Sessant’anni di cinema raccontati da un tratto a carboncino. Dai primi passi con Pasolini, fino alle collaborazioni con Scorsese e Tim Burton, ogni disegno di Dante Ferretti ha catturato un pezzo di storia del grande schermo. A Roma, nei Musei di San Salvatore in Lauro, una mostra aperta fino al 19 luglio 2026 espone i suoi bozzetti originali. Non sono semplici schizzi, ma vere opere d’arte, nate dalla mano di uno dei più grandi scenografi e costumisti italiani ancora in attività. Entrarci significa immergersi nel cuore di film che hanno segnato un’epoca.
Dante Ferretti: quando il disegno diventa visione
Ferretti lavora con un metodo tutto suo. Prima legge la sceneggiatura, poi parla con il regista e infine si chiude nel suo mondo per trasformare le parole in immagini. “Sono le mie idee per il film — dice lui — viste attraverso i miei occhi”. In questa fase di isolamento e studio nascono bozzetti che non sono mai abbozzi, ma creazioni definitive. Li presenta al regista non come suggerimenti, ma come scelte fatte e già decise. La collaborazione con Martin Scorsese è un esempio lampante: Scorsese vedeva i materiali solo il giorno prima delle riprese, fidandosi ciecamente della capacità di Ferretti di anticipare ogni dettaglio. Un rapporto fatto di fiducia e intesa che si è consolidato negli anni.
In mostra ci sono oltre cento opere che raccontano la nascita visiva di alcuni dei set più famosi del cinema contemporaneo. Dai paesaggi cupi e isolati alle tavole ricche di particolari, si nota come Ferretti usi tecniche miste: gessetti, carboncini, collage si mescolano alla pittura per creare immagini intense e suggestive. Il valore di questi bozzetti sta proprio nella capacità di trasmettere atmosfere e idee originali, poi tradotte in scenografie concrete.
Un legame stretto tra pittura e cinema
Per Ferretti la pittura è la chiave per capire il cinema. La sua formazione artistica affonda le radici nei grandi maestri: da Piero della Francesca a Caravaggio, da El Greco al manierismo, fino a Bosch e Bruegel. Un filo lungo secoli che si ritrova nelle sue creazioni.
Questa eredità si vede nelle scenografie che costruisce, capaci di evocare emozioni profonde con la luce e la composizione. Prendiamo il faro di Shutter Island, simbolo di isolamento e verticalità, che Ferretti chiama affettuosamente “il faro” in omaggio a Fellini. Oppure la Beaufort Ballroom ne L’età dell’innocenza, dove lo spazio chiuso riflette le costrizioni interiori dei personaggi, un vero teatro visivo che incornicia la storia e i suoi limiti.
Nel film di Terry Gilliam, Le avventure del barone di Münchausen, Ferretti ha creato ambientazioni organiche, deformate, quasi da teatro, che stimolano l’immaginazione dello spettatore. Una dimostrazione della sua capacità di unire riferimenti storici a narrazioni moderne, dando alle sue scenografie un impatto immediato e duraturo.
Il lavoro nascosto dietro le quinte
Lo scenografo lavora spesso nell’ombra, anche se il suo contributo è fondamentale per l’aspetto di un film. Ferretti racconta episodi che lo mostrano bene. Per esempio, nel film Titus di Julie Taymor: la regista voleva un Colosseo, ma Ferretti propose il Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, un’alternativa razionalista perfetta. L’idea fu accolta, ma il merito finì sempre tutto alla regista nelle interviste. Ferretti lo racconta senza rancore, con la serenità di chi ha visto tante opere sopravvivere al tempo.
Questa discrezione è comune nei grandi set, dove lo scenario è il palcoscenico silenzioso della vera magia, spesso invisibile al pubblico e relegata a un ruolo marginale.
Dal cinema al teatro: scenografie da costruire, non solo da immaginare
Passare dal cinema al teatro è una sfida diversa per uno scenografo come Ferretti. Nel cinema si può intervenire in post-produzione, nel teatro invece ogni cosa va costruita e messa in scena senza possibilità di ritocchi. Serve un approccio preciso e originale, e Ferretti si impegna a innovare sempre, per dare a ogni lavoro una lettura personale dello spazio scenico.
Come regista e scenografo di opere liriche — dalla Carmen di Bizet al teatro Sferisterio di Macerata, a Werther al Carlo Felice di Genova e a Zagabria — Ferretti vive un confronto continuo tra creatività e organizzazione, tra le diverse anime del suo mestiere. Questo gli permette di curare ogni dettaglio e di creare ambienti autentici e funzionali.
Nel 2023 è stato incaricato di ricostruire, con bozzetti precisi, il luogo dove Pier Paolo Pasolini fu assassinato. Un compito doloroso, ma fondamentale per mantenere viva la memoria di un momento cruciale, e che mostra il legame profondo di Ferretti con il cinema italiano e la sua storia.
Un maestro senza scuola né eredi
A 83 anni, Dante Ferretti continua a stupire. Tra le poche cose che vorrebbe ancora realizzare c’è una nuvola o un rito visivo fatto di pioggia vista attraverso un ombrello trasparente. Semplici elementi naturali, ma per lui una sfida scenografica e poetica da raccontare sotto nuova luce.
Nonostante il successo e i riconoscimenti internazionali, si definisce un “muratore”, uno che mette mattoni con pazienza, come gli antichi acquedotti romani che resistono al tempo. Guarda al cinema italiano di oggi con realismo: un sistema chiuso, senza scuole né eredi diretti del suo lavoro, dove i giovani faticano a emergere.
Il suo percorso resta comunque straordinario: quasi mille bozzetti, tre Oscar, oltre cento settantacinque premi. La mostra di Roma, che toccherà altre città italiane, racconta la vita di uno scenografo che, nonostante tutto, continua a immaginare e costruire nuovi spazi.





