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A Roma la mostra di Erica Mahinay: l’arte californiana che celebra il valore della lentezza

La pittura è ritmo, corpo, materia sembra sussurrare la tela di Erica Mahinay. Nata nel 1986 a Santa Fe, ma cresciuta artisticamente a Los Angeles, questa artista californiana ha scelto di rompere con l’idea tradizionale di immagine nitida e definita. Le sue opere non raccontano storie con figure precise, ma con i segni lasciati dal gesto, dal tocco, dal movimento stesso della mano. Da anni, Mahinay trasforma la tela in un campo vivo, un paesaggio tattile dove il tempo si imprime insieme alla materia. Ora, la sua arte approda a Roma, negli spazi di T293, invitando chi guarda a un’esperienza che va oltre la semplice visione: un coinvolgimento totale, dove si può quasi sentire il respiro della pittura.

Da Santa Fe a Los Angeles: la formazione di Erica Mahinay

Erica Mahinay ha studiato in alcune delle scuole d’arte più importanti negli Stati Uniti. Dopo il BFA al Kansas City Art Institute nel 2008, ha conseguito l’MFA alla Cranbrook Academy of Art nel 2013, un luogo noto per la sperimentazione e l’approccio interdisciplinare. Qui ha iniziato a lavorare sul corpo come strumento e soggetto, unendo gesto e superficie in un’esperienza tattile e visiva.

Il suo lavoro è entrato presto in collezioni di rilievo, come la Marciano Art Foundation di Los Angeles e la Pinault Collection di Parigi, confermando la sua voce nel contemporaneo. Nel 2023 ha partecipato alla biennale “Made in L.A.: Acts of Living” all’Hammer Museum, dove ha affrontato temi legati alla vita quotidiana. Nel 2024 ha ricevuto il Foundation for Contemporary Arts Creative Research Grant, grazie al quale ha collaborato con la Ceramica Suro di Guadalajara, dimostrando ancora una volta come materia e ricerca possano fondersi su scala globale.

Pittura come corpo e materia: dentro il gesto di Mahinay

Al centro dell’arte di Mahinay c’è la materia della pittura e il rapporto fisico con i colori. Lei usa il corpo per versare, far gocciolare, cancellare il pigmento, lavorando su superfici che cambiano aspetto: trasparenti, ruvide, lucide o opache. Ogni gesto lascia una traccia, un segno della presenza fisica e del tempo speso nel lavoro, trasformando ogni tela in una testimonianza del momento in cui è stata fatta.

Le sue superfici si stratificano come una danza tra aggiunte e sottrazioni di colore. Il tempo non è solo una misura, ma un evento che si manifesta nel fluire dei pigmenti, che scorrono e poi si fissano. Non è un’azione impulsiva: Mahinay osserva e interviene più volte, cercando un equilibrio tra tensione e armonia, in un dialogo meditato tra corpo e materia.

La sua tecnica ricorda il “staining” di Helen Frankenthaler, basato sull’assorbimento del colore nella tela, ma con un’attenzione al corpo e al tempo che aggiunge una nuova dimensione sensoriale. Le sue opere parlano anche alla neuroscienza, che spiega come la vista coinvolga altri sensi e generi sensazioni corporee complesse. Qui, il sensuale e il percettivo si incontrano e si fondono.

Rhythms a T293: un invito a guardare da vicino

La mostra Rhythms, negli spazi di T293 a Roma, presenta ventiquattro piccoli lavori pensati per un’osservazione attenta. Ogni pezzo invita a cogliere le sfumature di tono, le linee morbide, le forme che sembrano sospese tra visione e sensazione. L’intera esposizione si svolge come una partitura fatta di movimenti e pause, ritmi irregolari che ricordano la musica di Olivier Messiaen, celebre per i suoi tempi non lineari e i colori sonori raffinati.

Un altro spunto viene dall’antropologa Kathleen Stewart e dalla sua “sintonizzazione atmosferica”, che parla di come le emozioni del quotidiano attraversino la vita in modo sottile ma continuo. Le opere di Mahinay diventano così mappe tattili e visive, sempre in bilico tra leggibilità e dissolvenza, che richiamano la natura mutevole del percepire. I gesti e le mani non si vedono direttamente, ma restano tracce, echi di una presenza sfumata, suggerendo un dialogo che non finisce mai tra corpo e mondo.

Il segno di Mahinay nell’arte contemporanea

Erica Mahinay porta una voce originale nel panorama artistico contemporaneo, rinnovando le radici dell’espressionismo astratto americano. Prende in prestito alcuni suoi principi e li trasforma con una sensibilità profondamente fisica e meditativa. Rallentare il ritmo, stratificare le superfici, riflettere sul gesto: è la sua risposta a un’epoca che corre e produce immagini in fretta.

Ogni sua opera è come una mappa di tempi interiori, un paesaggio segnato dalle tracce del corpo e della ricerca. A Roma, il pubblico può avvicinarsi a un lavoro che chiede di essere vissuto da vicino, per scoprire quanto sia complesso il rapporto tra toccare e guardare, in un dialogo continuo tra materia e percezione. La mostra resta aperta fino al 2 giugno 2026, in Piazza del Catalone 8, offrendo un’occasione preziosa per conoscere un’artista che sta lasciando il segno nell’arte contemporanea internazionale.

Redazione

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