Il colore sarà ciò che resterà di me quando non ci sarò più. Parole di Franco Fontana, pronunciate solo due anni fa al Brescia Photo Festival del 2024, che oggi sembrano un vero testamento. Il 29 agosto 2026, nella sua casa di Modena, è morto a 92 anni uno dei fotografi più rivoluzionari del nostro tempo. Fontana non si è limitato a scattare immagini: ha riscritto le regole della fotografia a colori in un’epoca ancora dominata dal bianco e nero. Quel mondo sembra ormai lontano, ma il suo lascito brilla ancora, fatto di luci intense e composizioni audaci che continuano a parlare di lui.
Franco Fontana e la rivoluzione del colore negli anni ‘60
Nato a Modena nel 1933, Fontana comincia a scattare per passione nel 1961. In pochi anni, quella passione diventa lavoro. In un’epoca in cui il bianco e nero era il linguaggio standard della fotografia artistica, lui punta dritto sul colore, ancora guardato con sospetto. I colleghi lo vedevano come un outsider: il colore era considerato roba commerciale, poco seria.
Ma per Fontana il colore è la chiave per esprimere emozioni e visioni personali. Con questo spirito costruisce un linguaggio tutto suo, capace di raccontare il mondo in modo più autentico e soggettivo. Il suo coraggio viene premiato oltre i confini nazionali: nel 1979 il Museum of Modern Art di New York lo invita per una mostra personale, riconoscendo il suo ruolo di pioniere. Le sue foto, con colori saturi e prospettive scelte con cura, si prestano anche a lavori per la moda e la promozione culturale, come quella per il Ministero della Cultura francese.
Il segreto di Fontana: fotografia come creazione e astrazione
Fontana non si limita a usare il colore, ma rivoluziona anche la composizione delle immagini. Le sue inquadrature, che lui stesso chiamava “tagli scellerati”, selezionano dettagli e schiacciano la profondità per trasformare paesaggi e soggetti in quadri quasi cubisti. La geometria prende il sopravvento: linee e volumi diventano protagonisti assoluti.
Il colore, nelle sue foto, non è mai un semplice ornamento. È un’emozione, spesso vibrante e intensa, a volte quasi violenta. Fontana non si accontenta di documentare la realtà: preferisce inventare, creare immagini simboliche che parlano della sua visione personale. “Fotografare è un atto di conoscenza”, ripeteva, sottolineando che ogni scatto racconta l’autore, il suo modo di vedere e sentire. Questo approccio gli ha garantito uno stile unico, riconoscibile ovunque.
Il paesaggio secondo Fontana: tra emozione e geometria
Tra i soggetti più amati da Fontana ci sono i paesaggi, ma il suo sguardo va oltre la semplice rappresentazione. Ha fotografato terre come la Basilicata, la Puglia, e le grandi città americane, ma quei luoghi diventano altro, trasformati dalla sua interpretazione personale. Quando gli dicevano che conosceva “i suoi paesaggi”, rispondeva che in realtà quei panorami non esistono come li vediamo.
Per lui, il fotografo diventa paesaggio e il paesaggio si fa sentire dentro di lui. Il risultato è un’immagine dove forma ed emozione si fondono. La realtà perde i dettagli per lasciare spazio a una visione soggettiva, dove i colori forti e le linee nette raccontano stati d’animo e esperienze vissute. In questo modo, Fontana ha riscritto il modo di guardare e raccontare il territorio, lasciando un segno profondo in chi osserva le sue immagini.
Il lascito di Franco Fontana vive nelle sue fotografie: una forza cromatica e una freschezza compositiva che resteranno nel tempo. La sua scomparsa chiude un capitolo, ma il suo nome resta legato a una vera e propria rivoluzione nella fotografia contemporanea.