Effe Minelli: lo scultore di Torre del Greco che crea arte ai piedi del Vesuvio

Nessuno torna davvero a casa, se non portando con sé una valigia piena di ricordi. Fabio Cirillo, conosciuto come Effeminelli, sembra incarnare questa verità nelle sue sculture. Nato a Pompei nel 1986, ha scelto Torre del Greco come punto d’approdo, un luogo ai piedi del Vesuvio dove le sue opere prendono vita tra memoria e fragilità. Non è solo una questione di radici, ma di un dialogo vivo con il passato, un viaggio che attraversa paure superate e incontri decisivi, tracciando un percorso unico tra Pompei, Berlino e la sua stessa identità.

Da Pompei a Berlino, poi di nuovo a casa: una vita tra scelte e coincidenze

Fabio Cirillo cresce a Pompei, ma buona parte della sua giovinezza la passa fuori dall’Italia, tra Austria e Germania. Il ritorno in Campania, a Torre del Greco, arriva dopo anni intensi e non sempre facili. A diciassette anni un brutto incidente in motorino lo lascia paralizzato in parte, costringendolo a mesi di convalescenza tra le mura di casa della madre, mentre i genitori si erano già separati. Quei tre anni di immobilità sono un passaggio duro ma fondamentale. Ritrovare la forza di camminare e correre torna per lui a essere una vera rinascita.

A vent’anni, l’amore lo spinge lontano da Napoli, prima verso Berlino e poi Vienna. Proprio a Vienna incontra il suo primo amore, un colpo di fulmine arrivato il giorno stesso in cui mette piede in città. Nonostante la distanza e le difficoltà, riesce a costruire una relazione solida, che unisce due città e due vite. In questa fase si vede la sua capacità di adattarsi a contesti molto diversi tra loro.

Poi, quasi per caso, arriva il ritorno in Italia. Ad Amburgo, l’amica Kerstin gli chiede una mano per gestire una casa a Napoli mentre lei è a New York. Fabio lascia la convivenza con cinque persone e decide di tornare, scegliendo di ricostruire la sua vita attorno alle radici e ai legami profondi.

Torre del Greco: tra ricordi e un presente sospeso

Per Effeminelli, Torre del Greco non è solo una città. È il contenitore delle memorie d’infanzia, la casa della madre e il luogo dove convivono persone e affetti importanti, come l’amico David e i suoi due cani salvati da uno scatolone. Qui si sente a casa e al tempo stesso un po’ straniero. Dopo gli anni passati in Germania e Austria, la quotidianità si fa più lenta, gli impegni sociali si riducono e il rapporto con il passato assume sfumature nuove.

Un punto fermo nella sua vita creativa è l’amicizia con la pittrice Giorgia Garzilli, che vive a Milano. Tra scambi di idee, mostre e gite ai musei, si tengono vivi gli stimoli culturali. Anche il confronto con galleristi come Alessandro Bava e Fabrizio Ballabio aiuta a definire il suo percorso professionale.

Torre del Greco è un mix di storia e vita vera. La pesca resta una tradizione viva: molti giovani partono ancora per il mare a bordo di navi e battelli. Nel 1794 la lava del Vesuvio distrusse gran parte del centro, ma gli abitanti ricostruirono subito sopra la colata. Questa tenacia è un tratto forte della comunità e si riflette anche nella volontà di Effeminelli di radicarsi qui, in questo territorio segnato dal vulcano.

Scultura e materia: fragilità e trasformazioni in movimento

Per Effeminelli la scultura è il cuore del suo linguaggio artistico. Questo lo porta a stabilirsi in un luogo fisso, dove poter plasmare e conservare le sue opere. Per anni ha dovuto lasciare pezzi e forme in Germania, ma ora riesce a tenere tutto a Torre del Greco.

Il suo lavoro è un continuo trasformarsi: le forme in gesso vengono spesso riutilizzate per fare colate di porcellana. C’è sempre il rischio di accumulare “pezzi non finiti” che occupano spazio senza trovare una forma definitiva. Per questo pensa spesso a lavorare con materiali grezzi, mai cotti, per far emergere la fragilità naturale della materia e il valore del gesto temporaneo.

Il suo laboratorio è uno spazio quasi surreale, che ricorda certe scene di Blade Runner con J.F. Sebastian: volti, mani e piedi giganti convivono con esperimenti di fusione tra materiali diversi. L’interesse principale è sulla caducità e sulla materia come memoria e passaggio.

Il luogo dentro e fuori: il vulcano come metafora

Per Effeminelli il luogo dove vive e lavora ha un peso importante, ma non è l’unico riferimento. Ci sono più “spazi” che abita insieme: quello fisico, ma anche uno interiore, personale e intangibile. È proprio questo “luogo dentro” a guidare la sua arte più di ogni altro fattore.

Abitare ai piedi di un vulcano attivo stimola riflessioni sul tempo, sul limite, sulla capacità dell’arte di superare confini per raccontare un’esperienza che oscilla tra realtà e immaginazione. Ogni opera è un tentativo di comunicare una storia forse mai del tutto comprensibile, tra segnali di pace e guerre simboliche.

La città conta meno di questo spazio interiore che si rinnova a ogni schizzo, scultura o progetto. Anche se avesse solo carta e matita, Effeminelli è certo che continuerà a cercare, sfidando la materia e le possibilità espressive.

Questo continuo spostarsi tra spazi reali e mentali, tra radici e orizzonti, rende il suo lavoro unico nel suo dialogo con il Vesuvio, con luoghi dimenticati e con i richiami costanti al passato e a un presente senza fine.

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