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Ercole Patti: il racconto dello scrittore antifascista dimenticato tra i grandi della letteratura italiana

Nel 1919, a Catania, un ragazzo di quindici anni era costretto a letto dalla febbre spagnola. Quel tempo di isolamento gli permise di scrivere «Il chiodino», un racconto pubblicato sul Corriere dei Piccoli che gli fruttò appena 25 lire. Quella piccola somma segnò però l’inizio di un viaggio che lo avrebbe portato lontano. Ercole Patti, figlio di un avvocato e di una proprietaria terriera, nato nel 1904 in una famiglia benestante, si trovò presto a dover scegliere tra la strada del diritto, imposta dal padre, e la sua vera passione: la scrittura. Da quel giovane catanese sarebbe nato un testimone autentico della vita culturale di due città fondamentali per il Novecento italiano: la sua Catania e la Roma che ancora non conosceva la Dolce Vita.

Dalle strade di Catania alla Roma che incanta

Ercole Patti cresce a Catania, immerso in un ambiente letterario grazie allo zio Giuseppe Villaroel, scrittore affermato che lo introduce al mondo degli intellettuali locali. Frequenta i salotti culturali dell’epoca, dove incontrerà nomi come Giovanni Verga, Luigi Pirandello e Vitaliano Brancati, protagonisti della scena siciliana. Dopo il collegio gesuita Pennisi di Acireale, dove ottiene la licenza liceale, si iscrive a Giurisprudenza all’Università di Catania, seguendo le volontà del padre. Ma il richiamo di Roma è forte: vuole trascorrere almeno sei mesi all’anno nella capitale, dove sente di poter costruire la sua vita da scrittore.

A diciassette anni si trasferisce a Roma e resta subito affascinato dall’atmosfera della città: i monumenti, i vicoli, gli odori, ma soprattutto le ragazze, che diventeranno per lui una fonte inesauribile di ispirazione. Nel 1940, nel romanzo “Quartieri alti”, racconta questa passione per Roma, definendola «necessaria come l’aria, la luce, il pane». La frequentazione assidua di locali come il Caffè Aragno e il Caffè Greco lo mette in contatto con poeti e artisti del calibro di Alberto Savinio, Vincenzo Cardarelli e Ardengo Soffici, confermandogli che la scrittura è la sua strada.

Dalla laurea al successo tra giornalismo e cinema

Dopo la laurea in Diritto Internazionale nel 1925 a Catania, Patti si stabilisce definitivamente a Roma per dedicarsi alla scrittura. Il suo talento emerge sulle pagine di testate importanti come il Giornale d’Italia, Il Tevere e Il Popolo d’Italia. Inizia a firmare rubriche di costume e reportage di viaggio, raccontando terre lontane come India, Giappone, Turchia ed Egitto, mostrando curiosità e capacità di narrazione. Nel 1936 si fa notare per il racconto della fuga del negus Hailé Salassié, mentre due anni prima aveva seguito il Giro d’Italia su incarico della stessa testata.

Negli anni Trenta si dedica anche al cinema, firmando sceneggiature di film di successo come Darò un milione , Ma non è una cosa seria , Senza cielo , È caduta una donna e Documento Z3 . In queste opere si riconosce il suo interesse per temi sociali e per storie che combinano intrigo e analisi psicologica.

Antifascismo e la prigionia a Regina Coeli

Nel 1943, per la sua posizione antifascista e il sostegno a Badoglio, Patti finisce in carcere a Regina Coeli per tre mesi. Lì incontra personaggi importanti come Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, che avrebbero avuto un ruolo decisivo nella storia d’Italia. Questa esperienza lo segna profondamente, consolidando la sua vicinanza ai valori democratici e la sua netta condanna del fascismo, temi che riaffiorano nelle sue opere successive.

Gli anni Quaranta e Cinquanta sono quelli della sua consacrazione letteraria. Con “Quartieri alti” apre una serie di romanzi di successo: “Giovannino” , “Un amore a Roma” e “Cronache romane” . Questi libri ottengono importanti riconoscimenti e spesso sono candidati ai premi più prestigiosi, come lo Strega. Alcuni vengono anche portati al cinema da registi come Mario Soldati e Dino Risi, che contribuiscono a diffondere la sua fama.

La Sicilia negli ultimi romanzi e il rifiuto delle neoavanguardie

Dal 1965 in poi, Patti si concentra sulla Sicilia, raccontando l’isola con uno stile più essenziale e diretto. Attraverso “La cugina” , “Un bellissimo novembre” – considerato il suo capolavoro –, “Graziella” e “Diario siciliano” , offre una visione nitida dei conflitti nascosti dietro le facciate borghesi. Il “Diario siciliano” ha toni quasi proustiani e si ispira alla sua infanzia tra Catania e Trecastagni, un «viaggio autunnale compiuto a ritroso», come lui stesso lo definisce.

Accanto a questo, emerge il suo netto rifiuto delle neoavanguardie, in particolare del Gruppo 63. Nel suo “Diario” non manca una dura critica verso autori come Balestrini, Leonetti, Manganelli ed Eco, esponenti di quella stagione letteraria che Patti considerava lontana dalla sua idea di scrittura. Una presa di posizione che conferma la sua fedeltà a una narrazione classica, basata sull’esperienza concreta e su uno stile lineare.

Nel 2019 la Nave di Teseo ha raccolto l’opera completa di Ercole Patti in un unico volume, curato da Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla, restituendo così al pubblico contemporaneo la voce di uno degli scrittori italiani più complessi e appassionati del Novecento, testimone di un’epoca di grandi passioni, turbolenze e cambiamenti sociali.

Redazione

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