A Torino, il 26 e 27 settembre 2026, le parole di Mahmoud Darwish hanno riempito l’aria di Paint It Black. Tra letture intense e spettacoli dal vivo, la città ha accolto uno dei più grandi poeti arabi contemporanei con una serie di eventi che andavano oltre la semplice commemorazione. Non solo poesia declamata, ma anche trasmissioni radiofoniche, proiezioni cinematografiche e un fitto scambio di lettere tra artisti sparsi nel mondo. Un intreccio di voci e culture che ha ridato vita al suo pensiero, mantenendolo pulsante, attuale.
Un campo di poesia per raccontare esilio e resistenza
“I Don’t Want This Poem to End” è il titolo di un progetto che ha preso la forma di un “poetry camp”, un’idea voluta dalla curatrice Lilou Vidal per far rivivere l’esperienza di Darwish, poeta vissuto per molto tempo da rifugiato. Un campo che richiama sia la comunità che l’impegno quotidiano della poesia come strumento di resistenza contro l’oblio. Durante l’assedio di Beirut nel 1982, Darwish preparava il caffè mentre recitava i suoi versi, trasformando gesti semplici in un atto di memoria e tenacia.
L’iniziativa torinese si inserisce nel contesto più ampio del Poetry Day, nato nel 2020 al Centre Pompidou, e ha coinvolto linguaggi diversi: dalla parola recitata alle immagini in movimento, dal suono radiofonico alla corrispondenza su carta con poeti e artisti da tutto il mondo. Così il “campo” ha superato i confini fisici dello spazio che lo ha ospitato, diventando un’esperienza diffusa.
Paint It Black, una libreria aperta alla poesia e al dialogo
Non è un caso che l’evento sia stato ospitato da Paint It Black, a Torino. Non una semplice libreria, ma uno spazio aperto e flessibile, capace di accogliere e far vivere esperienze diverse. Lilou Vidal ha spiegato come questo luogo fosse perfetto per un festival di poesia che vuole uscire dagli schemi tradizionali e istituzionali.
Margherita Rossi, che gestisce Paint It Black, ha già collaborato con Vidal in passato ed è stata una partner preziosa per mettere in piedi un evento che abbraccia la poesia in tutte le sue forme, senza barriere. La libreria si è trasformata in un piccolo rifugio, un microcosmo dove il confronto culturale e la riflessione poetica sono nati spontaneamente, lontani da ambienti chiusi o elitari.
La lingua araba: un atto di identità e resistenza
Nonostante la fama internazionale, Darwish ha sempre custodito gelosamente la sua lingua madre, l’arabo. Questo aspetto è stato al centro del progetto torinese: valorizzare l’arabo come mezzo principale per esprimere emozioni e pensieri poetici. Per la curatrice, la lingua non è solo un codice, ma un gesto forte di identità.
Darwish insisteva perché i suoi versi fossero letti in arabo, anche quando tradotti in molte lingue. Al Poetry Day, le poesie sono state recitate in arabo, accompagnate da traduzioni visive e letture alternate in italiano. Così si è voluto sottolineare l’importanza di vivere la poesia in tutte le sue sfumature linguistiche, per rispettarne il senso profondo. La voce autentica del poeta rimane insostituibile per trasmettere quel patrimonio culturale e emotivo che rischierebbe di andare perduto nella traduzione.
Mail art e corrispondenza: la poesia che viaggia oltre i confini
Oltre alle performance, il festival ha coinvolto anche un progetto di mail art che ha ampliato la portata dell’iniziativa ben oltre Torino e l’Italia. In collaborazione con il collettivo tedesco Literal Madness, circa ottanta persone da varie parti del mondo hanno partecipato a uno scambio poetico tramite lettere. Un modo per recuperare una forma d’arte postale che negli anni Sessanta serviva a eludere le regole istituzionali e favorire una comunicazione diretta, autentica e affettiva.
Così la poesia è circolata attraverso la posta, creando legami concreti e tangibili che superano confini geografici e politici. Ogni lettera è diventata un filo invisibile che unisce persone lontane, tutte mosse dal desiderio di condividere la parola poetica come nutrimento dell’anima e memoria collettiva.
Il Mediterraneo, crocevia di culture e memorie condivise
Il progetto ha anche acceso una riflessione sul Mediterraneo come spazio di scambio culturale e memoria complessa. Dal punto di vista europeo, l’eredità di Darwish si intreccia con quella di chi abita e attraversa questa regione, testimoniando legami profondi tra popoli, territori e storie. Lilou Vidal, cresciuta nel sud della Francia e residente in Italia dopo esperienze all’estero, incarna lei stessa un’identità composita, un continuo attraversamento di frontiere culturali.
Attraverso la sua esperienza, Vidal ha sottolineato come le radici siano spesso più simili di quanto sembrino, e come lo sradicamento possa generare nuove forme di appartenenza, arricchendo il dialogo internazionale. La poesia di Darwish diventa così un punto di riferimento per capire la complessità delle connessioni umane nel Mediterraneo e oltre.
Darwish contro il pensiero binario: oltre il muro di “noi” e “loro”
Uno dei temi più delicati nella poesia di Darwish è il tentativo di andare oltre la divisione netta tra “noi” e “loro”, spesso imposta da contesti politici e sociali difficili. Il poeta palestinese ha elaborato una riflessione più sfumata, distinguendo tra popolo ebraico e Stato di Israele, evitando semplificazioni che rischiano di nascondere la complessità delle vicende e dei sentimenti.
Questa delicatezza emerge nelle immagini e nelle parole scelte da Darwish, che racconta storie di amore, identità e conflitto senza cadere in facili manicheismi. La forza della sua poesia sta proprio nel lasciare aperto il dubbio, nel mantenere vivo il confronto e lo spazio per l’incontro, offrendo una lettura plurale della storia. Un messaggio ancora oggi fondamentale.
Il curatore come facilitatore di narrazioni autentiche
Infine, il progetto ha messo in luce il ruolo delicato del curatore quando si occupa di raccontare esperienze di popoli e culture diverse dalla propria. Lilou Vidal ha spiegato che il suo compito è facilitare la poesia e l’arte, mettendo in contatto voci autentiche e creando occasioni di dialogo, senza sostituirsi a chi quelle storie le vive in prima persona.
L’umiltà di riconoscere i propri limiti e la necessità di costruire reti di condivisione è diventata la bussola dell’intero progetto, evitando appropriazioni o letture superficiali. Questo approccio ha aperto spazi di confronto più autentici, permettendo alla ricchezza delle storie di emergere per intero.
L’appuntamento torinese si è così rivelato un momento importante di riflessione artistica e intellettuale, inscritto nel tessuto multiculturale della città e nella rete internazionale della poesia contemporanea. Mahmoud Darwish continua a farsi ascoltare attraverso nuove voci, dimostrando che la parola poetica può davvero abbattere confini e barriere.