Marisa Merz a Torino: tre musei, tre prospettive per celebrare l’artista senza confini

Marisa Merz non si lascia afferrare con facilità. A Torino, la sua arte si svela in modo frammentato, distribuita tra Fondazione Merz, GAM e Castello di Rivoli. Sei curatori, tre sguardi distinti, un unico filo che però non si riannoda mai completamente. “La danza delle ore” non racconta soltanto un’artista: scompone la sua opera, la mette in movimento, proprio come Merz ha sempre fatto con gli spazi e i materiali. Qui, ogni angolo invita a guardare oltre la superficie, a cogliere la complessità di una voce unica nell’Arte Povera italiana.

Fondazione Merz: un incontro intimo e alchemico con l’opera di Marisa Merz

Alla Fondazione Merz, guidata da Beatrice Merz insieme a Sébastien Delot, la mostra si presenta come un’esplorazione intima e insieme coraggiosa. La selezione delle opere non cerca di raccontare una storia definitiva: Beatrice ha provato a immaginare cosa avrebbe scelto sua madre, ma ha capito subito che era un compito impossibile. Marisa Merz era un’artista in continuo cambiamento, che variava materiali e forme senza mai fossilizzarsi. L’approccio curatoriale tiene conto di questo, puntando su un principio di libertà creativa e alchimia, come spiega Delot: “il rischio fa parte del metodo”.

Un piccolo oggetto parla più di tante parole: un bigliettino del Boscolo Hotel, su cui Merz scrive “Noi estraiamo geometria dal sentimento “. Questa frase rovescia l’idea della forma studiata e calcolata: la geometria nasce dall’emozione, dal corpo, dalla memoria. La mostra riflette questo principio con materiali diversi tra loro, come rame, alluminio, cera e persino piccoli oggetti di uso quotidiano, come tappi di bottiglia o petali di rosa. Questi elementi non vengono elevati o nascosti, ma conservano la loro natura semplice pur cambiando le relazioni spaziali e concettuali.

Nei lavori esposti, il gioco tra presenza fisica e fragilità è continuo. Le “testine” in argilla o cera, per esempio, non si cristallizzano in forme fisse: sembrano sempre in bilico, sospese tra definizione e dissoluzione. Questa apparente instabilità non significa debolezza, ma apertura verso il possibile, una tensione viva tra materia e forma.

Alla GAM la casa diventa laboratorio di sperimentazione e trasformazione

Alla GAM si indaga il tema della casa come punto di partenza della ricerca di Merz. Curate da Chiara Bertola e Chiara Parisi, sette stanze raccolgono opere che riflettono sul rapporto tra spazio domestico e pratica artistica. Tra i pezzi più importanti c’è “Living Sculpture” , recentemente restaurata: un insieme di sottili lamine di alluminio che perdono la rigidità del metallo e si muovono leggermente con ogni minimo spostamento o variazione di luce.

Questa opera ribalta le gerarchie tradizionali: non è più un oggetto fermo, ma un organismo quasi vivo che interagisce con lo spazio che lo ospita. L’uso del rame lavorato a maglia è un altro esempio della capacità di Merz di far dialogare il metallo con la memoria di un gesto domestico, quello della tessitura, pur tenendosi lontana dall’artigianato classico.

Ridurre la sua ricerca al solo mondo femminile, alla casa o all’interiorità è un rischio che semplifica troppo. La casa per Merz non è un rifugio o una gabbia: è uno spazio di lavoro, un archivio, un laboratorio dove tutto può cambiare e dove le opere si relazionano in modi diversi, un ambiente vivo in cui l’arte non ha confini.

I piccoli dettagli, come una fila di peluche su una sedia in cucina, che Marisa chiamava il suo pubblico, raccontano bene questa idea: non è isolamento poetico, ma un continuo scambio tra arte, vita e figura pubblica. Il domestico diventa così terreno di sperimentazione radicale e rottura delle gerarchie canoniche del mondo artistico.

Castello di Rivoli: spazio, leggerezza e risonanze sacre

Al Castello di Rivoli, sotto la cura di Francesco Manacorda e Marianna Vecellio, l’attenzione si concentra sull’installazione “E il naufragar m’è dolce in questo mare”, esposta per la prima volta a Venezia nel 1980. Intorno a questa opera si snoda un percorso di oltre sessanta lavori, tra sculture in rame, disegni e pezzi in argilla cruda, che instaurano un rapporto più aperto e nuovo con lo spazio.

Qui cambia l’atmosfera. La leggerezza delle sculture non è fragilità, ma un modo per abitare lo spazio fatto di vuoti, distanze e sospensioni. Il dialogo con artiste contemporanee come Miriam Cahn, Tacita Dean, Lara Favaretto e altre inserisce Merz in un confronto vivo, che non cerca di costruire una linea di successione, ma mette in luce affinità materiali e spaziali difficili da incasellare.

Un altro elemento interessante è lo scambio con la Collezione Cerruti, che ospita diverse opere di Merz, mentre il Castello presenta dipinti sacri di Agnolo Gaddi del XIV secolo. Qui il sacro non trasforma Merz in un’artista mistica, ma riporta la spiritualità nella concretezza dei materiali: argilla, cera, rame e la ripetizione delle mani. Un continuo intreccio tra trascendenza e fisicità.

Marisa Merz: un’identità che sfugge a ogni etichetta

Alla domanda su cosa manchi ancora per raccontare Marisa Merz, Beatrice Merz evita risposte nette. Il progetto espositivo è accompagnato da un convegno che vuole “tirare tutte le fila” di questa complessa ricostruzione. Se fosse possibile chiudere un ritratto così sfaccettato, forse ci si sarebbe aspettati un finale più netto.

Invece spunta un quadro volutamente aperto: le tre mostre insieme offrono una visione articolata che sfida l’idea di Merz come “unica donna dell’Arte Povera” o come artista legata solo al mondo domestico o alla fragilità. La sua forza sta proprio nella tensione tra forma ed esperienza, emozione e geometria, corpo e materia, che non si fissano mai una volta per tutte*.

Quel piccolo foglio del Boscolo Hotel, quasi dimenticato, riassume l’essenza di un lavoro che continua a far nascere domande e a mettere in discussione certezze. La “danza delle ore” di Marisa Merz è un movimento che sfugge a ogni definizione, dove ogni passo smuove e cambia ciò che resta.

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