La rivoluzionaria Carmen di Peeping Tom al Festival di Salisburgo: quando il corpo riscrive il mito

Non c’è Siviglia, questa volta. La scena si apre su un deserto spoglio, un luogo che sembra inghiottire ogni speranza. Due uomini lasciano cadere un corpo, mentre in lontananza si sente l’avvicinarsi delle sirene della polizia. Gabriela Carrizo, al suo debutto operistico al Festival di Salisburgo, sceglie di stravolgere Carmen. Niente flamenco o taverne, ma un’atmosfera che oscilla tra realtà e incubo. È lo stile riconoscibile della compagnia belga Peeping Tom: movimenti spezzati, corpi che si contorcono, un umorismo oscuro che taglia come una lama. Sul podio, Teodor Currentzis guida Utopia Orchestra e Chorus con una direzione intensa e senza compromessi. In scena, Asmik Grigorian incarna una Carmen feroce e fragile, con Jonathan Tetelman, Kristina Mkhitaryan e Davide Luciano a completare un cast di grande impatto. Il risultato? Un’opera che destabilizza, scuote e riscrive il mito.

Carmen cambia pelle: la regia di Carrizo riscrive un’icona

Carmen ha attraversato più di centocinquant’anni di rappresentazioni, trasformandosi da personaggio a mito. La zingara passionale, la femme fatale, il simbolo di libertà femminile: tutte immagini che hanno saturato la percezione del pubblico. Gabriela Carrizo le spoglia di queste sovrastrutture. Non è più la donna seduttrice da cartolina romantica. Asmik Grigorian le dà un corpo crudo, diretto, a tratti aggressivo. Sul palco, non c’è dolcezza fine a se stessa né eroismo edificante. Nel celebre canto dell’Habanera, Carmen si tuffa letteralmente nell’acqua, beve, rompe bicchieri, invade lo spazio con un’energia irruenta. Il suo modo di sedurre Don José è fisico e violento: lo lega con una corda al collo, lo trascina come un burattino. La regia non spiega questo potere, lo fa sentire sulla pelle, scomodo e palpabile.

Don José tra madre, esercito e libertà negata

Don José viene indagato a fondo, in modo nuovo. Carrizo inserisce un personaggio mai visto prima: la madre di José, interpretata da Eurudike De Beul. Questa donna silenziosa segue il figlio come un’ombra, un’ancora che lo richiama a un’identità già scritta. Tra il rigore dell’esercito e l’irruzione di Carmen, Don José si mostra sempre più prigioniero di schemi da cui non riesce a uscire. Con l’arrivo di Carmen, l’ordine si sgretola. La possibilità di liberarsi, di spezzare legami, è un’opportunità che lui non ha. Sul palco, questo si traduce in uno scontro fisico e psicologico che va oltre la semplice drammaticità, scavando nella fragilità dell’uomo.

Currentzis scuote Bizet: una musica che non si lascia addomesticare

Teodor Currentzis sul podio non cerca un Carmen rassicurante o decorativo. Spinge sui contrasti, amplifica le tensioni nascoste nella partitura di Bizet. La musica non si limita a fare da sfondo, ma diventa un elemento di straniamento. A tratti, la direzione orchestrale si scontra con la scena, rubandole la scena agli occhi dello spettatore. Il lavoro di Currentzis si sposa con l’approccio di Carrizo: entrambi vogliono togliere ogni patina romantica. Così la partitura ritrova la sua forza originale e una modernità capace di inquietare.

Corpi in scena: lo “zooming” e i trucchi di Peeping Tom

Carrizo usa una tecnica chiamata “zooming” per mostrare i personaggi su due livelli corporei. Gli attori si sdoppiano, diventano ombre, proiezioni o creature inquietanti che emergono dalla psiche. Escamillo, il torero, ha un doppio che vacilla sopra un tavolo sporco di sangue, mentre una folla lo sostiene, negando l’idea del fallimento. Amparo Cortés, nei panni di Lillas Pastia, canta un flamenco a cappella, trasformando le mani in strumenti di percussione, prima che la musica tradizionale riprenda il sopravvento. Sul palco si alternano immagini disturbanti: una creatura cornuta formata da due corpi, un triangolo carico di tensione tra Carmen, José e una minaccia oscura. Questi espedienti lasciano aperti più di un significato, spingono a riflettere senza offrire risposte facili.

Immagini forti ma a doppio taglio: simboli che rischiano di appiattire il mistero

La potenza visiva di questa messa in scena ha anche i suoi limiti. Simboli forti – una Madonna scheletrica portata in processione, figure con aureole, corpi sdoppiati che svaniscono – a volte diventano troppo espliciti. Quando l’aureola è solo santità o lo scheletro solo morte, il simbolo perde quella sua forza enigmatica. È un paradosso, perché la regista dice di voler mantenere il mistero. Nel tentativo di liberare Carmen dalle immagini sedimentate in un secolo e mezzo, si rischia di infilarsi in un nuovo sistema interpretativo stretto e limitante. Nonostante questo, alcune immagini restano forti, capaci di provocare e stimolare.

L’ultimo atto: la violenza come ultima lingua di libertà

Il finale si concentra sulla scelta di Carmen. Don José torna, la guarda da lontano e potrebbe evitare lo scontro. Lei invece lo affronta con il coraggio di chi sa di non appartenere più a nessuno. Intorno, la folla acclama Escamillo mentre José, incapace di accettare la perdita, la trafigge con un coltello. Dopo una serata densa di doppi, creature e simboli, è il gesto più crudo a imporsi: un uomo che uccide perché non sopporta che una donna gli sfugga. Qui la Carmen di Gabriela Carrizo dà il suo colpo più forte. La regista non cerca significati nascosti, ma lascia che la protagonista eserciti fino all’ultimo la libertà che il suo carnefice non potrà mai capire né accettare.

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