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Luciano Fabro a Milano: la prima grande retrospettiva all’HangarBicocca che incanta e coinvolge

Milano si trasforma in un palcoscenico vivo per l’arte di Luciano Fabro, uno dei protagonisti dell’Arte Povera. Dal 2026 fino all’inizio del 2027, l’HangarBicocca ospita una mostra che va oltre il consueto: non una semplice retrospettiva, ma un vero e proprio viaggio tra spazi e idee. Fabro, nato a Torino nel 1936 e scomparso nel 2007, ha sempre cercato di “abitare” lo spazio in modo nuovo, sfidando le convenzioni. Qui, le sue sculture e installazioni non sono solo oggetti, ma ambienti vivi, capaci di far riflettere sul legame tra uomo e ambiente, tra memoria e percezione. Materiali umili, forme complesse: un dialogo che si apre alla storia e all’esperienza sensoriale, invitando chi guarda a un coinvolgimento profondo e inaspettato.

Lo spazio come protagonista

Per Fabro lo spazio non è un semplice sfondo. È un luogo vivo, dove l’esperienza personale si mescola con il contesto che lo circonda. L’habitat diventa così un campo d’azione in cui il visitatore si confronta con sé stesso, con la storia e con gli altri. Questa idea attraversa tutta la mostra, che presenta circa cinquanta opere tra sculture e installazioni realizzate nel corso della sua carriera.

Uno degli esempi più emblematici è “In cubo” , una struttura essenziale: un telaio leggero coperto da tessuto bianco su cinque lati, che si può sollevare per entrare. All’interno si crea uno spazio raccolto, grande quanto un corpo umano con le braccia aperte, ma permeabile alla luce, all’aria e ai suoni esterni. Chi varca la soglia diventa parte attiva dell’opera, protagonista di un’esperienza intima che però resta collegata al mondo fuori.

Altro pezzo importante è “Allestimento teatrale” , presentato per la prima volta a Pescara come performance. Una stanza cubica tutta specchiata, dove il pubblico si trova di fronte a sé stesso mentre Fabro legge testi scritti apposta per l’occasione. Qui lo spazio diventa una riflessione sull’identità, sulla percezione e sulla comunicazione: il pubblico è spettatore ma anche parte integrante dell’opera. Lo spazio si fa metafora di un continuo confronto tra sé e l’altro, tra ciò che è dentro e ciò che sta fuori, tra storia personale e collettiva.

Tra materia e significati: la scultura che parla

La mostra non si limita alle sculture: Fabro unisce pittura e materia, costruendo strati che si sovrappongono e creano significati complessi. Tra i materiali usati ci sono marmo, piombo e seta. Materiali che rimandano alla tradizione, ma vengono ripensati in modo innovativo, secondo lo spirito dell’Arte Povera. L’obiettivo è indagare il rapporto tra materia, forma e concetto.

“Habitat di Rotterdam” è uno dei momenti più sorprendenti della mostra: un ambiente fatto di cinque corridoi scanditi da mille metri di carta ripiegata, che ospitano sculture iconiche come piedi rivestiti di calzoni di seta, uova di bronzo che pesano quanto l’artista e sagome in metallo delle Italie, che ribaltano in chiave politica e metaforica l’immagine della penisola. Queste opere giocano con riferimenti storici, culturali e simbolici, creando un intreccio visivo e concettuale che sposta lo spettatore tra vari piani di lettura.

Tra le novità c’è la prima mostra pubblica di “Eclissi di cielo” , installazione pensata da Fabro l’anno prima di morire. L’opera si apre a un dialogo con il cosmo, offrendo un’ulteriore riflessione sul rapporto tra la dimensione individuale e quella universale, spingendosi verso l’astrazione metafisica.

Tra serietà e ironia: la narrazione di Fabro

La mostra guida il visitatore in un’esperienza che unisce rigore concettuale e momenti di leggerezza. Curata da Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí, con il contributo di Silvia Fabro, si conclude con “È la vita, è la storia, è la morale” , presentata alla Biennale di Venezia. L’installazione, sospesa su tre livelli, rappresenta un cielo stellato che richiama spesso il filosofo Kant e la sua “legge morale” interiore.

Qui Fabro mescola la solennità dei riferimenti filosofici con la vena giocosa e irriverente del romanzo “Tristram Shandy” di Laurence Sterne, le cui mappe descrivono il livello dedicato alla vita quotidiana. Questo contrasto tra aspirazioni elevate e realtà concreta racconta la complessità dell’esistenza umana, vista dall’artista come un equilibrio tra serietà e ironia.

L’allestimento milanese riaccende l’interesse per uno dei talenti più rappresentativi dell’arte italiana degli ultimi decenni. La mostra invita il pubblico a fare spazio, letteralmente e metaforicamente, a un’arte che spinge a riflettere sulle relazioni tra individuo, ambiente, società e tempo. Un invito a vivere in prima persona l’esperienza di “abitare lo spazio”, proprio come voleva Fabro.

Redazione

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