«L’apocalisse non è la fine, ma una rivelazione»: questo pensiero risuona tra le pareti di Ca’ Pesaro, a Venezia, dove Giuseppe Di Liberto ha creato un’installazione che sfida i sensi e la mente. Cemento grezzo, spruzzi d’acqua che cadono come battiti, un profumo che avvolge l’aria: tutto si muove in un equilibrio fragile, come se il tempo si fosse fermato in un istante sospeso. Le immagini emergono e svaniscono, lasciando spazio a domande profonde. Non è solo arte, è un dialogo aperto con la filosofia, un confronto diretto con le idee di Federico Campagna su ciò che chiamiamo apocalisse. Qui, Venezia diventa teatro di un’esperienza che scuote e invita a riflettere.
“Per sempre, fino alla fine” è il titolo scelto dall’artista per la sua installazione del 2026, ospitata nella project room di Ca’ Pesaro, uno spazio piccolo ma carico di intensità. La composizione si sviluppa sul pavimento, con lastre rettangolari di cemento che sembrano grezze e spoglie. Ma il cemento, solido e freddo, qui prende vita grazie a un sistema di nebulizzatori che spruzzano acqua ogni ora. L’acqua penetra nella superficie, svelando un disegno nascosto reso visibile da una vernice idrorepellente trasparente, applicata da Di Liberto in modo che le immagini emergano solo per poco, poi svaniscano. Col tempo, il disegno si dissolve lasciando spazio a nuove forme, in un continuo mutamento.
Il lavoro mette insieme materia e tempo: una superficie dura che si trasforma grazie all’acqua, scandita da ritmi precisi. A completare l’esperienza, una fragranza creata dalla naso Alessandra Avanzi, con note di carbone e legno bruciato, che amplifica il coinvolgimento sensoriale e richiama simboli forti come il fuoco e la memoria della distruzione. L’acqua e il fuoco convivono in quest’opera, suggerendo un’idea di trasformazione al centro del racconto di Di Liberto. Il cemento diventa così un palcoscenico di crisi e rinascita, non solo un semplice supporto, ma protagonista della performance.
Per capire davvero l’opera di Di Liberto bisogna partire dal significato di “apocalisse”, parola spesso fraintesa ma ricca di sfumature. La curatrice Marta Cereda ricorda nei testi in mostra che “apocalisse” vuol dire soprattutto “rivelazione”. Il senso comune invece la collega a catastrofi mondiali, legandola all’ultimo libro della Bibbia che parla della fine dei tempi. L’installazione mette in luce proprio questa doppia natura: un evento che svela un disegno effimero e, allo stesso tempo, un riferimento a una fine che sembra imminente ma non definitiva.
Il disegno che emerge con il ciclo di nebulizzazione mostra barche immerse tra onde e una composizione floreale. Tra i fiori spunta un dettaglio inquietante: un cranio, un chiaro richiamo al memento mori e al destino umano. Questo motivo è solo un frammento di un vasto archivio iconografico a cui l’artista si rifà: miniature medievali, meme nichilisti, fotogrammi da TikTok, immagini religiose, tutti pezzi che parlano di diverse forme di immaginario apocalittico oggi. Il lavoro di Giulia Mariachiara Galiano avvicina questo archivio a un vero e proprio atlante delle rappresentazioni della fine e della dannazione, suggerendo un dialogo aperto tra passato e presente nel costruire significati.
L’installazione di Di Liberto non è solo un’immagine di fine e perdita. Al contrario, racconta un processo di distruzione e rinascita insieme, dove ciò che si vede è fragile e destinato a scomparire. Il disegno appare solo per brevi momenti, per poi tornare a nascondersi. Questo rimanda a un pensiero filosofico profondo, che affronta la difficoltà di accettare la morte e la fine.
Federico Campagna, il filosofo più citato in relazione al tema, sottolinea che l’apocalisse va pensata al plurale. La storia dell’umanità è fatta di molte “fini” e altrettante rinascite, di passaggi in cui culture e conoscenze si spengono per poi riaccendersi in forme nuove. La mostra diventa così un invito a vedere la fine non come un punto ultimo, ma come parte di un ciclo di disgregazione e rigenerazione che non ammette conclusioni definitive. L’arte di Di Liberto incarna questa tensione, mettendo lo spettatore di fronte alla fragilità della vita e alla forza della memoria.
L’esposizione resta aperta fino al 6 settembre 2026 a Ca’ Pesaro, confermando Venezia come un punto di riferimento vivo per l’arte contemporanea e per il confronto tra immaginari storici e pensieri attuali.
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