A Pavia il 30 aprile 2026: 5 opere d’arte sfidano la termocamera e il controllo visivo

Il 30 aprile 2026, nell’Auditorium di San Tommaso all’Università di Pavia, il thermal imaging cambia volto. Finora, quella tecnologia ci ha seguito soprattutto come strumento di sorveglianza: occhi invisibili puntati su di noi, monitoraggio costante. Eppure, ora il termoscopio — nato per la sicurezza — si trasforma in qualcosa di diverso. Diventa un mezzo di riflessione, estetica e politica insieme. Una svolta quasi paradossale, che sfida l’idea di un corpo ridotto a semplice dato da controllare. Come si fa a far emergere da questo sguardo freddo e standardizzato la complessità e lo spessore dell’umano?

Dal controllo alla creatività: quando la termocamera incontra l’arte

La termocamera è stata inventata per scovare presenze nascoste, valutare rischi, orientarsi al buio. Non serve a mostrare volti o espressioni, ma a dare dati freddi e precisi: la temperatura del corpo, un indicatore di salute o pericolo. Chi ha vissuto il 2020 ricorda bene quelle immagini: strade vuote, persone ridotte a macchie colorate su uno schermo. Un’immagine che annulla la persona, riducendola a semplice dato. È l’estetica del distacco e del controllo che ha invaso ospedali, aeroporti, negozi e perfino la vita di tutti i giorni.

Da strumento militare e tecnologico, usato in operazioni notturne e sistemi di puntamento, il thermal imaging ha fatto il salto nel civile. Ma questo passaggio ha creato una frattura. Alcuni artisti hanno iniziato a usare quella tecnologia in modo diverso, non per spogliare il corpo, ma per mostrarne la complessità. Non per semplificare le immagini, ma per farle vivere, attraversarle, restituendo emozioni e profondità.

Cinema e società: un’immagine che sfugge al riconoscimento

Il thermal imaging crea un’immagine radicale, che cancella ciò che l’occhio umano riconosce, sostituendo il visibile con il calore. Film recenti hanno fatto di questa estetica un mezzo potente e politico. In “Disco Boy” di Giacomo Abbruzzese, la visione a infrarossi costruisce un paesaggio emotivo dove il nemico diventa energia da intercettare. In “La zona di interesse” di Jonathan Glazer, la termocamera mette in luce presenze invisibili alla storia, ma non alla macchina da presa. Questi film raccontano qualcosa di inquietante: si può vedere senza riconoscere, senza dare un volto o un’identità.

È su questo terreno che si muove l’iniziativa di Pavia, “Thermal Imaging e Cultura Visuale: Pratiche Artistiche e Ricerca in Dialogo”, promossa dai docenti Lorenzo Donghi e Deborah Toschi. Entrambi lavorano all’incrocio tra cinema, cultura visuale e nuove tecnologie. Nel loro libro “Il corpo nello spettro” offrono un’analisi critica di immagini che sfidano il visibile tradizionale. Ma qui la teoria diventa pratica, grazie alle opere d’arte in mostra.

Cinque opere per ribaltare lo sguardo della termocamera

Cinque lavori artistici animano la giornata pavese, ognuno pronto a mettere in discussione la logica di controllo della termocamera. “Cold As You Are” di Rebecca Moccia, commissionata da OGR Torino, esplora spazi pubblici e lavorativi attraverso un archivio termico ricco di tensioni politiche e affettive. Qui la termografia non semplifica, ma intreccia relazioni e significati che sfuggono alla vista normale.

“Seeing Beyond Fading” di Daniele Costa, nato in un hospice e presentato al PAC di Milano, porta la termocamera in una zona di confine. Il calore residuo nei corpi malati diventa una traccia poetica che sfida la morte, trasformando l’energia termica in segno di resistenza.

La performance “Heat-Us” , ideata da Stefania Ballone con Chiara Cappelletto, Giulio Galimberti e Arcangelo Merla, fa del calore materia scenica. Il pubblico non è più spettatore distante, ma parte dell’esperienza, esposto e riflesso in un gioco di vulnerabilità e scambio. Il conflitto tra visibile e invisibile si fa corpo pulsante.

Anche il cinema si confronta con la termografia in “Waking Hours” , progetto di Federico Cammarata e Filippo Foscarini presentato alla Mostra di Venezia. Il film segue un gruppo di passeur afghani lungo la rotta balcanica. La notte e l’infrarosso creano un’atmosfera opaca, dove i corpi sono solo tracce di calore: non invisibili, ma nemmeno riconoscibili, un’immagine che blocca lo sguardo.

Chiude il ciclo “Thermodynamics of a Singularity” , installazione di Lorenzo Bacci e Flavio Moriniello alla Triennale di Milano. Nato durante la pandemia, l’archivio visivo riporta alla luce la termografia come linguaggio sociale condiviso, ma di nuovo interrogabile. Il progetto richiama “Virus” di Antoine d’Agata, riflessione sull’esposizione del corpo che supera la semplice documentazione per diventare pura intensità.

Il corpo tra assenza e presenza: l’arte sfida la riduzione tecnologica

Alla fine di questa esperienza emerge un dato chiaro: il thermal imaging ci invita a ripensare la rappresentazione del corpo. La termocamera non cattura luce o forme, ma variazioni di calore. L’immagine perde contorni netti, volti e identità si dissolvono. Resta una presenza in continuo mutamento, che fino a oggi era vista solo come dato da rilevare.

In questo spazio sfuggente, l’arte entra per complicare le cose. Dove la tecnologia vuole semplificare, le opere riportano opacità, relazioni intime, storie nascoste. La perdita del riconoscimento diventa apertura, spinta a rallentare e guardare con occhi diversi. La termocamera si mostra così non solo strumento tecnico, ma anche politico. Imparare a usarla per vedere meno – o vedere in modo nuovo – significa mettere in discussione il modo stesso di osservare il corpo e le relazioni sociali che si costruiscono attraverso le immagini.

Il 30 aprile a Pavia si andrà proprio in questa direzione, passando dalla teoria all’esperienza visiva, pronti a scoprire un nuovo modo di guardare il nostro tempo.

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