Yervant Gianikian, regista della memoria e dell’archivio
Nel 1942, a Merano, nasceva Yervant Gianikian, figlio di una famiglia armena sopravvissuta al genocidio. Quel passato tragico ha segnato il suo sguardo, trasformandolo in un regista che non si limitava a raccontare storie, ma scavava dentro ogni fotogramma, ogni immagine d’archivio, per far emergere voci dimenticate. Con pazienza quasi ossessiva, rallentava le pellicole, isolava dettagli invisibili a un primo sguardo, e con tocchi di colore ridava vita a un tempo che sembrava perduto. Al suo fianco, per decenni, Angela Ricci Lucchi: compagna di vita e di lavoro, insieme hanno tracciato una mappa unica del passato, intrecciando memoria, politica e arte. Gianikian si è spento a Milano nel luglio 2025, ma il suo lascito rimane vivo, presente nelle Biennali di Venezia e nelle sale di tutto il mondo, dove il suo cinema continua a parlare, a far riflettere.
La vita di Gianikian è sempre stata intrecciata con la sua arte. Figlio di una famiglia armena scampata al genocidio, la sua infanzia è stata segnata da ricordi di dolore e speranza che si riflettono nelle sue opere. Nato in Alto Adige, in un contesto di migrazione e ricerca d’identità, ha iniziato il suo percorso dall’architettura, per poi dedicarsi al cinema sperimentale. L’incontro con Angela Ricci Lucchi ha segnato l’inizio di una collaborazione trentennale.
Insieme hanno creato un linguaggio unico, fatto di materiali d’archivio smontati e riassemblati, che diventano il cuore pulsante di ogni lavoro. Se per molti gli archivi sono documenti fermi, per loro erano fonti vive, storie da risignificare e raccontare diversamente. Questo approccio ha dato vita a un cinema difficile da incasellare, ma capace di parlare di storia e politica con forza e originalità.
La Biennale di Venezia è stata per Gianikian un punto di riferimento costante. Dal 1976 al 2025 ha partecipato più volte, sia nella sezione arte che in quella cinema. Nel 2015 ha ricevuto il Leone d’Oro per il Padiglione Armenia, un riconoscimento che ha consacrato la sua ricerca a livello internazionale.
Le sue opere in Biennale hanno spesso mostrato la sua tecnica di manipolazione delle immagini d’archivio: rallentamenti, colori, dettagli isolati che cambiano completamente il modo di guardare. Dopo la morte di Ricci Lucchi, Gianikian ha continuato a portare avanti il loro lavoro con la serie “I diari di Angela – Noi due cineasti”, un omaggio intenso e personale.
La sua presenza alla Biennale ha confermato il suo ruolo centrale nel cinema sperimentale, soprattutto per il modo inedito di trattare la storia e gli archivi come spazi da esplorare, non semplici documenti da consultare.
Il lavoro di Gianikian e Ricci Lucchi ha viaggiato per il mondo, con mostre e retrospettive in musei e istituzioni prestigiose come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra, il Jeu de Paume di Parigi, la Cinémathèque Française, il British Film Institute e il Film Museum di Amsterdam.
Nel 2008 il Mart di Rovereto ha dedicato loro una mostra, “Il trittico del ’900”, che ha messo in luce l’impegno storico e politico delle loro opere. Attraverso un progetto multimediale, hanno raccontato eventi traumatici come guerre e colonialismo, ma anche le contraddizioni sociali del Novecento, con uno sguardo critico e poetico.
Il loro cinema rimane una testimonianza viva e originale, lontana dagli stereotipi e dalle narrazioni tradizionali.
Prima di diventare regista, Gianikian si è formato come architetto, una disciplina che gli ha dato una particolare attenzione agli spazi e alle strutture. Questo si vede nel suo modo di lavorare, preciso e controllato. Il primo cortometraggio con Ricci Lucchi, “Sull’odore del garofano” , è famoso anche per aver introdotto un cinema multisensoriale, con l’uso di odori durante la proiezione.
Da subito, il loro cinema si è distinto per originalità, lontano dalle logiche commerciali. La scelta di smontare, colorare e rallentare i materiali d’archivio non era un vezzo estetico, ma una volontà chiara di far emergere ciò che la storia ufficiale tende a nascondere.
Tra i loro lavori più noti c’è “Dal Polo all’Equatore” , che usa i filmati di Luca Comerio per raccontare il colonialismo in modo surreale e inquietante. Seguono “Oh! uomo” , una denuncia contro le mutilazioni della Prima guerra mondiale presentata a Cannes, e “Pays Barbare” , sul potere di Mussolini.
La morte di Gianikian, il 3 luglio 2025 a Milano, ha lasciato un vuoto nel mondo dell’arte e della cultura. La Biennale di Venezia ha espresso cordoglio, sottolineando il suo ruolo nel rinnovare il cinema d’archivio. Anche il Centro Pecci di Prato lo ha ricordato acquisendo nel 2025 la sua video installazione “La marcia dell’uomo” .
Quest’opera incarna lo spirito critico e innovativo che ha guidato Gianikian e Ricci Lucchi. Superando i limiti tecnici e narrativi, hanno affrontato temi difficili come il colonialismo europeo, difendendo l’importanza degli archivi come memoria da conservare e riattivare.
Il loro lavoro ha aperto la strada a un cinema espanso, capace di parlare al presente facendo riaffiorare dal passato le contraddizioni ancora da elaborare. Le loro opere continueranno a vivere negli studi e nelle istituzioni attente alla memoria storica e all’innovazione visiva.
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