“Qui ho trovato un senso che altrove mi sfuggiva”, scriveva Pasolini della sua dimora nella Tuscia. La Torre di Chia, arroccata tra boschi antichi e silenzi secolari, non è solo un rudere medievale dimenticato. È il luogo dove il poeta e regista ha plasmato gli ultimi frammenti della sua creatività, trasformandolo in un rifugio intimo e imprescindibile. Oggi, quel sito carico di storia vive un’altra battaglia: una contesa legale che coinvolge proprietà, diritti antichi e la salvaguardia di un patrimonio culturale fragile. Più che un semplice immobile, la Torre racconta una storia di arte, memoria e conflitti che attraversano mezzo secolo.
Pasolini e la Tuscia: un legame nato sul set
Non si parla solo di un immobile, ma di un rapporto profondo. Arrivato negli anni Sessanta, Pasolini si innamorò di quel paesaggio intatto e della torre medievale che si stagliava solitaria tra i boschi di Colle Casale, vicino a Soriano nel Cimino. Nella sua ultima raccolta di poesie, “Poeta delle ceneri”, dedicò versi a quel luogo che stava entrando nella sua vita. Nel 1970 acquistò la torre e i terreni circostanti dalla famiglia Parsi. Con l’aiuto dello scenografo Dante Ferretti e dell’architetto Ninfo Burruano, diede vita a una casa moderna, ma che si fondeva perfettamente con le rovine del XIII secolo.
Pasolini spiegava che la scelta non era dettata dalla comodità, ma da un’esigenza estetica: voleva vivere immerso nella natura, in un bosco, per trovare ispirazione. A Chia scrisse gran parte delle “Lettere luterane” e lavorò al romanzo incompiuto “Petrolio”. Non era solo solitudine: la frequentazione di amici come Laura Betti, Bernardo Bertolucci, Sergio Citti e Ninetto Davoli animava la vita nella torre. Pasolini non si isolò mai completamente dalla comunità locale: partecipò attivamente alla vita di Chia, promuovendo iniziative culturali e sociali. Sostenne la Libera Università della Tuscia e fondò una squadra di calcio per i giovani. Nel 1974 lanciò il concorso “Case di Chia nel verde”, spingendo gli abitanti a prendersi cura del borgo.
Nel documentario “La forma della città” del 1973, Pasolini sottolineava l’importanza di valorizzare non solo i grandi monumenti, ma anche quel patrimonio “anonimo e popolare”. Questo fa capire come la Tuscia non fosse solo un rifugio tranquillo, ma un luogo vivo, carico di cultura e impegno civile negli ultimi anni di Pasolini.
Dalla scomparsa di Pasolini all’arrivo di Gallinari: il destino recente della Torre
Dopo l’omicidio di Pasolini nel 1975 a Ostia, la proprietà passò quasi tutta alla cugina Graziella Chiarcossi, che custodì il complesso con discrezione per quasi cinquant’anni. Nel 2001 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali impose un vincolo sulla torre, riconoscendone il valore storico e artistico. Gli eredi però continuarono a mantenerne la proprietà, cercando nel tempo un’intesa con le istituzioni per il futuro della casa.
Secondo quanto riportato da “Viterbo Today” nel novembre 2025, nel 2020 gli eredi tentarono di vendere la proprietà allo Stato, che però rinunciò al diritto di prelazione. L’immobile tornò così sul mercato. Nel febbraio 2021 la Torre di Chia venne acquistata dall’attore Gabriele Gallinari, sulla base di una certificazione comunale che attestava l’assenza di usi civici sulla proprietà. Il Ministero rinunciò alla prelazione e Gallinari firmò una convenzione con il Comune di Soriano nel Cimino per aprire la villa al pubblico.
Con risorse private e sotto la supervisione della Sovrintendenza, Gallinari avviò un restauro importante, rispettando il contesto storico. L’obiettivo dichiarato era trasformare la residenza in un luogo visitabile, mantenendo vivo il ricordo di Pasolini e valorizzando il sito nel panorama culturale locale. La Torre sembrava avviata a una nuova vita.
L’Università Agraria entra in campo: la guerra legale sui diritti di uso civico
Ma nel 2022 la situazione si è complicata con l’intervento dell’Università Agraria di Chia, l’ente che gestisce l’area demaniale intorno all’immobile. Dopo quasi due secoli, l’Università Agraria ha rivendicato il diritto di uso civico sull’intera proprietà, aprendo una causa contro Gallinari per far riconoscere questo diritto e mettere in discussione la vendita.
Gallinari ha presentato una consulenza tecnica che esclude la presenza di usi civici sull’area. Di contro, il Commissario ad acta ha preso una strada opposta: ha disposto la restituzione degli immobili alla Regione Lazio e ha annullato il contratto di vendita del 2021. La Regione ha avviato un procedimento per reintegrare il demanio a favore dell’Università Agraria, con eventi in corso a giugno 2026.
Questa battaglia legale ha acceso un dibattito più ampio sul ruolo dei poteri commissariali in materia di usi civici, sollevando dubbi sulle conseguenze per i beni culturali di grande importanza simbolica come la Torre di Chia.
Memoria pasoliniana a rischio: tra sfruttamento commerciale e tutela culturale
Il contenzioso ha fatto emergere le contraddizioni legate all’uso del nome e dell’immagine di Pasolini. L’avvocata Elena Provenzani, che difende Gallinari, ha sottolineato come la vicenda metta in luce problemi nel modo in cui si protegge e si gestisce il patrimonio legato al poeta e regista. Secondo la proprietà, oggi la figura di Pasolini e la Torre vengono sfruttate soprattutto a scopi commerciali: eventi, set fotografici, turismo promozionale, ma senza una vera tutela o valorizzazione culturale del luogo.
Il paradosso è chiaro: mentre si contesta il pieno diritto di Pasolini sulla sua casa, il suo nome resta il principale richiamo turistico dell’area. Questa tensione tra aspetti giuridici e valore storico-culturale pesa sulle modalità di gestione e fruizione del sito.
Oggi la Torre di Chia è non solo un simbolo della produzione poetica e cinematografica di Pasolini, ma anche un punto critico nelle sfide legate alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali italiani, dove si scontrano interessi privati, pubblici e comunitari difficili da mettere d’accordo.