Nel cuore del Sulcis Iglesiente, tra miniere spente e ciminiere che raccontano un passato di fumo e fatica, un gruppo di artisti ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. Non è solo arte: è un grido che si fa corpo, immagine, memoria. Tra discariche di metalli e fabbriche dismesse, quei volti e quei gesti smascherano una realtà spesso nascosta, fatta di degrado ma anche di storie vissute, di lotte silenziose. Qui, ogni opera parla di ambiente, certo, ma anche di politica e identità, riscrivendo la narrazione di un territorio che non vuole essere dimenticato.
Obscene al Villaggio Norman 4: quando arte e attivismo si incontrano
Il progetto Obscene nasce dall’incontro tra il collettivo Giuseppefraugallery, attivo dal 2009 nel dialogo tra arte e territorio, e tre attiviste conosciute: Mistress Belle, Jane Grey e Sonia Nowak. Da anni impegnate per i diritti dei sex workers, queste donne sfidano i pregiudizi e cercano di cambiare l’immagine pubblica di un mondo spesso marginalizzato. Il Villaggio Norman 4, un’ex area industriale del Sulcis Iglesiente, diventa il luogo perfetto per questa iniziativa che è insieme artistica e politica.
Nel 2024 partono le residenze artistiche che guidano il progetto. L’idea è chiara: usare l’estetica del sex work e del fetish per far riflettere sul degrado ambientale e sociale. Non è una provocazione fine a sé stessa. I corpi delle attiviste si inseriscono apposta in luoghi segnati dall’industrializzazione pesante, diventando simboli viventi delle contraddizioni di un territorio devastato da inquinamento, sfruttamento e abbandono. Attraverso foto e performance, queste donne spostano il confine tra scandalo pubblico e vera offesa alla vita collettiva.
Sulcis Iglesiente, tra passato industriale e ferite aperte
Il Sulcis Iglesiente ha vissuto la sua epoca d’oro con l’industria mineraria e metallurgica, poi è arrivato il conto da pagare. Per anni Iglesias e dintorni sono stati il cuore dell’attività mineraria, affiancati dal polo industriale di Portovesme. Nato per rilanciare l’economia dopo il declino delle miniere, l’impianto ha portato però nuovi problemi, soprattutto ambientali.
Le discariche di fanghi rossi, vicino a Iglesias, sono un esempio chiaro: enormi cumuli di scarti metallurgici che hanno rovinato suolo e acqua, con pesanti conseguenze sulla salute e sull’ecosistema. A questo si aggiunge l’impianto di Portovesme, che ha raddoppiato la produzione mineraria ma non ha offerto un futuro sostenibile alle comunità vicine. Il territorio ha ereditato un doppio fardello: un’economia fragile e un ambiente devastato.
Un’altra ferita è la fabbrica RWM di Domusnovas, famosa per produrre e esportare armi. Questa realtà inserisce il Sulcis in un contesto globale legato alla produzione bellica, aggiungendo un’ulteriore forma di contaminazione, non solo economica ma anche simbolica: una terra intrappolata in dinamiche di violenza e sfruttamento, lontana da sviluppo sostenibile e pace.
Obscene: arte, ecologia e transfemminismo per scuotere le coscienze
Obscene si muove tra tensioni culturali e sociali forti. Il progetto mette a confronto la percezione pubblica della sessualità, spesso vista come tabù o scandalo, con la disattenzione verso paesaggi devastati dall’industria e dalla guerra. Il collettivo e le attiviste si chiedono perché un corpo sessualizzato faccia tanto disagio, mentre disastri ambientali e sociali passano quasi inosservati.
Con performance e fotografie, Obscene ribalta le prospettive. Le protagoniste, immerse in luoghi simbolici come le discariche o l’impianto di Portovesme, diventano strumenti di rottura. Costringono chi guarda a rivedere il proprio sguardo, creando un cortocircuito tra ecologia politica, transfemminismo e memoria industriale. Il paradosso è chiaro: la vera offesa non è la sessualità esibita, ma il danno che le industrie inquinanti e la produzione di armi infliggono alla comunità e all’ambiente.
Il messaggio di Obscene è forte e urgente: la distruzione ambientale e sociale è il vero scandalo pubblico. L’arte si fa mezzo per scuotere l’opinione pubblica, per spingerla a riconoscere cosa davvero mette a rischio la qualità della vita, invece di restare intrappolata in vecchi pregiudizi senza fondamento. Al Villaggio Norman 4 prende forma così una riflessione critica e politica, che invita la Sardegna a fare i conti con il proprio passato, le sue ferite e le strade per un possibile riscatto.





