“Il verde cura più di quanto pensiamo.” È una verità che fatichiamo a vedere, soprattutto dentro gli ospedali, dove a lungo la natura è stata sacrificata sull’altare della tecnologia e dell’efficienza. Non si tratta di una semplice passeggiata nel parco o di un weekend fuori porta, ma di spazi studiati per rigenerare corpo e mente. In Italia, finalmente, si sta riscoprendo il potere di alberi, profumi e suoni naturali come parte essenziale della cura. Prendiamo esempio dal Giappone, dove lo Shinrin-yoku — il “bagno nella foresta” — ha ormai confermato con dati alla mano che la natura riduce lo stress e aiuta a ritrovare equilibrio. Così architetti e progettisti italiani stanno dando nuova vita ai giardini, trasformandoli in veri e propri strumenti terapeutici, capaci di restituire benessere a chi li attraversa.
Il verde che cura: benefici concreti per corpo e mente
La natura non è mai stata così importante, né così studiata. Numerosi studi internazionali confermano che guardare il verde, ascoltare il fruscio delle foglie, respirare aria aperta fa bene al cuore e abbassa la pressione, riducendo lo stress e migliorando la salute generale. I benefici vanno oltre la mente: il sistema immunitario ne esce rafforzato e si registrano effetti positivi su malattie cardiovascolari, respiratorie, alcuni tumori, diabete e disturbi dell’attenzione. Il verde diventa così una risorsa preziosa per prevenire e trattare molte malattie. Una ricerca del 2019 nel Regno Unito, insieme a uno studio del Barcelona Institute for Global Health, ha mostrato come la natura agisca sia sul rilassamento psicologico che sulle risposte biologiche del corpo. Insomma, il legame tra uomo e natura resta una chiave fondamentale per la salute.
Healing gardens: cosa sono e perché contano negli ospedali
Gli healing gardens, o giardini terapeutici, sono oggi un tassello fondamentale nel rapporto tra natura e salute. L’American Horticultural Therapy Association li definisce come spazi ricchi di piante, acqua e altri elementi naturali, pensati per aiutare il recupero e il benessere di pazienti e visitatori all’interno delle strutture sanitarie. Non sono solo bei giardini, ma luoghi dove si svolgono terapie e attività di riabilitazione. Progettare questi spazi richiede un’attenzione particolare. Monica Botta, architetta paesaggista e docente universitaria italiana, ha dedicato molti anni a questi progetti, unendo competenze tecniche a una visione centrata sulla cura. Per Botta, il progetto deve garantire sicurezza, accessibilità, comfort e soprattutto offrire distrazioni positive, cioè elementi in grado di alleviare stress e sofferenza attraverso un contatto vero con la natura.
Le regole d’oro per giardini terapeutici che funzionano
Clare Cooper Marcus, pioniera in questo campo, ha stilato un decalogo che guida chi vuole realizzare spazi verdi dedicati alla guarigione. Prima di tutto, sicurezza e privacy: chi entra in un healing garden deve sentirsi protetto, come a casa. L’accessibilità è fondamentale: niente barriere architettoniche, così tutti possono muoversi liberamente e godere del giardino. Il comfort deve essere completo, sia fisico che emotivo, lasciando libertà di scelta su come vivere lo spazio. Le distrazioni positive sono progettate per catturare l’attenzione con elementi naturali stimolanti o percorsi sensoriali. A completare il quadro, una manutenzione attenta e la sostenibilità, per mantenere un ambiente che trasmetta pace. Importante è anche il dialogo continuo con le strutture sanitarie, per adattare il giardino ai bisogni di pazienti, operatori e visitatori.
Giardini terapeutici in Italia: dove siamo e cosa manca
Nel 2018, una ricerca guidata dal professor Giulio Senes ha fotografato la situazione italiana: su 850 ospedali, solo 46 disponevano di un healing garden, perlopiù al Nord. Dati confermati da studi del Politecnico di Milano nel 2015, che evidenziavano un vuoto quasi totale nel Centro-Sud. Oggi, nel 2024, qualcosa si muove: i giardini terapeutici crescono, anche se non mancano difficoltà nella gestione e nell’uso quotidiano. Spesso i giardini ci sono ma restano poco frequentati per mancanza di personale o di attività organizzate. Tuttavia, alcuni casi in Italia dimostrano che si può cambiare rotta, integrando questi spazi direttamente nei percorsi di cura.
Esempi italiani che fanno scuola
Tra i giardini terapeutici più noti ci sono il Giardino SottoVico a Vico d’Elsa , pensato per attività di supporto terapeutico; il giardino Alzheimer a Rubano e il giardino psichiatrico di Verduno , tutti progettati per rispondere a esigenze specifiche. Monica Botta mette in luce anche il Giardino della Felicità a Ferrara, realizzato nel 2017 in un hospice e premiato a livello nazionale. Si tratta di 2.500 metri quadrati con percorsi accessibili, orti fruibili anche in carrozzina, una fontana e spazi di incontro che favoriscono il benessere di pazienti, familiari e operatori. Di recente, nel 2024, è nato anche il Giardino Ritrovato in Piemonte, dedicato a chi soffre di Alzheimer, dove si alternano pet therapy, orticoltura e momenti di raccoglimento. Qui la cura nella gestione fa davvero la differenza, trasformando il giardino in un luogo vivo e integrato nella cura quotidiana.
Dietro il progetto: l’umanità che fa la differenza
Per Monica Botta, progettare un healing garden non significa solo disegnare piante e panchine, ma assumere un atteggiamento umano profondo. Serve ascoltare davvero, capire i bisogni di chi vive e lavora in ospedale, e mantenere coerenza tra intenti e risultati. La collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti crea un senso di appartenenza che migliora la gestione. Curare un giardino terapeutico significa anche fare attenzione ai dettagli, ai materiali, a ogni scelta che influirà sulla vita delle persone. Positività e curiosità sono le chiavi per trovare soluzioni concrete e migliorare continuamente. Solo così questi spazi possono davvero completare il percorso di cura in ambito ospedaliero e sociosanitario.
I disegni onirici che nutrono il futuro dei giardini
Tra le attività di Monica Botta c’è anche quella di fissare idee e forme su taccuini Moleskine, con disegni che una sua amica ha definito “onirici”. Non sono semplici schizzi tecnici, ma rappresentazioni nate dall’ascolto e dall’emozione, quasi visioni di giardini ideali. In questi disegni si intrecciano esperienza, speranze e suggestioni. Sono una guida per la mente, un modo per evocare la cura che un giardino terapeutico può offrire, anche quando è solo un progetto. Questa forma di progettazione va oltre la funzionalità, entrando in un rapporto emotivo e profondo con la natura. Sono proprio questi lavori a costruire il futuro di una cultura del verde più attenta, consapevole e umana.





