Lavoro di cura, genere e razza: il dibattito culturale al Chimera Fest di Caserta

«Il lavoro di cura pesa sulle spalle di chi spesso resta invisibile». A Caserta, tra le vie antiche di Casertavecchia, il Chimera Fest ha acceso i riflettori su questa realtà sommersa. Non si tratta solo di assistenza domestica o sanitaria: è un impegno quotidiano, intenso, che grava soprattutto sulle donne. E in modo particolare su quelle migranti o appartenenti a minoranze razziali, spesso al margine. Qui, due voci importanti – Sabrina Efionayi e Nadeesha Uyangoda – si sono confrontate apertamente, portando alla luce intrecci di genere, razza e narrazioni culturali. Fino al 25 ottobre 2026, il festival intreccia letteratura, arti e musica, raccontando il Mediterraneo come un crocevia di storie e identità in movimento.

Lavoro di cura: invisibile e sfruttato

Sabrina Efionayi, nata a Castelvolturno e cresciuta a Napoli, ha raccontato quanto il lavoro di cura venga sistematicamente sottovalutato, soprattutto quando è affidato a donne migranti o razzializzate. Attraverso le storie personali, come quelle delle sue due madri – una nigeriana e una italiana – emerge quanto sia difficile riconoscere la complessità e la dignità di questi lavori. Spesso si pensa che prendersi cura sia un “dono naturale” delle donne, un compito che non richiede fatica né competenze, relegando chi lo fa ai margini, con poche risorse e scarse possibilità.

Anche i media contribuiscono a questa invisibilità, raccontando la cura come sacrificio e rinuncia, senza spazio per i desideri o le contraddizioni delle donne coinvolte. Le migranti, in particolare, si trovano a sostenere pesi emotivi e responsabilità familiari spesso ignorati, creando una “catena della cura” in cui il benessere di alcuni si regge sulle rinunce di altri. Per Efionayi, la scrittura diventa allora un’arma potente per colmare questa lacuna, restituendo voce e complessità a chi si prende cura, andando oltre gli stereotipi.

Intersezionalità: la lente giusta per vedere disuguaglianze e privilegi

Nel dialogo tra Efionayi e Uyangoda, l’intersezionalità emerge come chiave di lettura. Parlar genericamente di “donne” o di “migranti” non basta per capire le discriminazioni diverse che si incrociano su genere, razza e classe sociale. Le due scrittrici sottolineano che ignorare queste sfumature porta a un racconto parziale, quasi piatto, delle lotte per i diritti.

Il femminismo e l’antirazzismo, per essere efficaci, devono includere le esperienze diverse e sovrapposte delle donne razzializzate, italiane e non, riconoscendo come classe sociale, cittadinanza e possibilità economiche influenzino la vita e il lavoro. Efionayi cita il pensiero di Ijeoma Oluo per ricordare che l’intersezionalità serve a smascherare anche i privilegi nascosti dentro gli stessi movimenti di emancipazione.

Lavoro di cura in Italia: una divisione che pesa su razza e genere

Nadeesha Uyangoda, nata in Sri Lanka e cresciuta in Lombardia, ha puntato l’attenzione sull’impatto della razzializzazione e dell’origine nel settore della cura familiare e domestica in Italia. Secondo lei, le leggi sull’immigrazione e i contratti di lavoro hanno creato un sistema in cui alle donne di certi Paesi viene affidata quasi tutta la cura della famiglia, permettendo paradossalmente alle donne italiane di ceto medio di emanciparsi.

Ma questo meccanismo produce una disuguaglianza profonda: il peso economico e fisico di quella cura grava sulle donne straniere, spesso in condizioni contrattuali precarie, senza diritti pienamente riconosciuti. Le lavoratrici domestiche e badanti vivono un’esistenza ai margini, pagate in nero, senza tutele previdenziali, e senza una chiara linea tra casa e luogo di lavoro.

Tra retorica e invisibilità: la narrazione sulle lavoratrici migranti

Uyangoda sottolinea come il racconto pubblico oscilli tra il riconoscimento formale della “brava badante” e il sospetto verso le donne straniere, mantenendo però un equilibrio di potere sempre sbilanciato. La loro vulnerabilità è aggravata dal lungo e complicato percorso per ottenere la cittadinanza, che spesso impedisce loro di organizzarsi o di chiedere i diritti senza paura di espulsione.

Così si crea una vera e propria “divisione razziale del lavoro”, dove il valore del lavoro di cura viene sistematicamente sminuito, mentre la società intera ne trae beneficio, lasciando però il peso sulle spalle di chi ha meno protezioni.

Chimera Fest, un momento per riflettere sul valore nascosto del lavoro di cura

L’incontro tra Efionayi e Uyangoda al Chimera Fest, il 25 ottobre 2026 al La Finestra Community Hub di Casertavecchia, ha acceso un dibattito urgente. I loro racconti hanno messo in luce il lavoro di cura non solo come questione economica e sociale, ma anche come tema di rappresentazione culturale e identità.

Il festival ha offerto uno spazio per ripensare come la società italiana racconta e valorizza quel lavoro, svolto in gran parte da donne migranti, sottolineando l’urgenza di una prospettiva intersezionale per capire le connessioni tra genere, razza e classe. Le sfide emerse mostrano che solo riconoscendo queste complessità si potrà costruire una narrazione più giusta e politiche più inclusive.

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