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Allarme alla Galleria Nazionale di Roma: il capolavoro di Pino Pascali invaso da muffa e abbandono

Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’installazione “Mare” di Pino Pascali rischia di sparire sotto uno strato di muffa, polvere e insetti. Trentaquattro metri quadrati — un’ampiezza che dovrebbe evocare il respiro del mare — sono invece diventati il luogo di un lento, inesorabile degrado. Non è solo la fatica del tempo: è un abbandono evidente, che lacera la materia e svuota il senso di un capolavoro della scena artistica italiana. I visitatori passano, forse distratti, ignari che sotto i loro occhi il lavoro del maestro pugliese si stia consumando, pezzo dopo pezzo. Quella che dovrebbe essere una testimonianza vivente di creatività e memoria, oggi appare come una ferita aperta nel cuore stesso della cultura.

Incuria e degrado: quando il patrimonio artistico viene tradito

L’allestimento ricorda più un deposito trascurato che una mostra curata come meriterebbe un’opera di questo calibro. La presenza di muffa, polvere e insetti non riguarda solo il lato materiale: questa invasione biologica cambia per sempre il modo di vedere e capire l’opera. Quel “mare” blu, che è un artificio poetico e una visione artistica raffinata, è soffocato dal degrado e dallo sfacelo. Non si tratta di un episodio isolato, ma di un fatto senza precedenti nella storia della GNAMC, che mette in evidenza una seria mancanza di interventi di manutenzione tempestivi e adeguati.

Dietro questa situazione si nasconde un problema più ampio: la trascuratezza verso un patrimonio culturale di enorme valore. Vedere un capolavoro contemporaneo ridotto così è un campanello d’allarme sulle politiche di tutela e conservazione delle istituzioni pubbliche italiane, soprattutto a Roma, una città in cui la cultura dovrebbe essere una risorsa preziosa.

L’illusione di un “effetto artistico” nato dall’incuria

C’è un paradosso in tutto questo: chi non conosce bene l’opera di Pascali può pensare che muffa e insetti siano parte del progetto, un messaggio contro l’inquinamento marino o una denuncia ambientale. In un momento in cui i temi ecologici sono al centro dell’attenzione, questo equivoco rischia di diventare pericoloso.

Ma è un errore grave confondere la negligenza con la scelta artistica. Pascali, nel suo percorso, ha lavorato con materiali organici e ha esplorato la trasformazione della materia, come nella serie “Muffe”. Però quella era una ricerca consapevole, non un degrado imposto dall’abbandono e dalla mancata manutenzione. Il contrasto tra il blu originale e la materia ammuffita crea una confusione che rischia di distorcere il valore storico e concettuale dell’opera.

La tutela istituzionale non può più aspettare

Si può discutere dell’intuizione creativa dell’artista, ma non si può ignorare il dovere morale e istituzionale di conservare e proteggere il patrimonio pubblico. Lo Stato, tramite enti come la GNAMC, deve assicurare che le opere esposte siano protette dal tempo e da agenti biologici che ne minano l’integrità.

La mancanza di cura non solo svaluta culturalmente e economicamente l’installazione, ma mette a rischio la memoria artistica del paese. Un’opera così importante non può diventare simbolo di incuria e abbandono. Serve un intervento urgente, con restauratori specializzati, per fermare il deterioramento e restituire all’installazione la dignità che merita.

Questa vicenda è un campanello d’allarme che invita a riflettere sulle modalità concrete di gestione del patrimonio culturale, soprattutto in un momento in cui l’arte è una risorsa strategica. Roma non può permettersi di perdere pezzi fondamentali della propria storia contemporanea per colpa di negligenze così evidenti.

Redazione

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