Zig Zag Estivo a Venezia: Diario di un Artista tra la Biennale 2026 e le Calli Iconiche

Le voci che non si sentono mai abbastanza sembrano gridare dalle calli e dai canali della 61ª Biennale di Venezia. Entrarci è come attraversare un labirinto di storie nascoste e sguardi che sfidano le narrazioni convenzionali. Ma non manca il rovescio della medaglia: a volte l’arte appare soffocata da un sovraccarico di elementi, con allestimenti che lasciano a desiderare e rischiano di far perdere il filo. Venezia, ancora una volta, si conferma un palcoscenico complesso, dove politica, memoria e creatività si intrecciano in un equilibrio precario.

L’edizione 2026, aperta dal 9 maggio e con chiusura fissata al 22 novembre, porta con sé un retaggio speciale. Dietro le quinte c’è il lavoro, in parte postumo, del team di Koyo Kouoh, scomparsa pochi mesi prima dell’inaugurazione. Tra installazioni audaci e performance intense, si respira una tensione palpabile: da una parte la voglia di farsi vedere, dall’altra la sfida a mettere in discussione i poteri stabiliti. Un confronto acceso, che lascia il segno.

Biennale 2026: tra proteste e tensioni che si respirano in città

Anche quest’anno, le strade e i canali di Venezia accolgono i visitatori con un mix di meraviglia e inquietudine. Non si tratta solo degli spazi espositivi, ma dell’intero tessuto urbano che diventa parte integrante del racconto. Nei giorni di anteprima, dal 5 al 7 maggio, gruppi come Art Not Genocide Alliance hanno organizzato un corteo intorno all’Arsenale, spingendo alcuni padiglioni a chiudere temporaneamente o addirittura del tutto, in particolare chiedendo la chiusura del Padiglione di Israele.

Questo episodio ha riportato sotto i riflettori la Biennale non solo come evento artistico, ma anche come palcoscenico politico, teatro di pressioni e conflitti reali. La rassegna si trasforma così in una cassa di risonanza delle tensioni che attraversano il Mediterraneo e non solo. Tra manifestazioni, interventi delle forze dell’ordine e momenti di tensione, la città si fa nuovamente testimone delle contraddizioni del presente.

“In Minor Keys”: un progetto denso ma a tratti dispersivo

“In Minor Keys” è il cuore estetico e concettuale di questa edizione. Il progetto punta a far emergere storie e voci spesso silenziate da una realtà complessa e violenta. Il tema è urgente e importante, ma l’allestimento in alcuni punti perde forza: in particolare negli spazi vasti dell’Arsenale, dove la molteplicità di opere rischia di trasformarsi in un insieme disordinato e poco coeso.

L’intenzione di abbracciare un ampio ventaglio di temi si scontra con una certa mancanza di selezione, che indebolisce la forza del messaggio. Far vedere le minoranze non basta a costruire un discorso chiaro e unitario. Si avverte un gap tra la ricchezza dei contenuti e la capacità dell’allestimento di raccontarli con efficacia.

Questa difficoltà è il segno delle sfide che da sempre accompagnano le grandi esposizioni: come coniugare l’urgenza politica con le esigenze di una narrazione visiva efficace? Come trasformare tante voci in una storia che funzioni? Le risposte restano aperte, ma la Biennale conferma di essere un laboratorio dove queste tensioni si fanno sentire con forza.

Padiglioni nazionali: un mosaico di proposte e linguaggi diversi

Il vero cuore della Biennale sono i centodieci partecipanti e i loro padiglioni nazionali, che restano spazi fondamentali di rappresentazione culturale e politica, nonostante se ne parli spesso come di un modello in crisi. Tra le proposte più interessanti spicca il Padiglione Romania con “Black Seas — Scores for the Sonic Eye”, un’opera che trasforma il Mar Nero in un archivio di suoni, sedimenti e memorie geopolitiche.

La Spagna propone “Los restos” di Oriol Vilanova, un anti-museo costruito con cartoline e ricordi seriali che riflette sulla memoria collettiva. Dall’Austria arriva Florentina Holzinger con “Seaworld Venice”, che reinterpreta il corpo come macchina scenica, mentre l’Argentina porta “Monitor Yin Yang” di Matías Duville, che con sale e carbone evoca paesaggi e attraversamenti, chiudendo con un’installazione ispirata a una sala controllo per l’autosorveglianza.

Fuori dai padiglioni ufficiali, la mostra “A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World” all’Abbazia di San Gregorio si distingue per il dialogo tra cartografie antiche e contemporanee, coinvolgendo artisti come Trevor Paglen, Eva & Franco Mattes e Giorgio Andreotta Calò. Anche il Padiglione Somalia si fa notare con il progetto SADDEXLEY, che esplora identità fluide e pacifiste attraverso voce, tessuto e poesia. Questi esempi mostrano come Venezia resti un crocevia essenziale per riflessioni profonde su identità, territorio e memoria.

Immagini e limiti: tra sovranità culturale e scelte estetiche

Dietro le quinte, la questione della forza artistica resta centrale. Non tutte le opere riescono a trasmettere con efficacia il peso delle storie che vogliono raccontare. Il pericolo di ridurre tutto a una narrazione didascalica è sempre dietro l’angolo. Ma ci sono lavori che riescono davvero a scavare nel reale.

“Black Seas — Scores for the Sonic Eye” si inserisce nel filone dei Blue Studies, leggendo la militarizzazione del mare come estensione di forme di dominio tradizionalmente legate alla terraferma, un tema caro a pensatrici come Françoise Vergès. Il Padiglione Somalia, con artisti come Warsan Shire, usa poesia e materiali per costruire un’architettura sensibile legata alla diaspora.

All’Ospedaletto, “Canicula” della Fondazione In Between Art Film indaga le tensioni tra allevamento industriale e vulnerabilità del vivente, con un linguaggio visivo che colpisce e fa riflettere. Opere come queste non si limitano a mostrare temi, ma li complicano, invitando a uno sguardo attento e a una partecipazione attiva.

Memoria, protesta e immagini che lasciano il segno

Tra le immagini più forti di questa Biennale restano quelle di Asmaa Jama, la forza politica delle cartoline di Oriol Vilanova, le mappe di Trevor Paglen e i paesaggi sonori di Anca Benera e Arnold Estefán. L’elemento animale e simbolico emerge con forza in installazioni come quelle di Janis Rafa a “Canicula”, e nelle performance come “Kiss Me” di Tino Sehgal alla Fondazione AMA.

Anche il film su Annina Nosei, proiettato a Palazzo Diedo, trova spazio in un contesto ricco di suggestioni ed esperienze. La Biennale si conferma così un organismo vivo, dove memoria, protesta e immaginazione si mescolano, muovendosi a zig zag tra calli, fondamenta e piazze, tra acqua e pietra, in una città che non smette mai di stupire e di interrogare.

Il mosaico di esperienze, contraddizioni e stimoli di questa edizione ribadisce Venezia come un luogo imprescindibile di confronto, dove il presente si misura con il passato e si interroga sul futuro dell’arte e delle sue molte voci.

Change privacy settings
×