Nel cuore del MAXXI, oltre 300 opere di circa 130 artisti si confrontano con un tema spinoso: la tragicommedia dell’arte italiana contemporanea. Un progetto ambizioso che non si limita a mostrare quadri o sculture, ma scava nelle contraddizioni di un panorama artistico spesso difficile da decifrare. Non solo arte visiva: letteratura, filosofia, cinema e architettura si intrecciano in un racconto che oscilla tra ironia e tensione. Eppure, appena varcata la soglia del museo, il percorso si fa meno certo, sollevando interrogativi sulle scelte espositive e, più in generale, su cosa significhi davvero il tragicomico nel nostro Paese.
MAXXI e la sfida di sostenere l’arte italiana contemporanea
Il MAXXI compie 26 anni, ma la sua attenzione verso l’arte visiva italiana è stata altalenante. Rispetto a realtà come il Pecci di Prato o il Mambo di Bologna, il museo romano non ha mai puntato con continuità e decisione sugli artisti italiani contemporanei. In passato, soprattutto con la guida di Paolo Colombo, ha ospitato collettive importanti come “Migrazioni e multiculturalità” nel 2001 e “Apocalittici e integrati” nel 2007, con monografie su nomi del calibro di Pistoletto e Cucchi. Ma da quando si è trasferito nell’iconico edificio firmato da Zaha Hadid, 16 anni fa, il MAXXI ha privilegiato architettura e fotografia, settori in cui ha brillato. Nel campo delle arti visive, invece, ha puntato soprattutto sui talenti emergenti attraverso il Premio MAXXI, senza però costruire un calendario stabile di mostre monografiche o spazi ad hoc come una project room, fondamentali per far crescere nuovi artisti. Proprio “Tragicomica” vuole colmare questa lacuna, anche se mette allo scoperto alcune fragilità organizzative e di progetto.
Le basi teoriche di “Tragicomica” secondo i curatori
Il catalogo curato da Andrea Bellini e pubblicato da Marsilio è la bussola teorica della mostra. Bellini si rifà a Giorgio Agamben e al suo libro “Categorie italiane. Studi di poetica” , che evidenzia come nella cultura italiana prevalga il comico e si respinga quasi in modo istintivo la tragedia. Questa idea ha già guidato mostre come il Padiglione italiano alla Biennale di Venezia del 2013 e ora spinge “Tragicomica”. Bellini ha scelto di concentrarsi sugli artisti che mettono il tragicomico al centro del loro lavoro e sguardo sul mondo. Dall’altra parte, Francesco Stocchi offre una prospettiva più ampia, vedendo la mostra come un “montaggio”, un’antistoria fatta di risonanze e contraddizioni, con protagonisti noti e riscoperti. Per lui, il tragicomico si sposta verso un equilibrio da abitare fra dolore e riso, senza dover risolvere il contrasto. Due approcci vicini nel tema, ma diversi nella selezione e nell’interpretazione.
Tra scelte difficili e poca chiarezza espositiva
Far convivere un tema così vasto non è semplice e il risultato si sente. Spesso le opere non sembrano legate con forza al tragicomico come lo presentano i curatori. Senza un sistema espositivo chiaro o didascalie approfondite, il visitatore fatica a capire perché artisti molto diversi siano messi insieme. Alcuni nomi storici come Pier Paolo Calzolari o Monica Bonvicini restano ambigui rispetto alla visione di Bellini, mentre mancano figure importanti come Lara Favaretto, Vettor Pisani o Luigi Ontani, facendo sorgere dubbi sulla selezione. Al tempo stesso, ci sono autori che si incastrano più nella definizione di Stocchi, creando una mostra “strabica”, con due visioni curatoriali che coesistono senza troppa sintonia. Ne nasce un eccesso di contenuti poco coerenti e confusi, ma che allo stesso tempo fa emergere artisti dimenticati o poco noti, un dato positivo per il panorama italiano.
Allestimento e visita: tra confusione e momenti di forza
Gli spazi del MAXXI, ampi ma articolati, hanno influenzato la disposizione delle opere. L’allestimento richiama a tratti i saloni dell’Ottocento, con lavori accostati in modo fitto che rendono difficile soffermarsi su ogni pezzo. Alcune installazioni di grande impatto, come quelle di Bonvicini, Penone e Maurizio Cattelan, trovano una collocazione pensata e suggestiva, in particolare la famosa “Nona Ora” che qui si mostra da una terrazza protetta. Ma il pubblico spesso si perde, con a disposizione solo un pannello sintetico e una piantina numerata senza titoli delle opere, complicando l’orientamento in un percorso denso. Sculture e lavori in angoli nascosti rischiano così di passare inosservati. Sarebbe stato utile un supporto didattico più articolato per evitare un effetto “luna park” e aiutare davvero il visitatore a entrare nel cuore della mostra.
Ironia e tragicomico: un confronto con altre mostre
Nel 2025 il Mambo di Bologna ha presentato una collettiva sull’ironia nell’arte italiana dal Novecento a oggi, con caratteristiche simili a “Tragicomica”. Curata da Lorenzo Balbi e Caterina Molteni, quella mostra portava 100 opere di 70 artisti, molti presenti anche al MAXXI, ma si distingueva per un allestimento diviso in sezioni tematiche che guidavano il pubblico nel filo conduttore. La mostra romana, invece, appare più disordinata e meno accessibile, rendendo poco chiaro il senso di accostare artisti come Pistoletto e Francesco Vezzoli. Entrambi gli eventi sono nati per celebrare i musei: i 50 anni della GAM di Bologna e i 16 del MAXXI nella sua sede. Da queste iniziative emerge però una domanda più grande: perché l’arte italiana contemporanea nei musei italiani sembra spesso legata all’ironia o al tragicomico? È un legame necessario o solo una comodità?
Artisti italiani nel mondo: un ruolo da ripensare
Un problema urgente riguarda la presenza degli artisti italiani nel contesto internazionale. Lo dimostra l’assenza totale di italiani alla Biennale di Venezia 2026 e a Manifesta, dove tra i 111 artisti scelti nessuno è italiano. Se le istituzioni italiane puntano soprattutto su un’arte che gioca sull’ironia, rischiano di non prendere sul serio gli artisti del Paese. I giovani talenti possono così rimanere ai margini, con conseguenze pesanti per il futuro della creatività nazionale. Questo mette in luce una questione cruciale: le istituzioni culturali italiane sono pronte a sostenere e valorizzare la varietà delle espressioni artistiche? E hanno gli strumenti per rilanciare davvero l’arte italiana nel mondo?





