Nel 1226, nella piccola Porziuncola di Assisi, si spegneva San Francesco, un uomo destinato a cambiare per sempre la storia religiosa e culturale d’Europa. Due anni dopo, sarebbe stato proclamato santo, diventando un simbolo universale di povertà e dedizione. La sua scelta di vita, così radicale e autentica, ha attraversato i secoli, lasciando un segno indelebile non solo nella fede, ma anche nell’arte e nella società. Ancora oggi, migliaia di persone si recano ad Assisi per rendere omaggio alle sue reliquie, con una devozione paragonabile solo a quella per la Sindone. Per ricordare questo anniversario, l’Umbria celebra con una mostra che mette insieme capolavori di Giotto e dei giotteschi umbri, svelando il loro ruolo fondamentale nel rinnovamento artistico e spirituale dell’epoca.
La mostra parte proprio da San Francesco, un uomo che ha avuto il coraggio di rinunciare ai beni materiali per vivere in povertà e dedicarsi agli ultimi. Questa scelta radicale, che cambiò profondamente la Chiesa medievale, trova un parallelo nell’arte di Giotto. Il pittore, infatti, fu un innovatore che abbandonò la “maniera greca” per rappresentare la realtà in modo più vero e naturale. Il suo lavoro ad Assisi, soprattutto negli affreschi della Basilica di San Francesco, segnò una svolta decisiva nell’arte europea del Trecento.
La Basilica, voluta dal Papato per custodire degnamente le spoglie del santo, fu costruita rapidamente ma con molte difficoltà. Inaugurata nel 1230, la decorazione pittorica iniziò solo decenni dopo, nel 1288, quando papa Niccolò IV affidò i lavori ai più importanti maestri romani del tempo. Tra questi spiccò Giotto, giovane artista formato sotto la guida di Cimabue. Già nelle prime “Storie di Isacco” si notava il suo interesse per il realismo e l’espressività emotiva. La sua freschezza e l’attenzione alla natura segnarono una netta rottura con le consuetudini dell’epoca.
Giotto rimase a lungo impegnato nel cantiere di Assisi, lavorando soprattutto nella Basilica Superiore e guidando la sua bottega nelle decorazioni del livello inferiore, un lavoro che si protrasse nei primi decenni del XIV secolo. In questo lungo periodo mise a punto un nuovo linguaggio pittorico, fatto di forme semplici ma piene di forza comunicativa, che influenzò molti artisti del tempo.
La mostra di Perugia riunisce per la prima volta numerosi prestiti da musei internazionali, creando un dialogo diretto tra Giotto e i cosiddetti giotteschi umbri e senesi. Opere come la “Madonna di San Giorgio alla Costa” e il “Polittico di Badia” mostrano le sperimentazioni del maestro, con particolare cura nel rendere emozioni e profondità spaziale. Questi lavori anticipano la diffusione dello stile giottesco, che rompeva con la tradizione bizantina per avvicinarsi a un linguaggio più vicino alla nostra percezione visiva.
Accanto agli eredi di Giotto, la mostra presenta anche i protagonisti del gotico senese, che portarono ad Assisi un gusto più raffinato e decorativo. Questi artisti inserirono nella Basilica Inferiore elementi che richiamano la cultura cortese e cavalleresca delle città toscane e umbre, creando un confronto stilistico decisivo per l’arte italiana.
Simone Martini è il nome più rappresentativo di questo movimento, con scene eleganti e preziose come le “Storie di San Martino”. La sua “Madonna con Bambino” per Orvieto è un esempio di raffinatezza, con dettagli gemmati e ricami che esaltano la bellezza dell’immagine sacra. Al suo fianco, Pietro Lorenzetti mostra un temperamento più morbido e umano, con un uso delicato del chiaroscuro, in linea con l’eredità giottesca. Questi due artisti raccontano il ricco panorama artistico che animò Umbria e Toscana nel Trecento.
La parte finale della mostra si concentra sulla Basilica Inferiore di Assisi, cuore spirituale del complesso e custode delle reliquie del santo. Qui Giotto e la sua bottega realizzarono le “Storie dell’Infanzia di Cristo”, i “Miracoli” e “Gloriosus Franciscus”, opere di grande intensità emotiva e spirituale. Tra i capolavori in mostra spicca un frammento della “Testa femminile”, l’unica parte rimasta della decorazione originale della Gloria Celeste.
Insieme a questi dipinti si possono ammirare le vetrate del Maestro di Figline, artista recentemente identificato, e altre opere di Palmerino di Guido e Puccio Capanna. Quest’ultimo, con il suo stile delicato e innovativo, ha lasciato un segno profondo nella rappresentazione francescana, tanto da essere scelto per l’immagine di copertina della mostra. Questi lavori sono un perfetto equilibrio tra spiritualità e realismo, che mantiene viva la Basilica come un’opera d’arte pulsante.
Visitare la Galleria Nazionale dell’Umbria, che ospita la mostra fino al 14 giugno 2026, è un’occasione unica per immergersi in un momento cruciale della cultura italiana e seguire le tracce del genio di Giotto e dell’eredità di San Francesco. Anche un viaggio ad Assisi, confrontando le opere con il luogo in cui nacquero queste rivoluzioni, restituisce il vero senso di una storia senza tempo.
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