A Spoleto, le sale di Palazzo Collicola ospitano un omaggio a Filippo Marignoli, artista perugino nato nel 1926 e scomparso a Seattle nel 1995. Non si tratta soltanto di una raccolta di quadri: è un percorso che attraversa decenni di sperimentazione e di scelte coraggiose. Negli anni Cinquanta, Marignoli si è staccato dalle mode del momento, seguendo una via tutta sua, fatta di continui rinnovamenti. Con i Sei di Spoleto — gruppo che includeva nomi come Giuseppe De Gregorio e Ugo Rambaldi — ha intrecciato influenze internazionali con la sua terra d’origine, dando vita a un linguaggio unico. La sua pittura è ancora oggi una chiave essenziale per comprendere le tensioni della scena italiana del secondo Novecento, tra materia, luce e una visione nuova di natura e paesaggio.
Marignoli si forma in un ambiente culturale ricco di fermenti e contrasti. Nei suoi paesaggi e nature morte degli anni Cinquanta si avverte subito la voglia di staccarsi dai modelli dominanti del post-cubismo e dal picassismo, per cercare nuove strade espressive. Questo slancio nasce anche dal confronto con figure come Leoncillo, scultore di spicco che ha influenzato la scena artistica del centro Italia. L’esperienza con il gruppo dei Sei di Spoleto e il legame con i movimenti dell’Ultimo Naturalismo, nati a Bologna, mostrano un clima creativo fatto di condivisione ma anche di forte individualismo.
Il catalogo della mostra, attraverso un dialogo tra Fabio Sargentini e Saverio Verini, definisce questa corrente come una “variante italiana dell’Informale”, più grezza e meno regolare rispetto all’espressionismo astratto americano. Un periodo ancora poco studiato, ma che rappresenta un terreno fertile per una pittura che testimonia la voglia di rinascita dopo le devastazioni del dopoguerra.
Opere come “Paesaggio a Colleferretto” e “Natura morta con fiori secchi” del 1956 mostrano una luce che squarcia l’oscurità, una metafora che si riflette nelle superfici pittoriche. La materia viene trattata con forza, mentre i giochi di luce animano le forme con una vibrante energia. Questi lavori segnano la nascita di una personalità capace di leggere il mondo con segni e colori fuori dall’ordinario.
Il passaggio alla fase matura del lavoro di Marignoli si fa notare per la maggiore densità della materia e per composizioni che evocano scenari naturali sconvolti da tempeste interiori. Opere come “Naufragio” e le due versioni di “Nubifragio” si distinguono per la pittura densa, concentrata al centro della tela in vortici carichi di tensione quasi palpabile. Questi lavori si rifanno alla lezione di Leoncillo, ma anticipano anche un distacco verso forme stilizzate e quasi astratte, che diventeranno protagoniste nei paesaggi degli anni Settanta.
I cosiddetti “Paesaggi Verticali” diventano un punto fermo nell’intera produzione dell’artista. Qui il richiamo alla natura è più sottile, quasi spirituale. La struttura verticale dà al dipinto un taglio quasi minimalista, come se volesse liberarsi dalla pesantezza della materia per salire verso un’astrazione meditativa. Un’evoluzione che, lungi dall’essere un salto improvviso, si inserisce in modo coerente nel filo del suo percorso artistico.
Gli anni Sessanta sono un decennio decisivo, segnato dall’incontro con stimoli e artisti stranieri. Marignoli si confronta con figure come Mark Tobey, Philip Guston e Jackson Pollock, come si vede nelle opere “Senza titolo. New York”. Qui la complessità compositiva accoglie l’informalismo americano, ma lo rielabora con un linguaggio personale, dove la gestualità si mescola a sensibilità tipicamente italiane.
In quegli anni cambiano le regole del gioco nell’arte contemporanea con l’arrivo della Pop Art e del Nouveau Réalisme. Questi nuovi movimenti scuotono le poetiche legate all’Informale. Mentre Leoncillo rifiuta il cambiamento, Marignoli lo interpreta come una sfida, un cambio di passo. I viaggi e i soggiorni a New York e Parigi gli offrono nuovi spunti per trasformare il suo sguardo e sviluppare un linguaggio più ricco, lontano dalla prima stagione, fatto di forme e colori più vari.
È un momento che mostra la capacità dell’artista di passare da una pittura legata al territorio a un’opera aperta e riconoscibile a livello globale.
Curata da Peter Benson Miller, la rassegna alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Collicola presenta 22 opere che coprono tutta la carriera di Marignoli. L’allestimento non separa rigidamente le fasi dell’artista, ma propone una lettura d’insieme che mette in luce la coerenza del suo lavoro.
Le opere scelte permettono di seguire il filo che unisce la prima maturità ai Paesaggi Verticali, mostrando come questo tema sia stato elaborato con pazienza e riflessione. Il dialogo tra materiali, forme e luci emerge con chiarezza, accompagnando chi guarda a capire come la tensione espressiva sia rimasta viva e si sia trasformata nel tempo.
Particolare rilievo ha il dipinto “Homesick” del 1972, un’opera che fonde l’influenza dell’Espressionismo Astratto americano con riferimenti italiani contemporanei, da Schifano a Mambor. Il quadro mostra una figura di spalle, immersa in uno spazio sospeso e poetico, simbolo della doppia anima di Marignoli: viaggiatore e artista legato a più luoghi e culture.
La mostra resterà aperta fino al 10 gennaio 2027, offrendo a Spoleto un’occasione rara per riscoprire un pittore che ha saputo unire radici locali e orizzonti internazionali, attraversando con coerenza e originalità le trasformazioni dell’arte italiana del Novecento.
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