«Qui dentro non siamo solo pazienti, siamo persone». Parola di Mario Tobino, psichiatra che negli anni Quaranta attraversava i corridoi del manicomio di Magliano, vicino a Lucca, con uno sguardo diverso. Mentre l’Italia si dibatteva tra guerra e ricostruzione, lui non si limitava a curare i “matti” — termine crudele e sbrigativo con cui si indicavano quelle donne rinchiuse. Vedeva oltre le etichette, ascoltava l’anima ferita, cercava una libertà nuova, più profonda. Non puntava a una semplice guarigione, ma a una riscoperta, un modo tutto diverso di sentire e capire il mondo. Questa umanità intensa, fatta di lotte interiori e rivoluzioni silenziose, prende vita nella serie tv Le libere donne, arrivata su Rai 1 nel marzo 2024. Un racconto che, attraverso gli occhi di Tobino e delle donne di Magliano, sfida i pregiudizi di un’epoca e illumina un capitolo dimenticato della psichiatria italiana.
Mario Tobino ha trascorso quasi quarant’anni nel manicomio femminile di Magliano, a Lucca, in un periodo difficile per la psichiatria italiana. Il suo percorso è nato in un ospedale oftalmico, ma presto si è spostato in un luogo dove la mente era il vero campo di battaglia. Tobino non amava le etichette. Per lui, la follia era una diversa forma di percezione, spesso legata a un sentimento vero, capace di vedere il mondo oltre le rigide regole della società.
Il suo modo di lavorare non si limitava alle cure mediche: puntava tutto sul rapporto umano, sulla fiducia. Al manicomio le donne non erano solo sorvegliate o sedate, ma ascoltate, comprese e rispettate. Un metodo all’avanguardia per quei tempi, che emerge in modo chiaro nel suo libro Le libere donne di Magliano, pubblicato nel 1953, da cui è tratta la serie. Tobino riusciva a unire scienza e poesia, medicina e letteratura, dando al suo lavoro una profondità rara.
La storia del manicomio di Magliano e la figura di Tobino hanno attratto l’attenzione di grandi nomi della cultura italiana. Federico Fellini riconobbe in quegli ambienti una forza narrativa unica, mentre Umberto Eco e altri intellettuali sottolinearono l’importanza di questa esperienza. La serie tv nasce da questo patrimonio, raccontando con delicatezza ma senza illusioni l’atmosfera ambigua di quegli anni, tra regole rigide e i primi segnali di rispetto verso le persone malate di mente.
Le libere donne si svolge nel 1943, un momento storico in cui i diritti delle donne erano praticamente ignorati e la libertà personale spesso calpestata. Il manicomio femminile di Magliano diventa il palco su cui si intrecciano storie di oppressione ma anche di resistenza.
Il protagonista è il dottor Tobino, interpretato da Lino Guanciale, una figura di rottura che si scontra con i metodi duri e tradizionali della psichiatria di allora. Al suo fianco ci sono due donne che rappresentano due mondi diversi: Margherita Lenzi, internata contro la sua volontà dal marito, e Paola Levi, con un passato d’amore e un presente da staffetta partigiana. Attraverso questi personaggi si mettono a fuoco i contrasti tra oppressione e lotta per la libertà, tra malattia imposta e identità riconquistata.
La serie evita la monotonia e il tono didascalico. Racconta invece con profondità le condizioni delle donne rinchiuse, gli abusi subiti, le strategie di sopravvivenza, ma anche i momenti di solidarietà e forza condivisa. Dalle mura del manicomio emergono voci uniche, tante delle quali rappresentano una testimonianza vivente di un percorso difficile verso la conquista di sé. Ogni puntata si muove con equilibrio tra i diversi temi, rispettando la complessità della realtà.
Nel cast ci sono attori capaci di dare spessore a personaggi realistici e coinvolgenti. Fabrizio Biggio, alla sua prima prova drammatica, aggiunge una sfumatura emotiva inedita, mentre Gea Dall’Orto, giovane attrice toscana di ventitré anni, interpreta Lilli, una ragazza che incarna molte delle donne vissute tra quelle mura. Queste scelte rafforzano la narrazione, arricchendola di dettagli realistici e sensibilità artistica.
Tra i personaggi femminili più intensi della serie c’è Lilli, interpretata da Gea Dall’Orto, giovane attrice fiorentina già nota per lavori importanti. Lilli è una delle donne rinchiuse che, nonostante il dolore, trovano nella follia una via di libertà. L’attrice racconta di aver vissuto il provino e il lavoro sul set come momenti molto forti, carichi di emozione.
Lilli è una ragazza giovane, quasi al limite dell’età adulta, divisa tra paura, confusione e un grande desiderio di riscatto. Gea Dall’Orto ha costruito il personaggio partendo dalle parole di Tobino, che descrive una giovane dolce e fragile. La regia ha scelto di evitare immagini troppo cliniche o pesanti della malattia mentale, preferendo un ritratto più poetico, quasi onirico.
Lavorando con Simone Zambelli, attore e ballerino, Gea ha creato una gestualità capace di esprimere un equilibrio delicato tra fragilità e forza espressiva. Il corpo diventa così un mezzo per raccontare una sofferenza che non è solo passiva, ma anche comunicativa. Un modo per allontanarsi dagli stereotipi e da rappresentazioni fredde o artificiali.
Le riprese, svolte in un ospedale abbandonato, hanno contribuito a ricreare l’atmosfera reale del manicomio, con spazi che trasmettono sia la claustrofobia che l’intimità di un gruppo umano. La complicità tra le attrici ha dato vita a un gruppo coeso, rafforzando il tema della libertà legato alla solidarietà femminile.
Le libere donne mette al centro un tema ancora molto attuale: la salute mentale. Il rapporto tra società e chi soffre di disturbi psichici è cambiato, ma molte difficoltà restano. Pur ambientata nel passato, la serie invita a riflettere sulle sfide di oggi legate al benessere psicologico e a come viene visto.
Intervistata, Gea Dall’Orto ha sottolineato che oggi c’è più attenzione, ma anche un aumento di disagio diffuso. L’esposizione continua a stimoli, soprattutto dai social, ha amplificato tensioni interiori che chiedono ascolto e cura. Le donne raccontate nella fiction trovano nell’unione e nella solidarietà un modo per affrontare solitudine e fragilità, un insegnamento che resta valido.
La serie sceglie un linguaggio lontano da toni clinici o moralistici. Racconta storie di persone, mettendo in luce la necessità di superare stigma e pregiudizi ancora legati alla salute mentale. La narrazione diventa così uno strumento per sensibilizzare, trasmettendo dignità e rispetto.
Gea Dall’Orto, che dopo questa esperienza si dedica con energia al teatro e al proprio percorso, dimostra come l’arte possa essere una via preziosa per approfondire e dare valore a temi complessi. Le libere donne non racconta solo la storia di un manicomio, ma apre una finestra sulla forza dell’umanità e della speranza che può nascere dalla sofferenza condivisa.
Questa mattina, davanti alla clinica di Roma, un silenzio denso ha avvolto la folla raccolta.…
Nel 1985, “Pronto, chi gioca?” conquistava milioni di telespettatori, trasformando il piccolo schermo in un…
Il 17 febbraio scorso, un incendio ha divorato la cupola e parte degli interni del…
Nel cuore del deserto peruviano, le enigmatiche linee di Nazca continuano a sfidare ogni spiegazione,…
Il 23 febbraio, mentre a Londra calava il sipario sulla Fashion Week, negli Stati Uniti…
Un anno fa, a Villa Borghese, è nato un progetto che ha trasformato il modo…