Jean-Marie Appriou in mostra a Palazzo Strozzi Firenze: scopri Il Canto Infinito, l’arte che dialoga con i maestri

Nel cuore di Firenze, sotto le volte di Palazzo Strozzi, una mostra cattura lo sguardo e l’anima. Jean-Marie Appriou, artista francese nato a Brest nel 1986, plasma il metallo come fosse carne, dando forma a miti antichi che sembrano respirare ancora oggi. “Canto Infinito” non è solo una raccolta di sculture, ma un viaggio tra tradizione e contemporaneità, dove la materia si fa racconto e la memoria prende corpo. Qui, ogni pezzo vibra di una forza che trascende il semplice sguardo, trasformando lo spettatore in testimone di storie senza tempo. Palazzo Strozzi conferma così la sua vocazione: non solo spazio espositivo, ma fucina di nuove voci artistiche, dense di significato e cariche di energia.

La porta che accoglie e sfida: un omaggio tra Rodin e la tradizione fiorentina

L’ingresso alla mostra è segnato da una porta monumentale in bronzo e acciaio, pesante quasi cinque tonnellate. Non una semplice porta, ma un vero e proprio portale simbolico che si muove tra la tradizione scultorea fiorentina e l’interpretazione personale di Appriou. Nel suo stile si riconoscono echi di maestri come Auguste Rodin e delle storiche porte fiorentine. Più che una forma, questa scultura è energia pura, un’eredità tecnica ed emotiva che l’artista ha raccolto dal maestro fonditore italiano Adalberto Mecarelli.

Ma questa porta va oltre il materiale. È un richiamo diretto alla letteratura classica europea: da “I Canti di Maldoror” di Lautréamont, un poema denso e visionario del 1869, fino al viaggio ultraterreno di Dante, con le anime che attraversano Inferno e Paradiso. Invita a riflettere sulla ciclicità della vita e sulla tensione spirituale che attraversa l’arte. Il meccanismo di cilindri mobili, azionabili dal pubblico, crea una rotazione meditativa, quasi zen, trasformando la porta in un’esperienza dinamica e coinvolgente.

Tra animali e miti: il metallo prende vita

Al piano terra la mostra si fa più figurativa e intensa: bronzo e acciaio si animano di figure che sembrano nascere dal metallo stesso. Corpi sospesi tra realtà e fantasia, che abbracciano simboli tratti dalla mitologia mediterranea ed egizia. Un linguaggio universale che racconta archetipi condivisi nella storia dell’uomo. Le sculture oscillano tra un realismo inquietante e un grottesco teatrale. Gli animali e le figure ibride sembrano più protagonisti di un racconto mitico che semplici rappresentazioni naturalistiche.

Il contrasto tra materiali industriali e narrazione iconografica dà vita a un’arte unica, dove ogni dettaglio trasmette più di una semplice forma. Pur ancorata a una tradizione figurativa, la mostra si confronta con la contemporaneità, adottando tecniche e strumenti nuovi ma mantenendo la cura artigianale. Simboli e citazioni si intrecciano, invitando chi guarda a scoprire e interpretare ogni particolare.

Metalli che respirano: l’alchimia di Appriou

Appriou si definisce un giovane alchimista, capace di infondere nuova vita a materiali apparentemente inerti. Per lui il metallo ha quasi un respiro proprio, una vitalità interna che emerge nella manipolazione. Vuole che la scultura diventi un organismo vivo, che interagisca con chi la osserva, creando un rapporto quasi intimo, familiare. Oggetti di uso quotidiano entrano così nelle sue opere, spezzando la freddezza tradizionale del metallo.

Tra le opere in mostra, le nuove sculture “Apophis” e “Mandjet”, realizzate per l’occasione e datate 2026, testimoniano la sua attenzione alla ricerca storica e allo stesso tempo l’innovazione nelle tecniche. Appriou si ispira a figure contemporanee come Sterling Ruby, che non nasconde segni di lavorazione e imperfezioni, anzi li mette in primo piano, sottolineando l’ironia e la tensione tra l’oggetto fatto a mano e l’arte. Una scultura che non si limita a riprodurre forme, ma vuole sorprendere, mostrando l’equilibrio tra materia, gesto e significato.

Firenze rilancia la tradizione europea con uno sguardo al presente

L’opera di Jean-Marie Appriou a Palazzo Strozzi si inserisce in un quadro più ampio, dove Firenze conferma il suo ruolo di primo piano nella scena artistica contemporanea. Mentre ai piani alti si ammira la forza cromatica e astratta di Mark Rothko, al piano terra si apre uno spazio più narrativo e figurativo, che richiama storia e mito ma con uno sguardo moderno.

La direzione artistica parla dei “figli danteschi”, includendo autori come William Blake, John Milton e Mary Shelley, per sottolineare come Appriou si inserisca in un discorso culturale che attraversa secoli e linguaggi. La mostra rimane aperta fino al 23 agosto 2026, offrendo un’occasione rara per confrontarsi con una scultura che guarda al passato ma lascia un segno deciso nel presente dell’arte europea. Palazzo Strozzi conferma così la sua vocazione, un luogo dove tradizione e innovazione si incontrano e si arricchiscono a vicenda.

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