Biennale di Venezia 2026: la mostra sul genocidio di Faisal Saleh tra protesta e politica palestinese

Nel cuore della Biennale Arte 2026 a Venezia, tra padiglioni scintillanti e dibattiti infuocati, spicca una mostra che non si dimentica facilmente. “Gaza – No Words – See the Exhibit” non è solo arte: è una testimonianza cucita a mano con il tatreez, il ricamo tradizionale palestinese. Ogni punto racconta una storia, ogni filo è un grido silenzioso contro il genocidio che ha colpito Gaza. Qui, l’arte si fa memoria e denuncia, un ponte fragile e potente tra l’orrore vissuto e la nostra coscienza.

Tatreez alla Biennale: un archivio visivo che racconta la tragedia di Gaza

La mostra si trova a Palazzo Mora, nel cuore di Venezia, fuori dai padiglioni nazionali ufficiali, ai margini del circuito istituzionale. Cento opere di ricamo tatreez, una tradizione femminile palestinese, raccontano scene di dolore e distruzione tratte da fotografie documentarie degli ultimi due anni e mezzo da Gaza. Sono immagini di corpi avvolti in sudari, bambini uccisi, madri in lacrime che salutano i figli, ospedali colpiti, famiglie annientate dalla violenza.

Il contrasto tra la lentezza del ricamo e la brutalità delle immagini è forte, quasi stridente. A curare il progetto è l’artista Faisal Saleh, fondatore del Palestine Museum USA, che ha coordinato un gruppo di ricamatrici palestinesi. Così una tradizione artigianale diventa un archivio politico, un modo per conservare la memoria di un popolo che soffre. Molti visitatori la chiamano “il vero Padiglione Palestinese” della Biennale, un riconoscimento non ufficiale ma molto sentito.

L’impatto emotivo e politico raccontato da Faisal Saleh

Saleh lavora a questo progetto da sedici mesi. Confessa che affrontare continuamente queste immagini è un peso emotivo enorme: “Guardare certe scene ti consuma dentro”, racconta. Durante l’intervista, ammette di avere difficoltà a trovare parole per descrivere momenti come un padre che accarezza la treccia della figlia morta o una madre che bacia le mani delle sue figlie prima della sepoltura. Sono immagini devastanti, per cui le parole sembrano sempre insufficienti.

Saleh denuncia anche il modo in cui i media occidentali spesso ignorano o distorcono la realtà di Gaza. La mostra nasce anche come una risposta diretta a questo silenzio o a questa minimizzazione. Critica la Biennale per accettare solo padiglioni di Stati riconosciuti ufficialmente, escludendo così voci di popoli senza status internazionale. Per lui, questo progetto è anche una presa di posizione: l’arte può dare spazio a chi altrimenti resta invisibile. Artisticamente, è quasi l’unica mostra a Venezia che affronta davvero la realtà dei palestinesi di Gaza in questa edizione.

Esclusione e difficoltà nel dialogo con il sistema artistico

In un clima già teso di proteste a Venezia, gli organizzatori della mostra non si sono sentiti davvero sostenuti dalle reti artistiche attive in Biennale, come l’ANGA . Saleh racconta di non essere stato coinvolto né ascoltato da queste organizzazioni nate per promuovere iniziative pro-palestinesi durante la manifestazione. La sua esperienza mette in luce un problema di inclusione e rappresentanza: spesso le voci palestinesi restano fuori, soprattutto se arrivano da chi è fuori dai circuiti ufficiali della Biennale.

Secondo lui, il mondo dell’arte contemporanea tende a evitare il tema del genocidio perché è una realtà troppo violenta per essere mediata artisticamente. La parola stessa “genocidio” crea una barriera: artisti e curatori si chiedono come raccontare un trauma ancora in corso senza banalizzarlo o neutralizzarlo trasformandolo in semplice immagine.

Tatreez, tradizione e memoria politica

Il tatreez è un elemento antico e profondo della cultura palestinese, legato all’identità e alla memoria familiare, usato soprattutto per decorare abiti e tessuti di casa. In questa mostra però assume un ruolo nuovo: diventa uno strumento per raccontare la storia recente, un archivio politico che documenta la violenza e la sofferenza nella Striscia di Gaza. È un modo di intrecciare tradizione e impegno sociale, creando un racconto visivo forte e simbolico.

Saleh spiega che affrontare un genocidio attraverso l’arte è stata la sfida più difficile: non esiste un manuale per mettere insieme un progetto su un trauma ancora aperto. Hanno scelto il tatreez perché permette di creare un linguaggio visivo capace di coinvolgere chi guarda, obbligandolo a confrontarsi con una realtà dura, senza distacco estetico.

Conservare la memoria: un archivio permanente per il futuro

Questa raccolta di ricami sarà conservata come testimonianza storica definitiva. L’obiettivo è che diventi non solo un’opera d’arte, ma una prova tangibile degli eventi tragici vissuti in quella terra. Si sta inoltre pensando a un Gaza Genocide Museum negli Stati Uniti, per fare in modo che le generazioni future possano conoscere e studiare questa pagina dolorosa della storia palestinese.

La mostra di Palazzo Mora si inserisce così in un dibattito più ampio sul ruolo dell’arte contemporanea nel raccontare conflitti e genocidi. Mettere in discussione i limiti e le responsabilità dell’arte davanti alla violenza estrema, invitare a riflettere su quando un’immagine smette di essere solo racconto per diventare denuncia e memoria collettiva.

La Biennale Arte 2026 conferma così il suo ruolo di spazio critico, dove si affrontano temi globali come identità, rappresentanza e responsabilità morale nel linguaggio visivo, tra presente tragico e bisogno di giustizia.

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