiave non solo dell’identità, ma anche della gestione della città. Qui si vede quanto un’opera del Settecento possa ancora oggi aiutarci a capire e interpretare il presente di Roma.
Shanghai si è trasformata in un palcoscenico insolito, dove la moda ha deciso di mostrarsi…
“La trasparenza non è un optional”. Questa frase, pronunciata da un dirigente durante l’ultimo incontro…
"Poteva andare peggio" è una frase che spesso usiamo per sdrammatizzare, per mettere una toppa…
Nel buio delle stanze di un manicomio di Pergine Valsugana, negli anni Cinquanta, si celavano…
Ancona ce l’ha fatta. Da mesi quel nome circolava come possibile Capitale italiana della Cultura…
Nel deserto dove si incrociano destini antichi, Iran e Arabia Saudita si affrontano come giganti…