Il 14 agosto 2018, alle 11:36, il Ponte Morandi crollò senza preavviso a Genova. In pochi istanti, 43 persone persero la vita, altre rimasero ferite e centinaia furono costrette a lasciare le proprie case. Quel giorno ha lasciato un segno indelebile nella città e nelle coscienze di tutti. Ora, a Palazzo Ducale, una mostra fotografica di Gigi Cifali raccoglie frammenti di quella tragedia, trasformandoli in memoria visiva. “Ponte Morandi: deconstructions” non si limita a mostrare immagini: racconta la fragilità di un’infrastruttura e la responsabilità che ne deriva. Arriva proprio mentre si chiude il primo grado del processo, con 32 condanne e 25 assoluzioni, un monito che invita a non voltare pagina troppo in fretta.
Le fotografie di Cifali: il ponte smontato tra arte e ricordo
Al centro della mostra ci sono sette scatti della serie “Scomposizioni”, realizzati nel 2020 dentro l’hangar dove sono conservati i resti del viadotto progettato da Riccardo Morandi e costruito tra il 1963 e il 1967. Le immagini mostrano blocchi di calcestruzzo, attraversati da cavi d’acciaio e avvolti in teli trasparenti, sospesi quasi nel vuoto. Togliendo loro il contesto originale, questi frammenti smettono di essere semplici materiali da costruzione e diventano qualcosa che sta a metà tra reliquia e rovina, tra reperto giudiziario e oggetto d’arte involontario.
Il lavoro di Cifali evita qualsiasi effetto spettacolare o pietismo. Non ci sono scene scioccanti o lacrime facili, ma uno sguardo sobrio, concentrato sulla materia del ponte. La fotografia diventa così uno strumento di denuncia velata: un’opera monumentale intitolata “CONCRETE EVIDENCE OF PROFIT BEFORE PEOPLE” usa un linguaggio tipico delle campagne di sensibilizzazione. L’artista mette in luce il ruolo delle immagini nel costruire il dibattito pubblico, mostrando come informazione, pubblicità e interessi economici si intreccino e influenzino la narrazione stessa del disastro.
Il Ponte Morandi, simbolo di progresso e contraddizioni
I resti del ponte sono un richiamo forte alle contraddizioni del Novecento. Il cemento armato rappresentava il progresso, la modernità e lo sviluppo industriale. Ma la mostra ricorda anche i limiti di un modello basato sulla crescita a tutti i costi, sulla manutenzione rimandata e sulla priorità al profitto a discapito della sicurezza. Il degrado delle infrastrutture è oggi un problema noto e documentato in Italia e nel mondo, e il crollo di Genova ne è la testimonianza più drammatica.
Il cemento stesso solleva questioni ambientali cruciali nel dibattito attuale. Le emissioni generate dalla sua produzione, così come il consumo irreversibile di suolo e risorse, sono al centro delle preoccupazioni globali. Così, le macerie diventano terreno per una riflessione che va oltre la tragedia locale, indicando la necessità di un cambiamento nelle politiche infrastrutturali e ambientali.
Memoria e impegno civico: guardare avanti oltre le immagini
La mostra a Palazzo Ducale non è un punto d’arrivo, ma un passo in un percorso più lungo. Per l’autunno 2026 è previsto un incontro pubblico dedicato a memoria e memoriali, elementi fondamentali per capire come si costruisce e si trasmette la coscienza storica collettiva. Le immagini del Ponte Morandi non raccontano solo un fatto passato, ma lanciano un monito: trasformare la memoria in impegno civile.
Secondo Gigi Cifali, le rovine del ponte non appartengono solo alla storia di Genova. Parlano a tutta l’Italia dei rischi di trascurare la sicurezza e della fragilità di un sistema che spesso sottovaluta la prevenzione. La mostra è quindi un invito a riflettere su cosa resta quando il dolore si placa, sul valore della responsabilità e sulla necessità di risposte concrete per il futuro delle nostre infrastrutture e della comunità.