A Venezia, tra calli e campielli, prende forma un esperimento che rischia di cambiare le regole del gioco artistico italiano. La Fondazione Bevilacqua La Masa, da sempre crocevia per giovani talenti, ha lanciato un progetto di residenza che non si limita a ospitare artisti: li immerge nelle sfide sociali del nostro tempo. “Da cosa nasce cosa” non è solo il titolo di una mostra in programma tra ottobre e dicembre 2026, ma il racconto di un percorso durato mesi, dove ventotto giovani – molti nati e cresciuti proprio qui – hanno plasmato opere capaci di dialogare con l’urgenza del presente. L’arte, insomma, si fa laboratorio vivo, dentro e fuori le istituzioni.
La Fondazione Bevilacqua La Masa, in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia, offre agli artisti tre sedi principali per le residenze. C’è Palazzo Carminati, uno spazio storico dal 1898, che ha ospitato molti artisti importanti; il Complesso dei SS. Cosma e Damiano alla Giudecca, che racconta la lunga tradizione dell’istituzione; e infine, dal 2024, l’Emeroteca dell’Arte di Mestre, una sede più moderna che riflette la volontà di estendere il sostegno artistico anche fuori dal cuore storico di Venezia.
Questi studi garantiscono ai giovani artisti un luogo dove lavorare senza la pressione di dover subito consegnare un’opera finita, una differenza importante rispetto a molte residenze più brevi e ristrette. La varietà degli spazi, così diversi ma complementari, ha permesso ai ventotto artisti coinvolti di muoversi tra atmosfere diverse o di scegliere il contesto più adatto al proprio lavoro e alla vita di tutti i giorni.
Dare uno studio a un giovane artista significa molto più che offrire quattro mura; è dargli la possibilità di fare un salto di qualità, acquisire consapevolezza e capire davvero cosa vuol dire fare arte. Camilla Mozzato, curatrice della residenza, racconta come la durata di quasi un anno abbia permesso un lavoro approfondito, con workshop pratici e orientati a preparare gli artisti al mestiere.
Tra gli appuntamenti più significativi ci sono stati incontri con Art Workers Italia, che ha affrontato i temi contrattuali fondamentali, e laboratori con professionisti come Tommaso Speretta, che ha parlato del libro d’artista non solo come prodotto, ma come strumento di carriera. Da segnalare anche la collaborazione con lo studio grafico Lorenzo Mason, coinvolto nel progetto di comunicazione che ha visto gli artisti partecipare attivamente, creando un alfabeto comune nato da una sfida calligrafica.
La formazione non si è limitata alle tecniche, ma ha incluso la costruzione di una rete di rapporti con figure ben radicate nel tessuto veneziano, un elemento essenziale per chi vuole vivere e lavorare in una città come Venezia, dove il rapporto con le istituzioni e la comunità è sempre un equilibrio delicato.
Il panorama culturale di Venezia è ricco di istituzioni d’arte, spesso di respiro internazionale e con una lunga storia. Ma c’è un paradosso, sottolinea la curatrice: Venezia rischia di diventare una “astronave”, con le grandi realtà che sembrano distanti dalla vita vera della città. Questo rende difficile costruire rapporti autentici con la comunità locale, anche se queste istituzioni restano pilastri fondamentali per la cultura.
In questo scenario, la Fondazione Bevilacqua La Masa si conferma un punto d’incontro concreto per gli artisti veneziani, sostenendoli fin dal XIX secolo. La Biennale rimane naturalmente il momento di massima visibilità, anche se non sempre basta per emergere davvero. Alcuni residenti degli atelier, come Chiara Enzo e Giorgio Andreotta Calò, sono riusciti a costruire carriere importanti, dimostrando che, in certe condizioni, la visibilità può trasformarsi in opportunità professionale concreta.
Le differenze tra gli spazi di Venezia centro e quelli di Mestre, pur evidenti sotto il profilo logistico e funzionale, non hanno inciso più di tanto sulla qualità dell’esperienza. Quello che cambia davvero è l’ambiente di vita quotidiana degli artisti, con i diversi servizi e le relazioni sociali che ogni luogo offre.
Uno degli aspetti più interessanti di quest’ultimo anno negli atelier è il passaggio dal semplice apprendimento tecnico a una riflessione più profonda sui contenuti. I giovani artisti, provenienti soprattutto dall’Accademia di Belle Arti e dall’Università IUAV, mostrano una crescente attenzione a temi universali e urgenti: ambiente, identità, corpo sono i grandi filoni che emergono in modo trasversale.
La questione ambientale non si limita all’ecologia, ma si traduce in riflessioni articolate sul rapporto dell’uomo con la natura, i cambiamenti in atto e la sostenibilità. Questo interesse, pur seguendo tendenze globali, trova nella realtà veneziana una spinta particolare a dialogare con il luogo, la sua storia e la comunità.
La residenza è stata uno spazio di crescita personale e artistica, dove molti hanno superato il focus sulla tecnica per affrontare narrazioni più complesse. I rapporti creati e il supporto costante hanno dato vita a un terreno fertile per una formazione che spesso va oltre la dimensione scolastica.
Confrontando questa esperienza con altre residenze in Italia e all’estero, si capisce la particolarità degli Atelier Bevilacqua La Masa, soprattutto per la durata quasi annuale e l’assenza di vincoli rigidi sulla produzione. Molte residenze italiane sono brevi e mirano a progetti finiti, limitando lo spazio alla ricerca e alla crescita personale.
Camilla Mozzato punta il dito su un tema cruciale: il sostegno economico agli artisti emergenti. L’idea di un salario annuale per i residenti riflette un’esigenza concreta: trasformare l’arte in un mestiere sostenibile, in un panorama che richiede sempre più professionalità. È una questione che riguarda non solo l’arte contemporanea, ma tutto il settore culturale, soprattutto in un Paese dove spesso l’arte si scontra con precarietà e mancanza di continuità economica.
La curatrice mette a confronto la sua esperienza in un museo strutturato con il clima più libero e dialogante delle residenze veneziane. Questa apertura, che mette l’artista al centro, risponde alla necessità di rivedere i modelli istituzionali. L’arte in Italia chiede un sostegno che vada oltre lo spettacolo, puntando davvero sulla formazione, la ricerca e il radicamento sociale.
Oltre all’attività museale e curatoriale, Camilla Mozzato segue i giovani anche attraverso l’insegnamento. Il suo lavoro allo IED di Firenze mantiene vivo il contatto con le nuove generazioni, indispensabile per capire i cambiamenti in corso.
Sta lavorando anche a una ricerca personale e intensa: come la malattia cambia il corpo umano e quali sono le risposte emotive e sociali a questa trasformazione. Un progetto che mette al centro l’aspetto umano e sociale e che si tradurrà in una mostra, pronta a trovare spazio in istituzioni sensibili a questo valore.
In attesa di nuovi sviluppi per la scena veneziana, “Da cosa nasce cosa” resta una fotografia preziosa, la prova che anche oggi formazione e residenza possono dare senso e sostanza alla carriera di un artista. Il futuro passa da qui, tra storia e innovazione, in una città che sa ancora essere palestra per chi vuole fare arte sul serio.
Non bastano le buone intenzioni, taglia corto Mucciante, direttore e voce di chi lavora per…
Regent’s Park si trasforma in un vivace crocevia d’arte, mentre Londra, anche a ottobre, conferma…
A Zaraysk, quest’estate, ha preso vita qualcosa di inedito: la prima Triennale Internazionale di Etnografia.…
Un muro di parole rosse e bianche avvolge la Rotonda della Bourse de Commerce, trasformandola…
A Monza, sei comunità italiane si sono date appuntamento con un obiettivo comune: difendere un…
Il 2026 vedrà Pisa trasformarsi in un laboratorio a cielo aperto di idee e innovazione.…