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Sara Benaglia: La fotografia tra memoria, narrazione e arte contemporanea in continua evoluzione

Le immagini ci soffocano, dice Sara Benaglia. Non è un’esagerazione. Oggi siamo circondati da fotografie e video che ci travolgono senza sosta, invadono ogni spazio. Ma cosa succederebbe se iniziassimo a pensare a queste immagini come esseri viventi, capaci di mutare, respirare, contaminare? La ricercatrice visiva bergamasca, nata nel 1983, capovolge il modo in cui guardiamo la fotografia. Nel suo libro Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia , racconta la fotografia non solo come un’immagine da osservare, ma come un fenomeno chimico e ambientale che lascia tracce profonde, anche culturali e legali. Per Benaglia, la fotografia non scompare mai davvero: si trasforma, si insinua, si moltiplica. Tocca a noi scoprire la sua natura, fragile e inquietante.

Sara Benaglia: tra ricerca, insegnamento e scrittura

La sua carriera si muove tra immagini, memoria e narrazione, tre elementi che animano le sue analisi. Benaglia si occupa di ricerche visive e di saggi che esplorano la fotografia come pratica artistica e fenomeno storico-culturale. Collabora con spazi culturali come BACO a Bergamo e insegna Storia dell’arte alla NABA di Milano e alla LABA di Brescia, due istituti di primo piano.

Ha pubblicato testi importanti, tra cui Note ai margini della storia dell’arte , e insieme a Mauro Zanchi ha firmato Le insidie delle immagini e la trilogia Metafotografia . Scrive anche su riviste di rilievo come “ATPdiary”, “Doppiozero” e “Art e Dossier”. Tutto questo materiale intellettuale si riflette nel suo ultimo lavoro, che si fa portatore di riflessioni profonde e attuali.

La fotografia come materia che cambia

Il nucleo di Immagini infestate parte da una domanda semplice, ma spesso dimenticata: “Di cosa sono fatte le immagini?” Benaglia mette da parte l’interpretazione semiotica o puramente visiva per concentrarsi su ciò che c’è di fisico e concreto nelle fotografie. Per anni si è pensato alla fotografia come a uno sguardo da decifrare, senza considerare che dietro c’è una sostanza fatta di argento, sali, carta, plastica, minerali e petrolio. Le immagini non sono astratte, ma processi reali che si svolgono su materiali fragili, che si consumano e si trasformano col tempo.

Questa prospettiva “ecologica” mette in discussione il ruolo centrale dell’uomo nella rappresentazione. L’immagine non nasce solo dallo sguardo umano, ma è il risultato di una rete di agenti chimici, biologici e tecnologici che agiscono insieme. In pratica, la fotografia è un intreccio di realtà diverse — dalla materia fisica agli effetti culturali — sempre in divenire. Per raccontarla, Benaglia guarda all’archeologia e all’ecologia dei media, strumenti che aiutano a vedere la fotografia come una materia viva.

La forma e la percezione: una visione che cambia

L’analisi di Benaglia non si ferma alla materia, ma riguarda anche come le immagini si mostrano ai nostri occhi. La cultura visuale tradizionale ha spesso puntato sul “guardare”, mettendo al centro chi osserva e il suo potere. Lei invece sceglie la parola “visione”, più ampia e inclusiva: non riguarda solo l’uomo, ma anche la luce, i corpi, gli ambienti e le tecnologie coinvolte.

La visione diventa così un confine ecologico, un punto dove si incontrano organismi biologici, strumenti e materia. Le fotografie sono configurazioni visive instabili, mutate dal loro stesso materiale e dal tempo che passa. Ogni immagine è un processo in continua evoluzione, che si deteriora o si trasforma per effetto dei materiali con cui è fatta. L’invecchiamento di una stampa, con i suoi cambiamenti di colore, le ossidazioni, gli strati che si sfaldano, mostra una dimensione temporale che si “respira” nell’immagine stessa.

Questa instabilità sposta la fotografia da immagine fissa e simbolica a organismo dinamico. Così, diventa necessario guardare con attenzione ai dettagli materiali e temporali, come se si trattasse di un essere vivente.

Il peso reale delle immagini e le sfide culturali e legali

Benaglia ricorda un fatto spesso ignorato: “Nulla è davvero dematerializzato”, nemmeno il digitale. Le immagini hanno un peso concreto, che si riflette in ambiti delicati come i diritti d’autore e la conservazione museale. Nel libro dedica un capitolo a riflettere su cosa significhi l’“agentività della materia fotografica”. Se l’immagine è un processo vivo che cambia nel tempo, come si può trattare un’opera fotografica come un oggetto stabile e immutabile?

Musei, gallerie e archivi si trovano davanti a una scelta difficile: riconoscere che la fotografia è fluida vuol dire adottare metodi di conservazione nuovi e ripensare il diritto d’autore. L’immagine non è più un’istantanea congelata, ma un flusso che continua a trasformarsi.

Questi interrogativi aprono scenari complessi. Come conservare una foto d’epoca che cambia chimicamente? Come tutelare un’opera che evolve nella sua stessa materialità? Sono domande che Benaglia indica come cruciali per il presente.

“La fotografia è morta”: un paradosso che vive

Nel finale del libro, Benaglia scrive che “la fotografia è morta”. È una frase forte, che richiama i tanti annunci di morte di arti e stili nel passato. Ma non è un addio definitivo o una resa. Piuttosto, parla di uno “zombie”, un essere che oscilla tra vita e morte. Il sistema tecnologico che ha dato origine alla fotografia analogica è cambiato profondamente. Oggi la fotografia viene ancora celebrata, esposta nei musei e diffusa sui social, ma appartiene a un passato che si trasforma.

Benaglia usa una lente “hauntologica”, fatta di spettri e possibilità sospese. La fotografia continua a consumare risorse materiali, ma vive di interferenze tra trasformazione tecnica e conservazione istituzionale. Questo spiega il paradosso di una tecnica apparentemente superata che però resta centrale nelle nostre narrazioni visive.

Prendendo ad esempio il classico Viaggio in Italia, ancora oggi riproposto, si vedono paesaggi reali, ma le stampe portano con sé processi di estrazione geologica e consumo ambientale lontani. Così nasce una domanda fondamentale: per rappresentare un luogo, che ambiente o risorse stiamo modificando o consumando?

Sara Benaglia ci invita a guardare alla fotografia non solo come a un fatto estetico, ma come a un fenomeno ecologico, politico e materiale. Ci apre gli occhi su un rapporto più complesso e urgente tra immagini e mondo che ci circonda.

Redazione

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