Il 2 agosto 1980, una bomba esplose nella stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e segnando per sempre la città. Quel dolore, e altri ancora, riaffiorano ora alla Villa delle Rose, dove un progetto artistico li trasforma in memoria viva. Non è una semplice mostra: dieci artisti si confrontano con le ferite profonde che la città porta addosso, traducendole in immagini, suoni, emozioni. Dal 21 al 28 giugno, Bologna si mette a nudo, raccontandosi attraverso episodi che spesso si vorrebbero dimenticare ma che ancora definiscono il suo volto.
Alla Villa delle Rose, l’arte che ricompone la memoria di Bologna
In un luogo che da sempre è cuore pulsante della cultura bolognese, la Villa delle Rose ospita un percorso espositivo denso e significativo. “Le ferite di Bologna” raccoglie opere di dieci artisti italiani, scelti per il loro legame con la città e la capacità di trasformare in immagini i drammi legati a fatti storici cruciali. Ognuno ha lavorato su una carta speciale, la Amatruda, simbolo di tradizione e resistenza, cucendo idealmente le sofferenze della città con tratti di creatività e riflessione. Le opere non sono semplici illustrazioni, ma veri e propri dialoghi con la memoria collettiva, offrendo uno sguardo critico ed emotivo su eventi che hanno spezzato il tessuto urbano e sociale.
Tra i protagonisti spiccano nomi come Luca Bertolo, capace di unire arte visiva e concettuale, Adelaide Cioni, che affronta i temi sociali con un approccio psicologico, e Francesca Grilli, impegnata in riflessioni su storia e politica. David Casini e Tommaso Silvestroni invece portano nelle loro creazioni un dialogo tra memoria e contemporaneità, rileggendo il passato con sensibilità moderna.
Bologna tra autonomie tradite e ferite politiche: le date che hanno segnato la città
Il progetto affonda le radici in episodi storici che hanno segnato profondamente Bologna, toccando nervi scoperti come autonomia, conflitti politici e fiducia nelle istituzioni. Ogni tappa rappresenta un momento in cui la città ha subito quelle che si chiamano “ferite”, fratture traumatiche che hanno lasciato tracce nell’identità urbana e nell’anima dei cittadini. Tra queste, emerge la rivolta dello Studium del 1321, uno scontro tra poteri accademici e autorità cittadine.
Si ricorda poi il Guasto dei Bentivoglio del 1507, quando la potente famiglia fu esiliata, lasciando Bologna in balia di turbolenze politiche. Il 1920 è segnato dalla bomba a Palazzo d’Accursio, un attentato che sconvolse la scena locale e nazionale. Tra i drammi più recenti ci sono la strage dell’Italicus nel 1974, la morte di Francesco Lorusso nel 1977 e le tragedie di Ustica e della stazione del 1980, alcune delle pagine più oscure della storia repubblicana.
Negli anni ’90 Bologna ricorda ancora la scia di sangue della Uno Bianca nel 1991, una serie di crimini che scossero la città, e l’omicidio di Marco Biagi nel 2002, evento che gettò un’ombra pesante sulla politica e sul dialogo sociale. Questi fatti, messi insieme, raccontano una città che ha attraversato momenti di grande difficoltà, ferite che l’arte oggi cerca di rielaborare e restituire come stimolo per riflettere.
Un progetto artistico nazionale che racconta le ferite delle città italiane
“Le ferite di Bologna” fa parte di un’iniziativa più ampia che, passando per varie città italiane, prova a interpretare le cicatrici nascoste nelle grandi metropoli del Paese. Tutto è partito da Roma nel 2023 con “Le ferite di Roma”, alla Galleria Mattia De Luca, poi è toccato a Milano con la mostra alla Triennale e a Torino, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Ogni città offre la sua lettura dei momenti traumatici, costruendo così un mosaico nazionale che racconta le tensioni più profonde dell’Italia moderna.
A curare il progetto è Spazio Taverna, un laboratorio curatoriale fondato da Ludovico Pratesi e Marco Bassan. L’iniziativa si presenta come un’indagine culturale che spesso manca nei discorsi pubblici. Affidare la narrazione di questi traumi all’arte permette di rendere visibile ciò che spesso resta nascosto, creando simbolicamente uno spazio di possibile guarigione collettiva. A Bologna, più che altrove, il dialogo tra passato e presente si fa urgente e necessario, vista la complessità della sua storia.
L’evento alla Villa delle Rose resta aperto solo dal 21 al 28 giugno 2026, ma il messaggio che porta con sé è forte e duraturo. Grazie all’arte si riaprono spazi di confronto e memoria, fondamentali per una città che cerca ancora il modo di rielaborare le sue ferite più profonde senza rinunciare a un futuro di cultura e partecipazione.





