Nel cuore di Firenze, le incisioni di Georg Baselitz raccontano una storia che va oltre la tela. Nato a Kamenz nel 1938, Baselitz non ha mai considerato la xilografia come una semplice tecnica: per lui, è un’idea che prende corpo, un segno che si fissa nel tempo. Accanto alla pittura, l’incisione assume un peso pari, quasi un rito. Non un esercizio secondario, ma la prova tangibile di un gesto, la forma netta di una visione che si esprime attraverso metodi antichi come xilografia e linoleografia. Questi lavori nascono da uno sguardo intenso, un dialogo aperto tra tradizione e contemporaneità. Ora, a Firenze, quella parte nascosta e fondamentale della sua arte finalmente esce dall’ombra.
Baselitz e la grafica: una passione che nasce negli anni Sessanta
Negli anni Sessanta, Baselitz entra in contatto con la grafica nel laboratorio del castello di Wolfsburg, in Sassonia. Qui impara a padroneggiare tecniche come acquaforte, xilografia e linoleografia. È in questo periodo che prende forma il suo stile, che lo accompagnerà per tutta la carriera. Baselitz non si limita a sperimentare: studia e colleziona anche incisioni del Cinquecento, dimostrando un legame stretto con la storia dell’arte grafica. Questo rapporto col passato non è nostalgia, ma rispetto e continuità verso i grandi maestri che hanno lavorato la materia. La sua grafica non è un semplice complemento alla pittura, ma un mondo a sé, ricco di significati, come mostra l’antologica al Museo Novecento.
“Avanti!”: 170 opere di Baselitz in mostra a Firenze
La mostra “Avanti!”, curata da Sergio Risaliti e Daniel Blau, è un evento senza precedenti in Italia. Firenze ospita per la prima volta un’antologica con 170 opere di Baselitz, tra dipinti, incisioni e sculture. Il percorso, allestito al Museo Novecento e in parte inserito nella collezione permanente, racconta la complessità di un artista che ha trasformato l’incisione in un linguaggio potente. Le opere grafiche esposte coprono un arco che va dagli anni Sessanta al 2026, mostrando un’evoluzione sia tecnica che emotiva. Il visitatore si confronta con un autore che cattura immagini di forte intensità, spesso cariche di dramma.
Il corpo umano nelle linoleografie: tensione e frammentazione
Al pianterreno del Museo Novecento, una sala è dedicata alle linoleografie sul corpo umano, realizzate tra la fine degli anni Settanta e i Duemila. Qui le figure si spezzano, si frammentano, ricomponendosi in un gioco di luci e ombre dominato dal nero. Non si tratta di delicatezza, ma di raccontare una crisi, una lotta interiore che si riflette nella materia stessa. Il nero, più che una scelta estetica, diventa un elemento espressivo che amplifica il peso delle forme e l’atmosfera spesso inquietante delle opere. Poco distante, nella cappella delle ex Leopoldine, la scultura Pace Piece dialoga con una serie di acqueforti che ritraggono mani e piedi. Il confronto tra scultura e grafica mette in luce la versatilità di Baselitz nella rappresentazione del corpo.
Nel chiostro, la scultura “1965”: legno e bronzo in tensione
Nel cuore del chiostro del museo si staglia la scultura “1965”, realizzata nel 2024. È una figura maschile in piedi, fusa in bronzo ma con le venature del legno ben visibili, il materiale a cui Baselitz è più legato. L’artista racconta che lavorare il legno significa spesso “lottare contro le venature”, un confronto che non si piega alla materia. Lo stesso spirito si ritrova nelle sue opere grafiche e pittoriche, dove disegno, struttura e colore si scontrano. Questa tensione diventa il terreno di ricerca costante di Baselitz, che cerca sempre di far convivere forze opposte all’interno dei suoi lavori.
Al primo piano: dai feriti di guerra ai mangiatori d’arance
Al primo piano del Museo Novecento, le sale mostrano temi che hanno segnato Baselitz fin dai suoi esordi. Tra questi la serie degli Eroi, realizzata a Berlino nel ’65-’66, che ritrae soldati feriti con uniformi strappate. Sono immagini dure, che raccontano una Germania segnata dalla guerra, senza spazio per pietismi. Negli anni Ottanta, la figura umana si avvicina alla vita di tutti i giorni con gli Orangenesser, i mangiatori di arance. Questi soggetti conservano un realismo deformato, carico di emozioni complesse e contraddizioni. Baselitz usa ancora una volta l’immagine per sondare la condizione umana e sociale con uno sguardo severo e senza compromessi.
La figura capovolta: rovesciare lo sguardo e i significati
Una delle cifre più riconoscibili di Baselitz sono le figure umane capovolte, comparse nel 1969. Questi soggetti ribaltano la gerarchia visiva tradizionale, mettendo in discussione il rapporto tra cielo e terra. Baselitz spiega che l’idea nasce dal desiderio di “smettere di inventare soggetti nuovi e concentrarsi invece sullo sguardo e sul senso di ciò che esiste già, ma visto da un’altra angolazione.” Il curatore Risaliti suggerisce un legame con la Crocifissione di san Pietro, l’affresco di Filippino Lippi visto da Baselitz da giovane a Firenze. Quel capolavoro manierista avrebbe ispirato opere come “Fingermalerei” del 1972, rivelando un filo nascosto ma forte tra l’artista tedesco e la tradizione fiorentina.
Secondo piano: tra novità e cicli inediti
Al secondo piano la mostra si concentra sulle opere più recenti di Baselitz. Spiccano grafiche realizzate nel 2025, esposte per la prima volta, insieme al ciclo “Avignon” del 2014, che mostra figure nude e anziane ispirate agli studi di Picasso per la mostra del 1970 al Palais des Papes. Nonostante le difficoltà fisiche crescenti, Baselitz continua a lavorare con tenacia, spinto da una voglia di rinnovarsi e sperimentare. Il percorso fiorentino restituisce così l’immagine di un artista in movimento, sempre pronto a esplorare nuove strade creative.





