“Wear a uniform – All on a government loan”. Quella frase di Iggy Pop, un colpo secco di scetticismo verso il potere, ancora oggi rimbalza con forza. È come un grido che attraversa decenni, un invito a non piegarsi all’omologazione. Proprio questa tensione – tra oppressione e desiderio di vivere, tra energia ribelle e resistenza sociale – prende forma alla Tim Van Laere Gallery di Roma. Lust for Life è più di una mostra: è un mosaico di voci, età e provenienze diverse, raccolte in un unico spazio per raccontare la fragilità dell’individuo e della società, soprattutto davanti a tragedie che sembrano non avere fine, come le guerre che segnano il nostro tempo.
Al centro della mostra ci sono i lavori del pittore tedesco George Grosz , un nome che ha denunciato senza mezzi termini gli orrori del suo tempo. Opere come Streit am Spieltisch , Waiting for Better Times e The Invasion raccontano la devastazione psicologica causata dai conflitti mondiali in Germania. Grosz ritrae figure spogliate della loro identità, quasi rassegnate a un destino segnato dal potere totalitario che le schiaccia.
In Waiting for Better Times si respira un senso di immobilità, una paralisi dell’anima mentre il baratro si avvicina. È un’immagine amara, che parla di impotenza davanti a un futuro incerto e minaccioso. Nel successivo The Invasion quell’angoscia si fa tangibile: i volti si trasformano in maschere mute, i corpi si consumano, si muovono senza meta sotto una bandiera sfilacciata fatta di ombre e fumo. Grosz non risparmia nulla: mostra con crudezza come il potere possa ridurre le persone a carne da macello, pronte a essere distrutte in nome di ideali freddi e distorti.
Se l’universo di Grosz è fatto di disfacimento e disperazione, la mostra romana sposta poi lo sguardo verso una luce nuova, che riaccende la vitalità. Questa svolta arriva grazie a artisti contemporanei come il belga Rinus Van De Velde e Ben Sledsens. Van De Velde, già noto per le sue mostre alla Tim Van Laere Gallery, con dipinti imponenti come Dear Rinus, my mind is explodin e Reality is generic esplora l’artificialità della nostra vita frenetica e mediatica. Il suo sguardo mette in scena un mondo che sembra una recita, dove la realtà si mostra fragile e costruita.
In parallelo, Ben Sledsens propone paesaggi utopici con opere come Seven Flowers and a Lake e Autumn Hill . Non si tratta di una fuga dalla realtà, ma di spazi simbolici per mettere in discussione le strutture rigide che opprimono storia e società. Le sue immagini evocano un futuro possibile, libero dalle strettoie degli schemi tradizionali, una luce che si affaccia dopo la tempesta di guerre e conflitti.
Un passaggio cruciale della mostra è l’installazione di Franz West . Realizzata nel 2005, l’opera si posa su un piedistallo di legno ed è fatta di materiali diversi – acrilico, polistirolo, cartone e cartapesta – invitando chi la guarda a entrare in gioco, a partecipare. Nella poetica di West c’è quel gesto che manca nelle opere di Grosz: la partecipazione critica, la costruzione di senso attraverso l’azione, un antidoto contro la paura che blocca.
Questa idea di speranza che si trasforma in movimento riflette la volontà degli artisti di dialogare direttamente con il pubblico. La mostra diventa così non solo racconto di fragilità e dolore, ma anche testimonianza di una spinta verso la rivoluzione, la creatività, la rinascita.
Tra i tanti temi che emergono, spicca quello del corpo, usato come strumento di sfida contro norme e ruoli imposti. Artisti come Carroll Dunham, con il suo uso intenso di verdi saturi in Qualiascope: Box of Light , mantengono viva una dimensione corporea e sessuale forte, spesso astratta nei suoi disegni a carboncino. Il collettivo viennese Getilin presenta la provocatoria Monna Lisa , una scultura in plastilina su legno da cui emergono parti anatomiche distorte e insolite.
La scultrice britannica Sarah Lucas denuncia senza filtri le imposizioni sul corpo femminile con Bunny Rabbit in bronzo. Questi lavori convergono in una critica radicale agli schemi rigidi e alle aspettative sociali, rifiutando soprattutto le logiche del capitalismo che fagocita ogni esperienza umana. Il corpo diventa così un manifesto di disobbedienza, un segno concreto di opposizione all’omologazione e alla mercificazione.
Nel dialogo tra opere e riflessioni emerge anche una critica al superficiale ottimismo consumistico degli anni 2000, visto più come un’illusione che una realtà. La studiosa statunitense Lauren Berlant, nel suo Cruel Optimism , racconta come la sessualità spesso complichi e interrompa l’“esistenza ordinaria”, creando tensioni nella società.
Anche l’artista inglese Rose Wylie, con Under the Sea , offre una rappresentazione irriverente e goffa della sessualità, pensata per rompere schemi e regole imposte dalla cultura dominante. La sua visione mette in luce l’imperfezione e la fragilità come elementi fondanti della vita, mostrando l’esperienza umana come un continuo tentativo e errore, lontano da ogni rigida catalogazione.
Lust for Life ci ricorda così che esistere è già una forma di ribellione — una “sete di vita” che supera apatia e controllo, in attesa di quei “tempi migliori” che Grosz evocava con angosciosa chiarezza.
—
La mostra Lust for Life resta aperta alla Tim Van Laere Gallery, nel cuore culturale di Roma, invitando il pubblico a una riflessione profonda sull’uomo e sul suo stare in un mondo che spesso tenta di annullarlo.
Nel cuore del deserto californiano, tra polvere e luci pulsanti, Anyma ha riscritto le regole…
Il 30 aprile 2026, nell’Auditorium di San Tommaso all’Università di Pavia, il thermal imaging cambia…
Nel cuore di Milano, varcare la soglia della casa museo Boschi di Stefano è come…
Duemila opere d’arte raccolte sotto un unico tetto, distribuite su 5.000 metri quadrati. Un museo…
«Non credevo potesse finire così», ammette uno dei due amici, mentre la stanza si riempie…
A Milano, a pochi passi dal trambusto del centro, tra Villaggio Olimpico e Rogoredo, spunta…