Venezia si accende di immagini in movimento. Alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte, la videoarte non è semplice presenza: è protagonista. Le installazioni non si limitano a riempire spazi, ma dialogano con i palazzi storici e le piazze, creando un tessuto di significati e suggestioni. Ogni opera sembra pensata per sorprendere e coinvolgere, per far riflettere chi si ferma a guardare. È un racconto visivo che attraversa simboli antichi e temi contemporanei, trasformando la città in un museo a cielo aperto.
Videoarte in Biennale: un linguaggio che si fa spazio
La videoarte si è imposta a Venezia per motivi pratici e artistici. La possibilità di montare un’opera con pochi schermi o proiettori è un vantaggio non da poco in una città dove le autorizzazioni sono spesso un rompicapo. Ma più di tutto, colpisce la varietà di linguaggi che questo mezzo permette. Si va dalle installazioni documentaristiche di Amar Kanwar a Palazzo Grassi, alle visioni digitali e quasi allucinatorie di Li Yi-Fan nelle Prigioni. Gli spazi si fondono con le opere: basti pensare a Leva Lenugaryte nell’Oratorio dei Crociferi o a Natasha Tontey all’Ateneo Veneto, dove la videoarte valorizza affreschi e architettura.
Anche il Padiglione Danimarca gioca con la videoarte in modo innovativo. Maja Malou Lyse usa il video come un’architettura performativa, mescolando temi di fertilità maschile a immagini che sfiorano il pornografico. E non manca l’interazione con lo spazio pubblico: a maggio, a Campo Manin, è andata in scena la rassegna If All Time Is Eternally Present, con proiezioni di Kandis Williams, Tai Shani, Meriem Bennani e Orian Barki, trasformando il pubblico in parte attiva di un’esperienza che supera il semplice ambiente espositivo.
Canicula: la videoarte contemporanea in primo piano
Tra gli appuntamenti più importanti di questa stagione spicca Canicula, al Complesso dell’Ospedaletto. Curata da Leonardo Bigazzi e Alessandro Rabottini per la Fondazione In Between Art Film, la mostra è il terzo capitolo della Trilogia delle Incertezze, dopo Penumbra e Nebula . Qui si abbandonano i toni malinconici dei precedenti episodi per un allestimento che colpisce per la sua energia visiva: forte, quasi aggressiva.
Canicula riflette sul rapporto tra tecnologia e percezione, sfruttando la capacità del video di raccontare e mostrare allo stesso tempo realtà e ombra, presenza e assenza. Il confine tra rappresentazione e rivelazione si dissolve, lasciando lo spettatore sospeso tra epifania e racconto. Gli otto video in mostra offrono un ventaglio di sensazioni e significati, senza mai chiudersi in una lettura univoca. È un equilibrio che mantiene viva una tensione tra vedere e interpretare.
Immersione e sensazioni: l’esperienza Canicula
La forza di Canicula sta anche nel modo in cui coinvolge il visitatore. L’opera Terminal Lucidity di P. Staff apre il percorso con un’immersione nella lucidità terminale di malati neurodegenerativi. Luci e colori intensi vibrano dentro e fuori dallo schermo, trasformando lo spazio in un ambiente luminoso e avvolgente. Qui l’immersione non è spettacolo fine a se stesso, ma un mezzo per far sentire lo spettatore dentro il tema.
In Baby I’m Yours, Forever, Janis Rafa mette in scena un duello tra corpo umano e animale, con carcasse illuminate da forti contrasti di colore. La Chiesa di Santa Maria dei Derelitti, dove l’opera si svolge, amplifica la tensione tra sacro e profano con luci rosse e blu. Maya Watanabe, con Jarkov, trasforma una stanza angusta in un teatro cosmico, dove riflessi di ghiaccio evocano stelle e galassie. Il pavimento inclinato disorienta, togliendo punti di riferimento e amplificando la sensazione di spaesamento.
Simboli e temi forti nella videoarte di Canicula
Canicula non è solo un’esperienza visiva, ma un viaggio dentro temi cruciali come la morte, la distruzione, la tecnologia e il loro intreccio. 24 Landscapes + A Vision di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti racconta un ciclo di creazione e decadimento in 24 episodi. Roman Khimei e Yarema Malashchuk aprono uno spazio narrativo immaginifico, dove le testimonianze di soldati russi sul letto di morte si mescolano a riferimenti storici e artistici di grande impatto, richiamando il Cristo morto di Mantegna e Holbein in un’atmosfera solenne e tragica.
Le opere di Yuyan Wang, Wang Tuo e Lawrence Abu Hamdan affrontano invece le potenzialità e i rischi delle nuove tecnologie, mettendo in luce derive di controllo e possibilità di contaminazione. La canicola diventa così metafora di un pericolo imminente, un fenomeno atmosferico e simbolico che avverte dello squilibrio tra luce e ombra, progresso e rovina. Il messaggio dei curatori Bigazzi e Rabottini è chiaro: l’equilibrio è fragile e va custodito con cura, per non lasciare che la luce diventi incendio.
Canicula va assaporata con calma
La complessità di Canicula richiede tempo e attenzione, niente visite frettolose. Ogni video è un pezzo di un discorso più ampio sul nostro tempo e sulle sue contraddizioni. Le immagini, i riferimenti culturali, la cura negli allestimenti spingono a riflettere sulle trasformazioni del mondo, dall’ambiente alla società, attraverso la lente della videoarte. Lo scambio tra spazio e opera, forma e contenuto, narrazione e sensazione crea un dialogo potente, uno dei momenti più alti della programmazione artistica veneziana del 2026. La mostra è aperta fino al 22 novembre, confermando Venezia come capitale internazionale della videoarte contemporanea.