Nel 1608, Peter Paul Rubens varcava per la prima volta i confini italiani, destinato a lasciare un segno indelebile nel panorama artistico europeo. Due Adorazioni dei pastori, una a Fermo e l’altra ad Anversa, ne sono la testimonianza tangibile. Dietro questi dipinti si cela un intreccio di viaggi, committenze e simboli religiosi che raccontano molto più di una semplice scena sacra. Tra le Marche e il Belgio, il percorso di Rubens si snoda tra fede profonda, rapporti con potenti famiglie come i Gonzaga e l’esperienza diretta di un’Italia vibrante, che ha plasmato la sua arte e la sua vita. Ogni dettaglio, ogni pennellata, parla di un uomo e di un’epoca sospesa tra devozione e storia.
Rubens in Italia: tra corti e maestri
Quando Rubens mette piede in Italia all’inizio del Seicento, trova subito protezione alla corte di Vincenzo I Gonzaga di Mantova. Il duca diventa per lui una figura quasi paterna, un punto di riferimento importante dopo la perdita del padre calvinista in giovane età. In quegli otto anni italiani, il pittore entra in contatto con grandi maestri e correnti artistiche. Parma, con la celebre Adorazione dei pastori di Correggio – la cosiddetta “La Notte” – è una tappa decisiva. Qui Rubens si lascia conquistare dal gioco di luci, dal luminismo intenso che caratterizza l’opera. Parallelamente, emergono nei suoi lavori le influenze di Mantegna, con le sue composizioni monumentali e strutturate. Questi elementi si fondono nel suo stile, arricchendo la narrazione e la tavolozza.
Nel frattempo, a Roma riceve l’incarico di realizzare un quadro per una chiesa dell’ordine dell’Oratorio a Fermo, su richiesta di Flaminio Ricci. Non è una semplice Adorazione, ma una Natività con precise indicazioni sulle dimensioni e la presenza di almeno cinque figure di grande formato. La commissione arriva nel marzo 1608, con Ricci – superiore di San Filippo Neri a Roma – che affida a Rubens un’opera destinata a diventare una sorta di prova generale rispetto alla versione più complessa che sarà poi realizzata ad Anversa. In questo lavoro emergono chiaramente le radici della devozione di Rubens e i legami con i suoi committenti.
L’Adorazione di Fermo: simboli e umanità
L’Adorazione conservata a Fermo sprigiona una tenerezza palpabile, con un segno che alterna lirismo a tocchi quasi impressionisti. Alcuni dettagli, come il piede di un personaggio inginocchiato, restano volutamente incompleti, conferendo un senso di immediatezza e spontaneità. Gli angeli sono protagonisti a parte: due adolescenti e due bambini, uno in una posa insolita che spezza gli schemi tradizionali. Un angelo osserva san Giuseppe, che appare profondamente commosso, quasi trattenesse una lacrima.
Al centro la Vergine protegge il Bambino dal freddo con delicatezza, un gesto che racconta tutta la fragilità e la sacralità del momento. Accanto a loro, due figure femminili – tratte dai Vangeli apocrifi – si distinguono: Salome, la levatrice nota per il suo dubbio sulla verginità di Maria, qui raffigurata con le mani alzate in segno di guarigione, e Zelomi , intenta a prendere uova da una cesta, simbolo di vita e rinascita. Questi dettagli rivelano una cultura religiosa ampia e un’iconografia meno convenzionale.
Sullo sfondo spicca un albero a doppio tronco intrecciato, simbolo botanico di amore eterno e fedeltà. Accanto, un falò circondato da figure richiama il tema della purificazione e del rinnovamento spirituale, fondendo dimensioni terrene e divine dentro l’opera.
La pala di San Paolo ad Anversa: la versione definitiva
Al suo ritorno in Belgio, Rubens dà vita a una pala per la chiesa di San Paolo ad Anversa, su commissione dei notabili locali, i cosiddetti Sinjoren. Qui la composizione si amplia e si definisce con maggior cura e realismo.
Tra le differenze più evidenti rispetto alla versione marchigiana, spicca la presenza di soli due personaggi maschili: san Giacomo e san Cristoforo, santi verso cui Rubens nutriva profonda devozione. La scelta di affiancarli è significativa anche per la loro festa comune, il 25 luglio. San Giacomo indossa il mantello rosso e la tunica bianca, simboli del suo ruolo apostolico e del martirio. Tiene con sé il bordone, il bastone da pellegrino, a sottolineare la sua funzione di protettore dei viaggiatori.
Cristoforo, invece, è rappresentato come un gigante dalla forza sovrumana, con una pelle di lupo sulle spalle, richiamo alle tradizioni bizantine dove appare con testa di cane o lupo. Porta anche un bastone piantato a terra, immagine che ricorre nella sua agiografia e simboleggia la fecondità spirituale.
Mantegna e il dialogo tra scuole artistiche
L’interesse di Rubens per i santi Giacomo e Cristoforo si lega a uno studio attento delle opere di Andrea Mantegna. Tra il 1448 e il 1457, Mantegna aveva affrescato le vite di questi santi nella Cappella Ovetari degli Eremitani, con un’impronta monumentale e una prospettiva rigorosa.
Rubens riprende e rielabora questi modelli, fondendo la precisione anatomica e la prospettiva mantovana con la ricchezza cromatica della scuola veneziana, a lui familiare. Le due Adorazioni – quella marchigiana e quella belga – diventano così un dialogo aperto tra tradizione italiana e cultura fiamminga, tra devozione personale e richieste dei committenti.
Questa sintesi di passato e innovazione fa di queste opere un punto fermo nell’arte del Seicento, confermando Rubens come un ponte tra mondi artistici diversi e come interprete di un linguaggio pittorico ricco di simboli e spiritualità.