Nel cuore di New York, a Columbus Circle, Rania Matar racconta un Libano spezzato ma vivo, attraverso lo sguardo delle sue donne. Nata nel 1964, libanese-americana, fotografa con l’anima divisa tra due mondi. Il suo ultimo libro, Where Do I Go?, esaurito in poche settimane, cattura le storie delle giovani donne libanesi dopo l’esplosione al porto di Beirut. Non sono solo ritratti: sono frammenti di vita, speranze e paure di una generazione sospesa tra passato e futuro. I muri crepati, i silenzi, i volti: ogni immagine svela un pezzo di un’identità fragile, segnata da conflitti che sembrano non avere fine. Una narrazione fatta di ombre e luce, che dà voce a chi spesso resta invisibile.
Quando nasce Where Do I Go? e come si è sviluppato il progetto dopo la tragedia di Beirut
Where Do I Go? nasce direttamente dalla tragedia di agosto 2020, quando il porto di Beirut è stato devastato da un’esplosione violentissima. Rania Matar era in Libano con suo figlio Samer, che voleva aiutare nella ricostruzione volontaria. Inizialmente attratta dallo scenario delle macerie, la fotografa ha presto spostato l’attenzione sulle giovani donne impegnate nei lavori di solidarietà e pulizia. Fu lì che si accorse della forza che quei volti esprimevano: dubbi, paure, ma anche un forte senso di appartenenza e crisi esistenziale. Molte di loro si trovavano davanti a un bivio: restare in un paese che sembrava sprofondare o emigrare, come era accaduto durante la guerra civile degli anni Ottanta, quando anche la stessa Matar lasciò il Libano.
Il titolo Where Do I Go? nasce da un incontro con Perla, una delle ragazze ritratte. Accanto a un graffito arabo sul muro con la stessa domanda “lawen ruh”, Perla si posizionò spontaneamente, diventando il volto di un interrogativo esistenziale che ha segnato tutto il progetto. Quel titolo è come un grido di chi, in un contesto così difficile, deve decidere quale strada prendere, un ponte tra passato e presente in un Libano ancora lacerato. Il lavoro ha così superato il semplice reportage per trasformarsi in un racconto visivo delle identità femminili in transizione, tra speranze, fughe e resistenze.
Radici culturali e identità divisa: un viaggio visivo tra Medio Oriente e Occidente
La doppia radice culturale di Rania Matar — cresciuta in Libano da genitori palestinesi e trasferitasi negli Stati Uniti durante la guerra — è al centro della sua arte e del suo percorso personale. Se l’identità palestinese entra solo in parte nelle sue storie, è la dimensione libanese a dominare, diventando lo sfondo di un racconto intimo e di appartenenza. Dopo l’11 settembre 2001, anno in cui ha abbracciato la fotografia, Matar ha sentito l’urgenza di raccontare comunità troppo spesso viste in modo frammentato o stereotipato.
Nel suo libro precedente, Ordinary Lives, emergeva proprio questo contrasto tra due mondi apparentemente opposti, in cui lei stessa si riconosceva: “noi contro loro”, un dualismo che ancora oggi permea i media e l’opinione pubblica. Nel 2026 quella divisione è ancora forte e il suo lavoro si fa sempre più necessario per restituire complessità e dignità alle vite raccontate.
La sua fotografia diventa così un atto politico, un modo per attraversare queste identità con delicatezza e umanità, raccontando il femminile non secondo gli stereotipi occidentali, ma come forza, varietà e autonomia. La scelta di mostrare donne con il volto visibile o nascosto non è mai casuale, ma nasce dal dialogo tra la loro storia, il luogo e la memoria collettiva, spesso intrecciata a simboli di appartenenza e resistenza.
Luoghi simbolo del Libano fra rovina, memoria e riflessioni politiche nelle immagini
Le fotografie di Where Do I Go? si concentrano su spazi abbandonati e in rovina sparsi per il Libano: dalla stazione ferroviaria di Rayak al villaggio di montagna Chartoun, passando per vecchi cinema come quello di Zahle, fino a luoghi iconici come l’Holiday Inn di Beirut, silenzioso testimone della guerra civile. Questi spazi non sono solo sfondi, ma simboli concreti di una storia complessa fatta di conflitti, occupazioni e resistenze. Nel 2025, mentre il progetto si completava, si celebrava il 50° anniversario dell’inizio della guerra civile libanese, ombre che ancora oggi si intrecciano con la recente guerra con Israele e l’occupazione di alcune zone nel sud del Paese.
Le immagini mostrano sovrapposizioni di tempi e strati di eventi traumatici, dove ferite vecchie si mescolano a nuove crisi. Eppure, nonostante il degrado, la fotografa parla anche di “bellezza”, una convivenza complessa tra distruzione e vitalità che emerge nel legame profondo delle giovani donne con queste architetture. Molte di loro sono attratte in modo quasi magnetico da quegli spazi, che vedono come luoghi di memoria e identità. L’inserimento di elementi naturali come montagne e corsi d’acqua bilancia la tensione tra uomo e ambiente, passato e presente, offrendo una visione più ampia delle dinamiche di appartenenza e cambiamento.
Il rapporto con le protagoniste: un dialogo creativo che nasce dall’empatia
La costruzione delle fotografie nasce da un lavoro comune, fondato sull’empatia e sul confronto tra Rania Matar e le giovani protagoniste. Spesso sono loro a scegliere ambientazioni e pose, intrecciando le loro storie con i luoghi in cui si fanno ritrarre. Un esempio emblematico è il Piccadilly Theater, simbolo del Libano degli anni Settanta e della sua storia complessa: un teatro abbandonato che diventa il palcoscenico di una riflessione sulla memoria personale e collettiva.
Non sempre la fotografa arriva con un’idea precisa. Spesso è una scoperta reciproca: a volte una ragazza si gira di spalle alla macchina, altre volte fissa l’obiettivo. In questi gesti si avverte il senso di appartenenza e il controllo sullo spazio che abitano o attraversano, un equilibrio tra fragilità e forza. Nel complesso, emerge un linguaggio visivo che sposta l’attenzione da un’identità statica a una in movimento, con la donna che si muove dentro e attraverso i luoghi, lasciando la sua impronta nelle storie raccontate.
Storie di resistenza: il ricordo di Samira nel campo profughi di Beirut
Tra le tante storie dietro l’obiettivo di Matar, spicca quella di Samira, rifugiata palestinese di terza generazione. Nata e cresciuta nel campo profughi di Burj al-Barajneh, alle porte di Beirut, Samira è il simbolo di un’eredità storica che si protrae da decenni. Rania ha iniziato a fotografarla nel 2005, quando era ancora bambina, mantenendo nel tempo un legame forte e costante.
Samira soffre per l’assenza di documenti ufficiali, che limita fortemente le sue possibilità di emancipazione e mobilità. Le fotografie che la ritraggono sono anche il racconto di chi vive come una prigioniera della propria storia, anche se all’esterno sembra libera. Immagini come quella in cui posa accanto a un filo spinato, simbolo di una segregazione invisibile ma concreta, mostrano la fragilità disarmante e allo stesso tempo la volontà di resistere di una generazione che lotta per il diritto di esistere e andare avanti oltre la sofferenza ereditata.
L’Holiday Inn di Beirut, tra memoria e percezione personale
L’Holiday Inn di Beirut è un luogo chiave nel lavoro di Matar. Costruito nel 1974, divenne subito simbolo di modernità e orgoglio urbano. Ma pochi mesi dopo, con l’inizio della guerra civile, l’hotel fu teatro di aspri scontri, visti anche dagli occhi della giovane Rania, che allora bambina osservava le fiamme con un binocolo.
Oggi l’edificio, semidistrutto, appare nelle foto dall’interno della piscina vuota o dei corridoi silenziosi, conservando tracce tangibili di quel passato di conflitto. La presenza di Tara, una ragazza ripresa di spalle con un abito giallo in questo spazio abbandonato, rappresenta per la fotografa il legame tra passato e la vulnerabilità del presente. Il permesso per entrare in quella zona militare è stato difficile da ottenere, ma proprio questa volontà di documentare conferma la forza evocativa e politica delle immagini.
Fotografie d’epoca e contributi culturali arricchiscono il libro
Nel volume, Matar ha incluso anche fotografie vernacolari tratte da collezioni private, in particolare da quella di Georges Boustany, collezionista di Beirut con un vasto archivio fotografico del Libano prima e durante la guerra. Questo arricchisce il libro di una dimensione storica e collettiva, mostrando il legame tra passato personale e memoria condivisa.
Boustany, autore di Avant d’Oublier, ha scritto un saggio per l’edizione di Where Do I Go?, affiancato da contributi di esperti come Kim Ghattas e Youmna Melhem Chamieh. Le poesie di Etel Adnan scandiscono il passaggio tra passato e presente, sottolineando la stratificazione di tempi e vite che sta al cuore del progetto.
Identità, ricordi e nuovi inizi: Threads of Identity e il ritorno alle radici palestinesi
La storia di Rania Matar è strettamente legata alla sua genealogia palestinese, segnata da radici spesso negate o dimenticate. Nel 2023, con la morte del padre, è emersa con forza una nuova consapevolezza dell’identità che fino ad allora era rimasta in secondo piano. Quel lutto ha creato un ponte emotivo con le origini paterne e con il desiderio di riportare le sue ceneri nella città natale di Jaffa.
Questo ritorno simbolico si riflette nel suo lavoro artistico, con un nuovo progetto chiamato Threads of Identity. Qui si esplora la terza generazione di palestinesi, più consapevoli e determinati nel rivendicare la propria identità rispetto al passato. Nelle immagini e negli archivi di famiglia si intrecciano memorie e speranze, dando vita a un racconto che, pur nuovo, dialoga con ciò che è stato.
—
L’incontro con Rania Matar a New York ha svelato un percorso artistico capace di mettere a nudo le tensioni profonde e le bellezze nascoste di una terra segnata da conflitti e cambiamenti sociali. Where Do I Go? non è solo un libro di fotografie: è un mosaico di vite, spazi e sentimenti che raccontano il Libano — e in parte il Medio Oriente — attraverso lo sguardo di donne che ne incarnano fragilità, forza e complessità.