Pinault Collection Venezia 2024: Mostre Tra Poesia e Violenza da USA a Kenya

Nel 2026, Venezia si prepara a ospitare una Pinault Collection che non passa inosservata. Palazzo Grassi e Punta della Dogana si trasformano in palcoscenici per quattro mostre, ognuna con una forza narrativa potente. Le opere arrivano da Nairobi, Nuova Delhi, Brasile e Stati Uniti, portando con sé storie di violenza, identità e memoria, intrecciate a questioni di migrazione e retaggi coloniali.

Non si tratta solo di arte, ma di un viaggio che scava dentro il presente attraverso linguaggi diversi: pittura, video, collage. Qui, tradizione e innovazione si sfidano e si incontrano, dando voce a prospettive internazionali che parlano di tensioni sociali e memorie collettive con una chiarezza rara. Venezia diventa così un crocevia di culture e storie, con l’arte pronta a raccontarle senza filtri.

Michael Armitage: l’Africa contemporanea che parla con il corpo a Palazzo Grassi

Michael Armitage, nato a Nairobi nel 1984, porta con sé una pittura intensa e senza filtri sulle fragilità dell’Africa orientale. La mostra “The Promise of Change” si sviluppa su più piani di Palazzo Grassi, travolgendo chi guarda con 45 dipinti pieni di colore e significato. Armitage racconta storie di migranti che rischiano tutto attraversando il mare, le violenze delle elezioni keniane del 2017 e la forza dell’autodeterminazione femminile.

La particolarità? Dipinge su lubugo, una corteccia usata in Uganda per avvolgere i defunti, che sostituisce la tela occidentale e conferisce alle opere un’aura rituale. Queste superfici, irregolari e segnate da cuciture, richiedono un confronto diretto con la materia, fatta di imperfezioni che diventano parte del racconto.

Rileggendo modelli classici occidentali – dalle Veneri rinascimentali a Goya – in chiave africana, Armitage riflette sull’eredità coloniale della pittura. A completare il percorso, oltre cento disegni preparatori mostrano il lavoro dietro le quinte di queste tele.

Amar Kanwar: poesia visiva contro tirannia e morte

Sempre a Palazzo Grassi, ma con un allestimento più raccolto, Amar Kanwar propone due installazioni video che sono vere e proprie meditazioni sul potere e la resistenza. Il regista indiano, nato a Nuova Delhi nel 1964, usa immagini e testi per raccontare la fragile condizione umana dentro la storia politica e sociale.

“The Torn First Pages” è una retroproiezione su carta che documenta la lotta per la democrazia in Birmania. L’opera si ispira a un gesto di resistenza reale: un libraio strappava la prima pagina dei libri dove era stampato il manifesto militare, togliendo così forza alla dittatura.

L’altra installazione, “The Peacock’s Graveyard” , è un viaggio tra cinque parabole che raccontano personaggi simbolici. Sostenuta da una musica raga dal vivo, l’atmosfera oscilla tra favola e denuncia della violenza, in particolare della morte violenta e della profanazione del corpo. Kanwar mette a nudo i paradossi della vita: potere, ingiustizia e fragilità dell’individuo.

Lorna Simpson: l’identità a pezzi che si ricompone a Punta della Dogana

Lorna Simpson, artista afroamericana di Brooklyn nata nel 1960, porta a Punta della Dogana un lavoro basato sul collage come forma per ricostruire identità spezzate. Curata da Emma Lavigne, la mostra mostra come Simpson sovrapponga materiali diversi – fotografia, acrilico, bronzo, vetro – per raccontare frammentazione e riassemblaggio.

Tra drammaticità e momenti di conforto, l’opera più forte rimane quella sperimentale, dove le serigrafie in bianco e nero diventano cariche di tensione sociale. Emergono temi come repressioni e proteste, fili conduttori del suo lavoro artistico.

La capacità di mescolare linguaggi tradizionali e sperimentali permette di cogliere un’identità multiculturale, complessa e in continuo cambiamento.

Paulo Nazareth: la mappa del dolore coloniale tra arte e azione a Punta della Dogana

L’installazione più imponente a Punta della Dogana è firmata da Paulo Nazareth, brasiliano nato nel 1977 noto per la sua arte itinerante e politica. La sua assenza fisica parla chiaro: ha scelto di non entrare in Europa senza prima attraversare i territori africani precoloniali, un gesto di critica e riflessione rigorosa.

Nazareth pratica l’arte camminata, seguendo i percorsi migratori umani. Nel 2011 ha attraversato a piedi tutte le Americhe, raccontando l’esperienza in “Notícias de América”. La mostra “Algebra” prova a ricomporre un’umanità divisa, segnata da violenza e lotte di potere.

Nel percorso espositivo, una scia di sale grosso disegna la sagoma di un tumbeiro – la nave usata per il trasporto degli schiavi – attraversando lo spazio con il peso della memoria e del commercio. Il sale diventa metafora di schiavismo, capitalismo e globalizzazione.

Tra gli oggetti in mostra, la serie “Produtos de genocídio” presenta simboli legati alla schiavitù incastonati in blocchi di resina, mentre le fotografie “For Sale”, in cui l’artista si mette «in vendita», smontano le dinamiche esotiche e mercificate del mondo dell’arte contemporanea. Un percorso che unisce estetica e politica, facendo di Nazareth un critico consapevole del sistema.

Le mostre di Palazzo Grassi e Punta della Dogana non si limitano all’arte: sono un invito a riflettere su questioni sociali e storiche urgenti. La varietà geografica e tematica degli artisti fa di Venezia un vero crocevia globale, dove la Pinault Collection conferma il suo ruolo di piattaforma per dialoghi artistici e riflessioni sul nostro tempo.

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