Riforma Cinema e Audiovisivo: perché più governance non garantisce più autonomia

«Il cinema italiano cambia pelle, ma a quale prezzo?». Con questa domanda torna d’attualità il dibattito sulla riforma del settore audiovisivo. Un testo unificato è pronto per essere discusso in Parlamento dopo l’estate, ma non si tratta solo di aggiustare procedure o accelerare iter. Qui si decide chi e come guiderà un settore che pesa molto, culturalmente ed economicamente. Al centro della riforma c’è la creazione di una nuova Agenzia per il cinema e l’audiovisivo: un organismo chiamato a diventare il fulcro dell’amministrazione. Tuttavia, le scelte sui tempi e sulle regole sollevano più di qualche perplessità sulla sua effettiva autonomia e sulla tenuta delle decisioni nel lungo periodo, fino al 2028 e oltre.

Agenzia cinema: istituzione rinviata, incertezze già dietro l’angolo

La legge fissa la nascita dell’Agenzia al 1° gennaio 2028, con i fondi stanziati a partire dal 2027. Non è solo una formalità. Nel settore cinematografico, dove i progetti richiedono programmazioni a medio-lungo termine, questo slittamento rischia di creare vuoti e incertezze. Un ente che parte a legislatura quasi conclusa fatica a offrire certezze a produttori, esercenti e piattaforme digitali, che hanno bisogno di regole chiare e stabili per pianificare investimenti e strategie.

Il testo dettaglia la struttura dell’Agenzia, ma lascia a futuri decreti molte decisioni operative cruciali su politica industriale, sostegno al lavoro e modalità d’intervento. Così si finisce in una contraddizione: da una parte si parla di “stabilità normativa”, dall’altra si spostano scelte fondamentali a provvedimenti successivi, rendendo più difficile la programmazione per il settore.

Una governance a metà strada: autonomia limitata e controllo ministeriale

L’Agenzia sarà un “ente pubblico non economico”, ispirato alle regole delle agenzie statali, in particolare al decreto legislativo 300 del 1999. Ma il modello previsto si discosta parecchio da quello classico. Le agenzie godono di autonomia organizzativa e gestionale per svolgere funzioni tecnico-operative sotto indirizzo politico. Qui, invece, l’Agenzia avrà un consiglio di cinque membri nominati dai ministeri e un direttore scelto con decreto del Presidente della Repubblica, dopo un parere parlamentare qualificato.

Questo sistema richiama organismi con ampi margini di indipendenza, ma in realtà l’Agenzia resta strettamente vigilata dal Ministero della Cultura, che ne stabilisce strategia, risorse e obiettivi. Ne esce una governance ibrida, a metà tra agenzie tecniche, enti autonomi e autorità indipendenti, senza che nessuno di questi modelli venga applicato fino in fondo. Tutto ciò apre interrogativi sulla reale capacità di decisione e sulle responsabilità amministrative.

Politica industriale: servono ruoli chiari e strumenti flessibili

Una riforma vera dovrebbe mettere a fuoco ruoli e competenze, definendo con chiarezza chi fa cosa. Il Parlamento dovrebbe stabilire norme e obiettivi, il Governo curare strategia e risorse, l’Agenzia occuparsi dell’attuazione tecnica. Oggi, invece, molti aspetti sono fissati direttamente dalla legge o rimandati a deleghe che non garantiscono autonomia operativa al nuovo ente.

Mercati in continua evoluzione come quelli di produzione, distribuzione e piattaforme digitali chiedono strumenti rapidi e adattabili senza dover passare ogni volta da aggiornamenti legislativi. L’Agenzia dovrebbe poter modulare requisiti e procedure in base ai cambiamenti del settore, assicurando così efficacia e innovazione. Altrimenti rischia di restare un semplice braccio esecutivo, senza poteri reali di autoregolamentazione.

Incentivi alle sale: dal credito d’imposta ai contributi diretti, cosa cambia davvero

Un esempio concreto di queste difficoltà è la modifica degli incentivi per le sale cinematografiche. Il credito d’imposta, che garantiva automatismo e certezza, verrà sostituito da contributi diretti esenti da imposizione fiscale. Le due formule differiscono non solo sul piano fiscale, ma anche nella gestione e nella prevedibilità.

Il credito d’imposta è apprezzato perché permette alle imprese di pianificare con sicurezza. Il contributo diretto, invece, dipende da disponibilità finanziarie, iter burocratici e tempi di erogazione, introducendo variabili che rendono meno certo l’accesso al sostegno. Per chi produce e distribuisce, la certezza e la tempestività sono fondamentali quanto l’entità dell’aiuto. Cambiare meccanismo potrebbe quindi minare la stabilità economica del settore.

Transizione e fondi: il nodo delle risorse e della continuità

Dietro la riforma c’è una fase di passaggio delicata. La legge stanzia 4,5 milioni l’anno dal 2027 per preparare l’avvio dell’Agenzia nel 2028. Quel periodo sarà decisivo per mettere a punto organici, competenze e gestire pratiche ancora aperte. Problemi simili riguardano istituti importanti per i lavoratori dello spettacolo, come l’indennità di discontinuità, introdotta nel 2023 e richiamata dalla nuova legge senza una chiara armonizzazione.

Questa fase transitoria è cruciale per evitare dispersioni di risorse e competenze. Spesso sono proprio le norme sul passaggio a decidere il successo di una riforma più che i dettagli degli organigrammi.

Governance e futuro del cinema italiano: tra speranze e incognite

È chiaro che il cinema italiano ha bisogno di una governance efficace. Ma creare un nuovo ente non basta: serve un sistema che renda stabile e chiaro il rapporto tra Stato e industria. Restano due strade: seguire il modello delle agenzie previsto dalla legge 300 del 1999, con autonomia e responsabilità nette, oppure dare vita a un ente più indipendente, definendo bene limiti e controlli.

Una soluzione a metà rischia di moltiplicare enti senza dare loro reali poteri decisionali. Non si tratta solo di istituire un’Agenzia, ma di capire quali decisioni potrà prendere davvero. La riforma si misurerà sulla capacità di stabilire regole solide, di attrarre investimenti e di accelerare le decisioni.

Se l’Agenzia partirà solo nel 2028 ma le scelte importanti resteranno nelle mani del ministero o del Parlamento, si cambierà solo il nome, non il sistema. Il rischio è una riforma che aumenta i costi senza migliorare la gestione, lasciando ai governi futuri un’organizzazione più complicata e costosa da gestire.

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