A Venezia, nell’Arsenale della Biennale 2026, prende forma un simbolo potente: The Origami Deer di Zhanna Kadyrova. Non è un semplice oggetto d’arte, ma un frammento di guerra, scampato al caos e ora esposto al centro di una delle più grandi manifestazioni culturali del mondo. Quel cervo di carta piegata racconta una storia più grande, fatta di promesse tradite e di un equilibrio globale che si sgretola sotto i nostri occhi. Mentre molti si concentrano su bellezza e identità nazionale, l’Ucraina sceglie di mostrare la sua ferita aperta, senza filtri, obbligandoci a confrontarci con il vero significato di sicurezza e stabilità in tempi incerti.
The Origami Deer: da residuato sovietico a simbolo di pace e distruzione
Al centro del Padiglione Ucraina c’è The Origami Deer, realizzato da Zhanna Kadyrova nel 2019 a Pokrovsk. La scultura nasce su un relitto di un jet sovietico Su-15, un intercettore che poteva trasportare armi nucleari. Quel pezzo di storia militare è stato smantellato e sostituito da una figura fragile e carica di significato. Il cervo di cemento, piegato come un origami, vuole incarnare una speranza di pace, un tentativo di risignificare uno spazio segnato dal potere militare. Ma la guerra ha trasformato quel gesto in qualcosa di molto più urgente e doloroso.
Dopo essere stata portata via dalla linea del fronte, la scultura ha percorso circa 6.000 chilometri fino a Venezia, attraversando diverse città europee in un convoglio. Questo spostamento aggiunge un nuovo livello all’opera: diventa testimone tangibile di un trauma vissuto, un reperto sfollato, non solo un oggetto artistico. Fragile come carta, il cemento si carica di un peso politico forte, capovolgendo la sua semplice natura estetica per diventare denuncia concreta delle promesse mancate sul disarmo nucleare e sulla sicurezza internazionale.
Accanto al cervo, il padiglione mostra documenti, immagini e video che raccontano passo dopo passo il viaggio e l’evacuazione dell’opera, impedendo allo spettatore di fermarsi a una semplice ammirazione. La forza del progetto sta proprio in questo contrasto tra forma e contenuto, tra bellezza e realtà dura.
Un’accusa esplicita alla fragilità delle garanzie diplomatiche europee e mondiali
Il progetto Security Guarantees non si limita a rappresentare l’Ucraina: allarga il tiro denunciando l’illusione di sicurezza costruita su accordi e promesse spesso disattese, fragili come un “pezzo di carta”.
Per la curatrice Ksenia Malykh, l’arte contemporanea parla più forte di tante parole politiche, spesso vuote. Con l’opera fisicamente evacuata, il padiglione mette a nudo la contraddizione tra i discorsi ufficiali sulle garanzie di sicurezza e la realtà spietata della guerra che continua a stravolgere territori, vite, comunità.
L’opera non cerca compassione o pietismi. Sfida il pubblico europeo a non restare spettatore distante, ma a confrontarsi con una ferita aperta, a riconoscere il fallimento delle istituzioni politiche e la crisi dei sistemi di protezione collettiva, che implicano responsabilità comuni. Venezia diventa così non solo un palcoscenico culturale, ma un luogo attraversato da una questione politica urgente e irrisolta.
Il padiglione Ucraina e la sfida al modello dei padiglioni nazionali in tempi di guerra
Il Padiglione Ucraina si misura con un sistema, quello dei padiglioni nazionali, che appare sempre più vecchio di fronte alle crisi globali e alle guerre totali. Un modello che spesso si limita a celebrare identità o status artistici, senza affrontare la complessità e la drammaticità del presente.
Malykh insieme ai curatori Leonid Marushchak e Valentyna Rostovikova sottolineano come la loro proposta sia sia una presa di posizione politica netta sia una critica al sistema stesso. Qui l’arte reclama il diritto di dire verità scomode, di rompere la calma apparente dell’esperienza tradizionale della Biennale.
La messa in scena del trauma e della presenza sfollata di The Origami Deer, unita alla dettagliata documentazione del suo viaggio, impedisce che il progetto venga ridotto a semplice elemento decorativo. Il padiglione diventa uno specchio critico rivolto all’Europa e all’Occidente, costringendo a fare i conti con un ordine globale che si sgretola sotto i colpi della guerra.
L’opera trasformata dalla guerra e la voce degli artisti contro l’estetizzazione della tragedia
Zhanna Kadyrova ha creato il cervo prima dello scoppio del conflitto, con un messaggio di fragilità e pace. Ma la guerra ha cambiato radicalmente il senso dell’opera, che ora appare come simbolo sfollato di una crisi profonda. Il cervo è diventato testimone politico e sociale, più duro e urgente rispetto all’intenzione iniziale.
Il progetto si inserisce in un dibattito più ampio sulle responsabilità di artisti e istituzioni culturali in tempi difficili. Si moltiplicano le proteste contro padiglioni nazionali che offrono solo immagini neutre, ignorando le conseguenze politiche e umane. Security Guarantees prende una posizione chiara, rifiutando banalizzazioni e inattivismo.
Mostrare il trauma e la violenza in un contesto come la Biennale di Venezia non vuole solo raccontare una storia. Vuole scuotere istituzioni e pubblico, spingendoli a riflettere su come l’arte possa diventare uno strumento di verità e solidarietà in un momento in cui l’ordine mondiale è profondamente messo in discussione.
Il viaggio di The Origami Deer, dalla frontiera di Pokrovsk ai Giardini di Venezia, incarna questa urgenza. La sua presenza alla Biennale 2026 non è solo un evento artistico, ma un momento chiave per aprire il dibattito pubblico su sicurezza, memoria e responsabilità politica internazionale.





