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Sepideh Salehi: L’arte che celebra l’identità femminile tra Iran, Italia e Stati Uniti

Nel 1972 nasce a Teheran Sepideh Salehi, oggi artista che vive lontano da casa da molti anni. Attraverso il collage, intreccia ricordi e frammenti di vita, trasformandoli in un racconto sulle donne e sull’identità. Lo spazio che la separa dall’Iran non è solo una distanza geografica, ma un elemento vivo nelle sue opere, che sembrano pagine di un diario svelato. Alla Galleria Anna Marra di Roma, la sua prima mostra personale in Italia, “Assemblages”, si apre come un viaggio tra immagini e parole sovrapposte, un dialogo teso tra esilio e memoria persiana.

Il collage: una chiave per raccontare identità complesse

Per Salehi il collage è diventato il mezzo per mettere insieme realtà e ricordi, pezzi concreti e immaginari. “Osservo tanto e raccolgo stimoli diversi”, racconta l’artista. Così, attraverso la sovrapposizione di materiali, immagini e parole, costruisce un mosaico che riflette le sue vite in Iran, Italia e Stati Uniti. Le fotografie scattate in patria e immagini trovate sul web si fondono e si trasformano sotto le sue mani, prendendo nuova vita.

In passato, i suoi lavori mostravano paesaggi precisi, come montagne o scorci dell’Iran, mescolati a fotografie e grafica. Quel collage è una testimonianza viva di una memoria sospesa: il paese che non può più visitare dal 2006 vive ancora in immagini e oggetti riassemblati, un ponte tra passato e presente interiore. Dopo il trasferimento negli Usa nel 2008, il corpo umano entra prepotentemente nelle sue opere, segnando un passaggio verso una narrazione più diretta dell’esperienza emotiva.

Scrittura e memoria: parole che si fanno racconto

La scrittura nei lavori di Salehi non è mai un semplice ornamento. Lo dimostrano serie come “Ski”, “Party”, “School” e “War and Peace”, dove parole in persiano scorrono come testimonianze di vita. Non sono poesie, ma tentativi di fissare sensazioni e ricordi legati alla famiglia e alla storia.

Negli anni Duemila, mentre studiava a Firenze, ha iniziato a scrivere parole che evocano la casa, la madre, momenti precisi dell’infanzia. Il ciclo “War and Peace”, nato a New York, racconta il peso della rivoluzione islamica e della guerra Iran-Iraq. Parole ripetute, a volte accompagnate da acquerelli, portano con sé nostalgia e frammenti di un passato difficile. Termini come “rivoluzione”, “guerra” e “pace” si alternano a espressioni di vita quotidiana, come “buon compleanno”, intrecciando storie personali e contesti collettivi segnati da traumi e repressione.

Le difficoltà vissute negli anni della scuola sotto il regime si riflettono nella serie dedicata a quel periodo, che richiama punizioni, restrizioni nell’abbigliamento e controlli severi. La ripetizione ossessiva della scrittura diventa un modo per imprimere una memoria chiara e indelebile di quegli anni.

Tra Italia e nuovi orizzonti: un percorso di formazione e sperimentazione

Nel 1999 Salehi si trasferisce in Italia per studiare all’Accademia di Belle Arti di Firenze, spinta anche dall’amicizia con Neda e dalla passione per l’arte e la lingua italiana. Qui dà vita a un linguaggio inizialmente astratto, ispirato ai deserti iraniani e a luoghi intimi. L’interesse per il corpo e il movimento nasce sotto la guida di un docente che collega anatomia e arte contemporanea.

La svolta arriva con l’uso del Sumi-e, inchiostro cinese per forme astratte dinamiche, e poi con esperimenti video che mettono al centro il corpo velato. Nasce così un dialogo continuo tra ciò che si vede e ciò che resta nascosto, tra identità e censura, tema centrale nella sua produzione. L’Italia è per lei una tappa fondamentale, non solo dal punto di vista tecnico e concettuale, ma anche emotivo.

Il trasferimento a New York nel 2008 apre una nuova fase: qui Salehi usa il corpo e la figura per esprimere la complessità della sua esperienza. Il collage si fa più narrativo e stratificato, combinando media diversi e arricchendo il suo linguaggio visivo.

Iconografia persiana e oggetti: tra memoria e cultura materiale

Molti lavori di Salehi richiamano simboli e motivi tradizionali persiani. Nella serie “Mohr Portraits” spiccano le pietre da preghiera sciite, oggetti di devozione ma anche di forte valore culturale e visivo. L’artista va oltre la dimensione religiosa: la pietra diventa un simbolo antropologico, più legato alla cultura che alla fede, che nella sua famiglia è poco praticata.

Con tecniche come il frottage su carta giapponese, Salehi ricostruisce texture e segni che evocano la memoria e la presenza passata. L’uso di oggetti comuni – grattugie, aghi – lascia tracce sulla carta, suggerendo un corpo segnato da ferite invisibili.

Questa stratificazione di materiali crea un dialogo tra scrittura, corpo e cultura materiale, dove ogni elemento si carica di significati multipli. È una narrazione che ricostruisce un’identità complessa e in continuo divenire.

Donne tra nostalgia e ribellione: il silenzio delle immagini

Nelle opere di Salehi si respira una forte nostalgia, raccontata attraverso figure femminili spesso senza volto o di spalle. Sono donne che parlano di oppressione, resistenza e una passività solo apparente. Spesso sono amiche iraniane, esiliate come lei, che condividono esperienze di vita simili.

Il gesto di voltarsi o nascondere il volto diventa simbolo di una ribellione silenziosa, di una frattura difficile da superare. Quelle immagini raccontano una presenza muta ma decisa, un modo per sottrarsi allo sguardo imposto dal potere o dalla società. Anche senza espressioni facciali, il senso di disagio e protesta è forte.

Così, l’immagine della donna diventa un modo per narrare storie personali, ma anche per riflettere su contesti politici e culturali più ampi. È una testimonianza delle restrizioni imposte dal regime islamico, ma anche un segno di forza emotiva e lotta.

La mostra “Assemblages” alla Galleria Anna Marra di Roma raccoglie questo percorso: la storia di un’artista in movimento tra geografie e culture, e quella di una donna che trasforma la distanza e il ricordo in un linguaggio visivo intenso, capace di emozionare e far riflettere. Salehi costruisce con il collage ponti tra passato e presente, tra memoria privata e vissuto collettivo, in un dialogo tra mondi lontani ma legati.

Redazione

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