Il 4 agosto 2026 segna una svolta clamorosa nel mondo dei videogiochi: Electronic Arts, gigante dei titoli come FIFA — ora ribattezzato EA Sports FC — cambia proprietà. A mettere le mani sull’azienda è una cordata guidata dal Public Investment Fund dell’Arabia Saudita, affiancata da Silver Lake e Affinity Partners, società con legami diretti a Jared Kushner, genero di Donald Trump. Un’operazione da 55 miliardi di dollari, di cui 20 presi in prestito, che fa dell’Arabia Saudita un protagonista di peso nel mercato globale dei videogiochi. Ma dietro questo colosso c’è più di un semplice affare: emergono ombre legate ai rapporti controversi della monarchia saudita, agli eventi intorno a Jamal Khashoggi e alle tensioni che scuotono la scena geopolitica internazionale.
Il Public Investment Fund: la nuova potenza nel mondo dei videogiochi
Negli ultimi anni il Public Investment Fund dell’Arabia Saudita ha cambiato pelle. Sotto la spinta del principe Mohammed bin Salman, il fondo sovrano è passato da semplice sostegno all’economia locale a protagonista di primo piano nelle strategie economiche saudite e investitore globale. Già nel 2025 era chiaro che il PIF puntava forte sul settore videoludico, spinto non solo da ragioni economiche, ma anche da un interesse personale del principe per questo mercato in forte crescita.
Il fondo ha messo le mani su colossi come Take-Two Interactive , Capcom, e persino Nintendo, consolidando una presenza importante anche in aziende europee come Embracer Group. La strategia del PIF non si limita ai grandi nomi: ha investito molto negli esport, con società come ESL e FACEIT, e in giochi per dispositivi mobili tramite Scopely e Niantic, famosa per Pokémon Go. Per rafforzare il proprio ruolo, ha creato una divisione dedicata, Savvy Games Group, che segna una presenza sempre più salda dell’Arabia Saudita nel panorama mondiale dei videogiochi.
Ma non mancano le ombre. Secondo vari dossier, raccolti anche da testate internazionali, il PIF avrebbe usato risorse provenienti da beni confiscati durante la campagna anticorruzione che ha colpito oppositori politici. La rapidità e la dimensione degli investimenti hanno sollevato dubbi sugli obiettivi reali: più che un ritorno economico, sembra una mossa per cambiare l’immagine internazionale di Riyadh.
Videogiochi e polemiche: la comunità si divide sugli investimenti sauditi
Nel mondo dei videogiochi, l’avanzata saudita non è stata accolta con entusiasmo. Tra i giocatori e diversi sviluppatori si parla apertamente di “gameswashing”, ovvero un tentativo della monarchia di usare il settore per ripulire la propria immagine, oscurando le accuse sulle violazioni dei diritti umani.
Nel 2026 non sono mancati episodi di protesta. L’organizzazione benefica Games Done Quick ha cancellato un evento sponsorizzato da SNK, azienda giapponese quasi totalmente controllata dalla Misk Foundation, legata a bin Salman. Tensioni sono emerse anche intorno a Ubisoft, dopo il lancio di un’espansione gratuita di Assassin’s Creed: Mirage ambientata ad Al-Ula, meta turistica promossa dall’Arabia Saudita. Pur senza conferme di un coinvolgimento diretto saudita, molti addetti ai lavori hanno criticato la scelta, alimentando il dibattito sul rapporto con realtà legate a regimi controversi.
Tra le polemiche più forti c’è proprio l’acquisizione di Electronic Arts, un’azienda che per anni ha promosso temi sociali e inclusività. EA ha lanciato giochi con personaggi LGBTQIA+ e nel 2024 ha pubblicato Dragon Age: The Veilguard, il primo grande progetto diretto da una donna trans, Corinne Busche. Un contrasto netto con le leggi saudite, dove l’omosessualità è punita con la pena di morte, nonostante alcune aperture del governo del principe ereditario.
Cosa aspettarsi da EA sotto l’ala saudita: dubbi e timori
Il fatto che l’acquisizione di Electronic Arts sia stata finanziata in gran parte con un prestito da 20 miliardi alimenta le preoccupazioni nel settore. In un momento di difficoltà generale per l’industria videoludica, è probabile che l’azienda debba tagliare costi, personale e progetti per far fronte al debito. Questo potrebbe colpire lo sviluppo di nuovi titoli e mettere a rischio l’innovazione interna.
Gli analisti sottolineano che, anche se la gestione di EA resterà formalmente indipendente, la pressione degli investitori sauditi potrebbe spingere verso prodotti più sicuri, meno rischiosi sotto il profilo politico e culturale. Si teme quindi un ridimensionamento della qualità e della libertà creativa, soprattutto in un’azienda che si è fatta riconoscere per l’attenzione alle minoranze in un settore spesso ostile.
Dietro questa crescente influenza saudita nel mondo dei videogiochi si celano anche questioni diplomatiche e culturali delicate, che vanno ben oltre il mercato e toccano valori fondamentali per molte comunità di giocatori e sviluppatori.
Gameswashing e la sfida dell’immagine internazionale dell’Arabia Saudita
Le accuse di “gameswashing” e “sportswashing” si inseriscono in un dibattito più ampio sul ruolo degli investimenti sauditi nella cultura globale. Come sottolineano esperti come Kareem Shaheen, spesso in Occidente si guarda a queste mosse solo come a tentativi di migliorare la reputazione del regime all’estero, senza considerare che molti prodotti sono pensati soprattutto per il pubblico saudita.
Dopo l’assassinio di Jamal Khashoggi nel 2018 e la mancata punizione internazionale, è troppo semplice pensare che Riyadh cerchi solo di “lavare” la propria immagine attraverso queste acquisizioni. L’obiettivo è anche interno: costruire un’industria dell’intrattenimento che offra alternative a una popolazione giovane in cerca di nuovi orizzonti culturali e di svago.
Inoltre, con il petrolio destinato a perdere importanza a causa delle politiche di transizione ecologica, l’Arabia Saudita punta a diversificare l’economia, investendo in settori innovativi come videogiochi e spettacolo globale. Una strategia che, in fondo, non è così diversa da quella di altri governi, occidentali compresi, che scommettono su sport, intrattenimento e tecnologia.
Resta però aperto il dibattito sul peso politico e morale di queste operazioni, che continueranno a influenzare il futuro di un’industria sempre più globale e intrecciata con equilibri geopolitici complessi.