«Ottant’anni di architettura italiana in mostra»: così prometteva la rassegna “Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026” al MAXXI di Roma. Un titolo ambizioso, che avrebbe dovuto raccontare il talento e le trasformazioni culturali nate dopo la Seconda guerra mondiale. Invece, appena varcata la soglia, ci si scontra con una selezione disordinata, fatta più di materiali già noti che di nuove scoperte. Quel che manca, più di tutto, è un vero racconto: il percorso appare frammentato, senza un filo che guidi lo spettatore. Il risultato? Una mostra che, più che arricchire, lascia con un senso di vuoto e confusione.
Una narrazione frammentata e senza direzione
Mettere in mostra oggetti non basta per raccontare una storia, soprattutto quando si parla di architettura, un campo che intreccia idee, culture e trasformazioni sociali. Al MAXXI, però, i curatori non sono riusciti a mettere insieme un racconto coerente. Le quattro sezioni della mostra sembrano accostate senza una logica precisa, quasi scollegate tra loro.
All’ingresso si trovano otto protagonisti contemporanei, scelti senza un criterio evidente. Alcuni di loro hanno avuto un ruolo marginale nel panorama attuale, e la loro presenza sembra più casuale che significativa. Dopo questa prima tappa, questi nomi quasi scompaiono dal resto dell’esposizione, lasciando il pubblico senza riferimenti solidi. La seconda sezione prova a fare un’analisi tematica e tipologica dell’architettura italiana dal dopoguerra a oggi, ma è un archivio povero di opere di rilievo e di figure chiave. Pezzi sparsi si susseguono senza un filo critico, privando la mostra della profondità necessaria.
La mancanza di opere fondamentali e di nomi importanti come Casamonti, De Lucchi o Cucinella rende evidente l’incapacità di tracciare una mappa organica della disciplina. La mostra si riduce così a un insieme di elementi scollegati, senza fornire chiavi interpretative sui cambiamenti culturali e tecnici che hanno segnato il settore.
“Generazione Erasmus”: una scelta poco convincente
La terza parte è dedicata a otto studi contemporanei, etichettati come “generazione Erasmus”, cioè architetti tra i 50 e i 60 anni chiamati a rappresentare l’oggi italiano. Anche qui la selezione lascia perplessi. Non si capisce bene su quali basi siano stati scelti, e la concentrazione quasi esclusiva sulle città del Nord Italia ignora realtà importanti del resto del Paese.
Senza spiegazioni chiare, la mostra sembra una semplice lista di nomi autorevoli ma scollegati, senza un confronto tra approcci e visioni che avrebbe potuto mettere in luce tendenze o contrasti nella scena architettonica attuale. Il risultato è una visione incompleta, che trascura differenze regionali, influenze culturali e relazioni tra generazioni diverse.
Il MAXXI e il suo ruolo incerto nell’architettura contemporanea
L’ultima sezione riguarda una generazione ancora più giovane, ma la scelta dei progetti si basa su un premio interno del MAXXI dedicato a spazi temporanei, non su una selezione critica. Alcuni studi esposti hanno già cessato l’attività, sottolineando l’assenza di una strategia coerente.
Il MAXXI, nato nel 2010 con l’edificio di Zaha Hadid, aveva suscitato grandi aspettative come polo internazionale dell’architettura contemporanea. Dopo sedici anni, però, il bilancio è incerto. Tante iniziative si sono succedute, ma poche hanno lasciato un segno duraturo o una linea culturale chiara. Le direzioni curatoriali si sono alternate senza una strategia precisa, dando l’impressione di un museo che cerca di fare troppo senza eccellere.
La mostra “Vitalità dell’architettura italiana” riflette questa ambiguità. Ci sono elementi interessanti, ma manca quella spinta critica che serve a trasformare una semplice raccolta in un contributo culturale significativo. Mancano approfondimenti su scuole italiane, movimenti del Novecento e dibattiti che hanno segnato la disciplina. La narrazione storica resta frammentaria, senza costruire un quadro complessivo.
Le critiche esterne e qualche proposta per il futuro
Un segnale arriva da una lettera aperta inviata alla direzione del MAXXI dall’architetto Valerio Paolo Mosco. Mosco denuncia una tendenza ormai diffusa: mostre che presentano progetti senza un vero sguardo critico, trasformando le esposizioni in semplici eventi superficiali, quasi una ripetizione di contenuti reperibili online.
Tra le sue proposte concrete, Mosco chiede che ogni mostra si fondi su una ricerca rigorosa e che abbia un catalogo scientifico scritto da un gruppo di esperti, non solo da un singolo curatore. Suggerisce poi rotazioni obbligatorie nei ruoli curatoriali per evitare la concentrazione di potere e di idee, e l’introduzione di concorsi internazionali per rinnovare il panorama culturale e favorire il ricambio generazionale.
Queste idee puntano a restituire al MAXXI un ruolo più autorevole e professionale, capace di trasformare le sue iniziative in momenti di dialogo e approfondimento, non solo in vetrine temporanee.
La mostra “Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026” è un campanello d’allarme. Un’occasione persa per raccontare un percorso straordinario, segnato da grandi maestri e continue rinascite, che invece si è ridotto a un’esposizione disorganica e priva di incisività. Per il futuro del MAXXI e dell’architettura italiana serve un impegno più rigoroso, capace di ridare valore e prospettiva a una disciplina fondamentale per la cultura e il paesaggio del Paese.





