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Addio a Yayoi Kusama, la regina dei pois che ha trasformato l’arte in terapia

“Vedo pois ovunque”, confessava Yayoi Kusama, e quei puntini sono diventati la sua firma indelebile. Non è stata una strada semplice, quella dell’artista giapponese: un’infanzia segnata da visioni intense e una famiglia rigida hanno alimentato un tumulto interiore che l’ha tormentata a lungo. Ma invece di soffocarci, Kusama ha trasformato quell’inquietudine in un linguaggio visivo potente e originale. Ha attraversato continenti, dal Giappone agli Stati Uniti, per poi tornare a casa, sempre spinta dalla necessità di creare. I suoi pois non sono solo decorazioni: sono un universo intero, specchi psichedelici che riflettono l’infinito, tra memoria e presente, follia e bellezza.

Un’infanzia difficile: i pois come scudo e ribellione

Yayoi Kusama nasce nel 1929 a Matsumoto, nella prefettura di Nagano. Ultima di quattro figli, fin da piccola mostra una vivida immaginazione. Intorno ai dieci anni iniziano a comparire le prime allucinazioni: visioni di forme e punti che si moltiplicano e si sovrappongono. Questi fenomeni, oggi riconosciuti come segnali di disturbi psicologici, per lei sono subito diventati fonte di ispirazione, imprimendo il segno distintivo del suo stile.

La sua infanzia è segnata da un ambiente familiare difficile. La madre, severa e autoritaria, non tollerava il suo bisogno di esprimersi con l’arte, spesso le strappava fogli e matite. Paradossalmente, questa repressione ha spinto Kusama a trovare nei pois un linguaggio personale, un simbolo che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita. Nel frattempo, la famiglia era attraversata da tensioni: il padre, senza potere in casa, aveva relazioni extraconiugali e la bambina era incaricata di osservare quegli incontri, un peso emotivo enorme da sopportare.

Quei traumi non sono spariti con gli anni. Kusama li ha trasformati in arte, dando vita a un racconto visivo fatto di forme ripetute e un’ossessione per l’infinito. I pois sono così nati come una risposta, una sfida a un mondo che voleva soffocarla.

Da Matsumoto a New York: la rivoluzione dell’arte immersiva

Negli anni Cinquanta Kusama lascia il Giappone per inseguire il sogno americano a New York. Qui si trova in mezzo a un fermento artistico fatto di espressionismo astratto, pop art e sperimentazioni. La città è il palcoscenico ideale per far emergere una voce originale, anche se deve fare i conti con discriminazioni legate al suo essere donna e straniera.

Il vero salto arriva con la galleria Brata, dove espone i suoi primi dipinti monocromatici pieni di pois, con una forte fisicità tattile. Nel 1965 crea la prima Infinity Mirror Room, Phally’s Field, un’esperienza immersiva innovativa per quei tempi: pareti specchiate che moltiplicano lo spazio, sculture gonfiabili colorate e ricoperte di pois. Il gioco di riflessi dà vita a un senso di infinito, aprendo una porta su un universo psichedelico e fantastico che diventerà il suo marchio.

Nel 1968 spiega che i pois non sono solo decorazione, ma un modo per annullare i confini tra sé e il mondo, per entrare in contatto con un’energia universale. La sua arte non è mai stata solo estetica, ma una vera terapia per affrontare il disagio esistenziale.

Quegli anni sono anche segnati da un forte impegno politico. Kusama si schiera contro la guerra in Vietnam, contro il razzismo e le discriminazioni di genere e sessuali. Il suo corpo diventa spesso parte delle sue performance, dipinto con i pois, per sottolineare il legame stretto tra arte e impegno sociale.

Il ritorno in Giappone e la fama che arriva tardi

Nel 1975 Kusama torna in Giappone con l’obiettivo di far conoscere l’arte contemporanea nel suo paese. Ma il contesto culturale dell’epoca non la accoglie come merita. Delusa e isolata, si dedica alla scrittura e attraversa una grave depressione. Decide allora di ricoverarsi volontariamente al Seiwa Hospital di Tokyo, dove vive ancora oggi. Nonostante tutto, non ha mai smesso di creare.

Negli anni Ottanta l’interesse per Kusama cresce di nuovo negli Stati Uniti, grazie a mostre retrospettive che la riportano sotto i riflettori. Nel 1989 il Center of International Contemporary Arts di New York organizza una grande rassegna dei suoi lavori, restituendole il ruolo di icona dell’arte contemporanea.

Nel 1993 rappresenta il Giappone alla Biennale di Venezia, evento che consolida la sua fama a livello mondiale. Da allora la sua opera entra nei musei più importanti, confermandola come una delle figure più influenti dell’arte contemporanea.

Un’eredità senza confini: dai musei alla moda

L’arte di Kusama va dai dipinti alle sculture, dai film alle performance. Il suo stile si riconosce per la ripetizione ossessiva di motivi che trasmettono un senso di accumulo e infinito. Le zucche, soggetto ricorrente, sono diventate quasi icone quanto i pois, simboli di un legame profondo con la natura.

Le installazioni a specchio restano il cuore della sua ricerca: opere come Infinity Mirrored Room – Filled with the Brilliance of Life alla Tate Modern o Fireflies on the Water , esposta in Italia a Bergamo tra il 2023 e il 2024, usano luci e riflessi d’acqua per creare atmosfere quasi magiche. Anche durante la pandemia, dal 2020, Kusama ha continuato a lavorare, dando vita a nuove serie come Everyday I Pray for Love.

La sua influenza si estende anche alla musica e alla moda. Nel 1994 collabora con Peter Gabriel per il video di Lovetown, mentre dal 2012 inizia un lungo rapporto con Louis Vuitton. Il legame con la maison si rafforza nel 2023, con installazioni immersive che hanno trasformato negozi e spazi pubblici, come la gigantesca zucca in piazza San Babila a Milano e la figura robotica che dipinge nelle vetrine di New York e Parigi.

Oggi le opere di Kusama sono custodite in collezioni di prestigio come il MoMA di New York, la Tate Modern di Londra e il National Museum of Modern Art di Tokyo. La sua capacità di trasformare il dolore in arte continua a incantare e ispirare, mentre i suoi pois restano un segno indelebile nell’arte contemporanea mondiale.

Redazione

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