Il 20 aprile 2024 segna la fine di un’era in Apple. Tim Cook, al timone dell’azienda da quindici anni, ha annunciato che a settembre passerà il testimone a John Ternus, l’ingegnere dietro il design dell’iPad. Non si tratta solo di un cambio alla guida: è uno specchio di come, nella Silicon Valley, l’abbigliamento parli più di quanto si pensi. I look dei big del tech non sono mai casuali. Dietro ogni scelta di stile si nasconde una storia, una strategia, un segnale. Dalle giacche minimaliste ai colori scelti, si disegnano personalità e persino mutamenti culturali che arrivano a influenzare anche il mercato tessile europeo. In questo passaggio di consegne, emerge chiaro un messaggio: il potere passa anche attraverso ciò che si indossa.
Apple non è solo innovazione tecnologica, ma anche immagine costruita a tavolino. Steve Jobs, il fondatore e volto iconico, ha imposto uno stile diventato quasi un marchio di fabbrica: dolcevita nero Issey Miyake, jeans Levi’s 501 e sneaker New Balance. Non era solo una questione di gusti personali, ma un segno distintivo che trasmetteva visione e rigore creativo. Quel look ha trasformato Jobs in un simbolo riconoscibile ben oltre il mondo tech.
Quando Cook ha preso le redini nel 2011, ha scelto un abbigliamento più sobrio e funzionale. Le sue polo blu e i jeans scuri sono diventati quasi una divisa, senza fronzoli e con un’unica concessione: le sneaker Nike, brand di cui fa parte il consiglio dal 2015. Sotto la sua guida, Apple è cresciuta da un valore di 350 miliardi a oltre 4 trilioni di dollari, espandendo il raggio d’azione anche nel cinema, con la divisione premiata agli Oscar per CODA. Cook ha incarnato pragmatismo e continuità, mostrando un lato più umano con il suo coming out, in netto contrasto con la riservatezza che lo caratterizza.
Il prossimo CEO, John Ternus, sembra deciso a proseguire su questa linea minimalista e tecnica. Meno noto al grande pubblico, il suo stile riservato e l’esperienza da ingegnere suggeriscono una leadership sobria, dove l’abbigliamento resta un segnale di efficienza e professionalità discreta.
Mark Zuckerberg, fondatore di Meta, ha portato all’estremo il concetto di “uniforme” nella Silicon Valley. La sua divisa quotidiana? T-shirt neutre, felpe con cappuccio, jeans e sneaker semplici. Una scelta che elimina “la fatica delle decisioni”, lasciando energia e attenzione alle questioni importanti. Perfino alle occasioni formali, il suo abbigliamento sembra più un compromesso che una scelta personale.
Jeff Bezos, invece, ha percorso una strada diversa. Durante gli anni da CEO di Amazon, vestiva completi classici e sobri, in linea con il mondo corporate. Dopo aver lasciato la guida operativa, il suo look è diventato più curato e costoso: abiti su misura, camicie aperte, polo di qualità, occhiali aviator e scarpe che alternano sneaker e mocassini di lusso. Un’evoluzione che riflette la sua nuova immagine pubblica, da manager riservato a icona globale. Il matrimonio a Venezia nel 2025 e il ruolo di donatore principale al Met Gala 2026 confermano questa trasformazione. Inoltre, il Bezos Earth Fund ha recentemente stanziato 34 milioni di dollari per sviluppare fibre tessili biodegradabili e seta sintetica senza plastica, sottolineando un impegno concreto verso la sostenibilità ambientale.
Tra i leader più originali troviamo Elon Musk, Peter Thiel e Alex Karp, ognuno con uno stile ben definito e tutto da raccontare. Musk spazia da smoking perfetti a giacche tecniche, t-shirt con i loghi Tesla o SpaceX e bomber di pelle. Un mix che riflette il suo ruolo di visionario imprenditore, capace di comunicare innovazione e autorità senza formalismi.
Peter Thiel, fondatore di Palantir, punta invece a un minimalismo rigoroso: completo classico, camicia bianca o azzurra, scarpe pulite. Nei momenti meno formali sfoggia blazer e t-shirt neutre, mantenendo sempre un’immagine di concretezza e ordine, senza stravaganze.
Alex Karp, CEO di Palantir, rompe ogni schema. Il suo abbigliamento è colorato e tecnico, spesso legato allo sci di fondo, e il suo aspetto spettinato lo rende unico. Il suo look rifiuta la classica immagine del dirigente, proponendo quella di un “pensatore eccentrico” e “filosofo ribelle”. Dietro questa apparente stravaganza c’è una visione politica e tecnologica articolata nel suo manifesto “La Repubblica tecnologica”, che sfida le convenzioni della Silicon Valley.
Fondata nel 2003 con l’obiettivo di applicare tecnologie antifrode nel mondo dell’intelligence, Palantir ha ampliato il suo raggio d’azione, diventando un punto di riferimento per agenzie militari e sanitarie. Partita con finanziamenti della CIA tramite In-Q-Tel, ha consolidato una posizione strategica nell’analisi dati su larga scala.
Il trasferimento da Palo Alto a Denver nel 2020 ha segnato un allontanamento simbolico dalla Silicon Valley. Oggi Palantir vuole essere molto più di una società tech: punta a diventare un brand culturale, veicolando valori e idee politiche. Nel 2025 ha aperto il Palantir store, una boutique online con t-shirt, felpe, borse e cappellini, trasformando l’abbigliamento in un mezzo di comunicazione diretto con la sua community.
Questa mossa serve a creare non solo clienti, ma sostenitori fedeli, inserendo Palantir in un fenomeno più ampio di aziende tech “identitarie”. Indossare un capo firmato diventa così un modo per aderire a un’ideologia e a una missione, mettendo in discussione i tradizionali rapporti tra impresa e pubblico, tra prodotto e simbolo.
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