«Sedersi su una panchina in città è diventato un privilegio». Parole di Elena Granata, che scuotono un’immagine troppo spesso idealizzata degli spazi urbani. Piazze e parchi, teatri naturali di incontri e libertà, si trasformano oggi in territori contesi, dove il turismo di massa e la speculazione immobiliare chiudono le porte a chi vorrebbe semplicemente vivere la città. Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia Civile, racconta questa realtà nel suo libro “La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo”, finalista al Premio Vero 2023. Un appello forte: gli spazi pubblici devono tornare a essere di tutti, fuori dalle logiche di mercato, per restituire qualità e inclusione alla vita urbana.
Il passaggio da città aperta a luogo dominato dal denaro è avvenuto silenzioso e veloce. Granata mette in evidenza come anche bisogni essenziali come la casa, la salute, il verde e persino i rapporti umani siano finiti sotto la logica del mercato. Pensiamo alle spiagge: un tempo spazi pubblici dove tutti potevano stare insieme, oggi spesso accessibili solo a chi paga. Gli spazi liberi si restringono, mentre crescono le aree destinate solo a negozi, locali e turismo. Questa divisione non solo peggiora la vita quotidiana, ma spacca anche il tessuto sociale, trasformando la città in un prodotto da sfruttare.
Non è solo questione di soldi: è un cambiamento culturale. Lo spazio collettivo, prima vissuto come un diritto, ora si misura con la domanda di guadagno rapido. Così la città cambia volto, con effetti pesanti soprattutto nelle periferie e nei quartieri più svantaggiati.
C’è ancora chi pensa che la bellezza urbana sia roba da quartieri ricchi, un pregiudizio che persiste anche tra gli addetti ai lavori. Granata smonta questa idea, sottolineando che gli spazi ben fatti, verdi e accoglienti servono soprattutto alle comunità più fragili. Scuole funzionali, piazze con ombra e materiali giusti fanno davvero la differenza nelle zone più difficili, diventando strumenti di giustizia sociale e rispetto per chi ci abita.
Non si tratta solo di abbellire, ma di puntare al benessere e a far nascere relazioni vere. Nei quartieri popolari, ad esempio, l’arredo urbano può aiutare a combattere il caldo, evitando materiali che diventano forni sotto il sole. Sono quei dettagli che trasformano uno spazio da dimenticato a vissuto, dando a chi lo abita un vero senso di appartenenza.
L’arte in città non è solo un bel quadro o una scultura messa lì per fare scena. Diventa davvero pubblica quando cambia il modo in cui la comunità vive lo spazio, facendo emergere storie nascoste o aprendo nuovi sguardi. Granata sottolinea che l’arte urbana deve muovere, far pensare, cambiare la routine.
Oggi l’arte più urgente è quella che riporta la natura dentro la città. Prendersi cura del verde significa scegliere l’albero giusto al posto giusto, capace di migliorare clima e vita per tante persone. Il verde deve tornare protagonista, non restare un semplice ornamento.
Un edificio non è solo accessibile se ha rampe o ascensori. Conta molto di più come si integra con l’ambiente, se aiuta a orientarsi, se entra luce naturale e se offre spazi per fermarsi e stare. Sono questi i segnali di una vera accoglienza.
Granata sostiene che scuole, ospedali, musei dovrebbero diventare luoghi multifunzionali: una scuola che si trasforma in biblioteca, un ospedale con spazi per il coworking o un museo con aree di studio. Così la città diventa più viva e inclusiva, rompendo la rigida separazione degli spazi e invitando a una frequentazione più larga e profonda.
Un fenomeno sempre più diffuso è l’architettura ostile, cioè progettare spazi pubblici in modo da impedire certi comportamenti, come sedersi o dormire. Panchine divise, senza schienali, superfici caldissime sono trucchi per tenere lontani i residenti.
Ma queste soluzioni non risolvono i problemi, li nascondono soltanto. Granata avverte che una città che vieta di fermarsi tradisce la sua natura di luogo aperto e accogliente. All’estero alcune leggi hanno già bloccato queste pratiche, riconoscendo a tutti il diritto di vivere gli spazi urbani. In Italia invece manca ancora una normativa chiara che obblighi a soluzioni più inclusive.
La convinzione che ogni metro quadrato debba fruttare soldi ha fatto sparire molti spazi vuoti in città. Ma quei vuoti non sono solo terra inutilizzata in attesa di costruzioni: sono opportunità.
Permettono agli abitanti di appropriarsene, provarli, usarli temporaneamente. Un campo da gioco in periferia può offrire benessere e legami sociali che nessun palazzo di lusso potrà mai sostituire. Gli spazi aperti aiutano anche la città a “respirare”, mitigano l’impatto ambientale, gestiscono l’acqua e mantengono il verde.
Dare valore a questi spazi significa riconoscere un beneficio sociale che va oltre il guadagno immediato, ed è fondamentale per il benessere collettivo.
Non tutte le rigenerazioni urbane vanno nella direzione giusta. Un segno di successo è quando aumentano verde, servizi pubblici, scuole accessibili, abitazioni a prezzi sostenibili e negozi di quartiere. Questi sono veri miglioramenti per chi vive nei quartieri.
Se invece cresce solo il valore degli immobili, con l’allontanamento della gente che c’era e la chiusura dei negozi di vicinato, si tratta di gentrificazione, un fenomeno che cambia la città a scapito di chi la abita da sempre. Tornare indietro è difficile, quindi ogni intervento va valutato con attenzione.
Serve un approccio che tenga conto del contesto e promuova inclusione e coesione, evitando di trasformare la città in un luogo ostile per chi la vive da anni.
Gli affitti brevi hanno cambiato molti quartieri, svuotandoli di residenti fissi. Non è solo un problema di case: scuole chiuse, negozi spariti e meno legami di comunità sono conseguenze di scelte che premiano il turismo a discapito dei cittadini.
Trovare un equilibrio tra il diritto a viaggiare e quello a vivere è una sfida cruciale. Le regole e la pianificazione devono evitare che il patrimonio immobiliare finisca in mano a investitori esteri, danneggiando la vita quotidiana delle persone. La politica deve allora fissare limiti e controlli per difendere l’identità e la funzione sociale della casa.
La quasi assenza di bambini e ragazzi per strada è il segno di una città pensata poco per loro. Il calo demografico c’è, ma la scarsità di spazi a misura di infanzia peggiora la situazione.
Luoghi sicuri per giocare e muoversi liberamente sono pochi e spesso chiusi dentro scuole o palestre. Il traffico e le auto dominano, riducendo gli spazi di autonomia dei più piccoli, che così rimangono sotto stretta sorveglianza.
Mettere al centro la fascia dai primi 5.000 giorni di vita, dall’infanzia all’adolescenza, significa ripensare città più aperte, sicure e adatte alla crescita. Il diritto al gioco, all’indipendenza e al contatto con la natura deve diventare una priorità nelle politiche urbane, con investimenti mirati in spazi pubblici e vie sicure.
Le città sono state costruite ignorando le esigenze della natura: suolo coperto dall’asfalto, fiumi nascosti, verde eliminato. Il risultato è vulnerabilità e rischio aumentati.
Oggi bisogna cambiare rotta. Serve più suolo permeabile, raccolta naturale dell’acqua, verde diffuso e robusto. Piantare gli alberi giusti nei posti giusti, ridurre l’asfalto e considerare il verde come un’infrastruttura fondamentale migliorano comfort e resilienza.
Progetti come le piazze allagabili di Rotterdam, pensate per gestire le piogge e prevenire allagamenti, mostrano la strada. L’urbanistica deve smettere di combattere la natura e imparare a lavorare con lei, riconoscendola non come un ornamento, ma come parte essenziale della vita in città.
Il Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo riapre dopo mesi di lavori per rinnovare gli…
Il 26 agosto Sky Arte ha acceso i riflettori su un docufilm che cambia le…
Un cartone animato dall’aspetto grezzo, quasi amatoriale, che conquista il pubblico cinese e lascia dietro…
Vi è mai capitato di avere in mente un’opera d’arte, senza ricordarne titolo o autore?…
A Catania si parla siciliano, e si canta con l’anima. Luca Trischitta, conosciuto come L’Elfo,…
Il conto alla rovescia è già partito: dal 4 al 6 settembre, il cuore della…